5- IL DISEGNO DI LEGGE PILLON E LE TEORIE PERVERSE DI GARDNER

Di Andrea Coffari (estratto dal testo “IL DDL 735/2018 PROTEGGE I VIOLENTI E GLI ABUSANTI”, pubblicato il 15 settembre 2018 su www.movimentoinfanzia.it)


L’analisi degli articoli  9, 16, 17 e 18: del DDL 735/18 in epigrafe dimostra un tentativo di spostare l’attenzione dal pericolo della violenza intrafamiliare a danno di donne e bambini (reale emergenza sociale) all’ipotesi delle false accuse  che sarebbero ingiustamente rivoltea carico dei padri.

Questa operazione, come abbiamo visto è di stampo ideologico e negazionsita perché contraddetta da dati scientifici e statistici.

IL DDL 735 risponde esattamente alle istanze di tutela dei padri accusati di violenza o abusi, scoraggia le madri a denunciare e punisce i bambini che parlano e mostrano un legittimo rifiuto verso il genitore maltrattante.

Mentre, come abbiamo visto, i casi di abusi o violenza in famiglia sono ripresi da questo DDL non per proteggere i bambini, ma solo per ribadire il diritto alla bigenitorialità, usato, in questo caso come una punizione verso i figli e non come una opportunità di protezione, nel testo di proposta legislativa in analisi sono invece riprese più volte le ipotesi di false accuse al fine di punire le vittime e garantire gli adulti accusati.

All’art. 9 infatti si legge che “..in caso di gravi inadempienze, di manipolazioni psichiche … e comunque in ogni caso ove riscontri accuse di abusi o violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori”, il giudice potrà intervenire con provvedimenti punitivi (cambio affidamento, decadenza della responsabilità genitoriale ecc) nei confronti del genitore inadempiente.

Un’accusa autenticamente falsa di abuso o violenza, frutto di manipolazioni come si scrive nell’art. 9, è un fatto, come abbiamo visto, rarissimo e comunque molto grave che corrisponde al reato di calunnia e, come tutti i reati, va accertato da giudice penale, con una approfondita cognizione del fatto.

Il DDL pone una gravissima disparità di trattamento che discrimina donne e bambini e favorisce i padri accusati di violenza: nel momento in cui infatti dovrebbero essere protetti i bambini da genitori violenti o abusanti (la maggioranza delle accuse statisticamente infatti si riferiscono ai padri), pretende un accertamento giurisdizionale, la certezza cioè che l’abuso sia avvenuto (vedi tenore letterale dell’art. 11 … “in caso di: violenza, abuso sessuale…) nel momento in cui invece va punito il genitore che favorisce lefalse accusemanipolando i figli (statisticamente ci si riferisce alle madri) si prescinde dalla certezza penalistica e si dà al giudice civile il compito di valutare la falsità delle accuse o le manipolazioni e si usa la locuzione accuse di abusi o violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate.

Il DDL 735/2018 pare voglia operare nel superiore interesse dei padri accusati di violenza o abusinon certo a tutela delle donne e dei bambini.

Le cose peggiorano notevolmente se si analizzano gli articoli 17 e 18 del DDL.

L’art. 17 infatti pone l’applicazione delle misure di cui all’art. 342-ter c.c. (ordini di protezione e allontanamento dalla casa familiare) “quando la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore (…) e ostacolando il (…) mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore”.

È pacifico che ostacolare il rapporto con l’altro genitore è una condotta pregiudizioevole, dannosa e che va fermata e, nei casi gravi, punita anche penalmente, ma l’aspirante legislatore in questo caso, in perfetta coerenza con tutto l’impianto normativo proposto, intende tradurre automaticamente i casi di rifiuto o paura verso un genitore (esattamente come era intenzione dell’apologeta della pedofilia Gardner) in casi di alienazione, ove la colpa ricade sulla madre che manipola il figlio, scoraggiando, in questo modo, come detto, le donne dal denunciare e i figli dal parlare.

Nel testo dell’art 17, infatti, non si fa cenno alcuno all’ipotesi di accuse di violenza in famiglia formulate proprio dai figli, ipotesi che escluderebbe qualsiasi condotta manipolativa o alienante del genitore e che giustificherebbe il rifiuto dei bambini.

