NON È COSÌ FACILE ASCOLTARE. LE OPERAZIONI MENTALI DELL’