L’errore, imperdonabile, che si compie, è quello quindi di tradurre automaticamente le difficoltà di rapporto e il rifiuto che un figlio esprime nei confronti di un genitore in ipotesi manipolative che pongono ostacoli al mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore, mentre nella maggior parte dei casi, come detto più volte, alla base dei rifiuti e delle paure dei figli nei confronti di un genitore ci sono racconti ed episodi di violenze.

Ma ciò che davvero risulta inspiegabile e inaccettabile è il fatto che, nel comma successivo, si specifica che gli ordini di protezione possono essere adottati “pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori” quando cioè“il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno di essi

Con tale indicazione si raggiunge l’apice del tentativo di illogicità, cinismo e imbarbarimento della legislazione italiana sul tema dei diritti delle donne e dei bambini, una disposizione del genere ricorda i campi di rieducazione della dittatura sovietica nei confronti dei dissidenti politici.

Si pongono tre principi di imbarazzante inciviltà il primo, desolatamente privo di logica giuridica, risiede nel fatto che il genitore non rifiutato può essere allontanato dal domicilio anche se non ha posto in essere alcuna condotta pregiudizievole, diventa inspiegabilmente colpevole, scomodo, confinato fuori dalla famiglia e di conseguenza è punito solo per il fatto di non essere stato rifiutato!

Il secondo principio, ancora più grave, risiede nel fatto che un figlio, nel momento in cui manifesta rifiuto, alienazione o estraniazione verso un genitore, sarà costretto a vivere, in una sorta di cinica e diabolica punizione di sapore medievale, esclusivamente proprio con il genitore temuto e rifiutato, ben sapendo che i rifiuti dei figli provengono quasi sempre dalla violenza subita (violenza sessuale, fisica, assistita).

Il terzo principio che, nel suo parossismo presenta aspetti tragici e comici al contempo, risiede nel fatto che in nome della bigenitorialità si esclude, con effetto immediato, un genitore dagli affetti di un figlio!

Ma per non farsi mancare nulla il DDL, in una sorta di esaltazione visionaria, se da una parte intende togliere il ricorso alle case famiglia e, in caso di inidoneità di entrambi i genitori, colloca i figli presso famiglie affidatarie, nella sola ipotesi dei casi di alienazione prevede addirittura, nell’ultimo comma dell’art. 18, il “collocamento provvisorio del minore presso una struttura specializzata, previa redazione (…) di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità”.

In altre parole se un bambino rifiuta il proprio genitore, anche motivando le paure con accuse di violenza e abusi, il DDL a firma Pillon ed altri, solo a causa di questo rifiuto, che battezza “alienazione”, può allontanare da casa il genitore “sano” e “amato” e mettere in una casa di ri-educazione il figlio perché impari ad accettare il genitore (spesso il padre) falsamente accusato, ove la falsità dell’accusa viene presupposta per legge!

A chiusura di questa operazione di sistematica violazione dei diritti dei bambini l’art. 16, nel disciplinare il diritto all’ascolto, vieta di porre ai figli “domande manifestamente in grado di suscitare conflitti di lealtà da parte del minore verso uno dei genitori”.

Il conflitto di lealtà, se può rintracciarsi nei casi di autentica manipolazione, lo si riscontra sempre anche quando un figlio, vittima di violenza, sente di essere stato difeso e tutelato dal genitore cosiddetto soccorrevole.

Per legge si vogliono vietare tutte le domande che, proprio intervenendo nel rapporto bambino – adulto soccorrevole, potrebbero essere utili per acquisire elementi di chiarezza al fine di fare emergere episodi di violenza e chiarire il rapporto fra il genitore protettivo e il figlio protetto.

Il conflitto di lealtàva, al contrario, compreso e affrontato nei suoi reali termini perché a ragione può essere il sano sodalizio che si instaura fra il genitore sano e protettivo e il figlio da questi tutelato.

Il divieto di domande sul conflitto di lealtà ricorda precetti di uno stato di polizia ove viene fatto divieto di far emergere il dissenso.

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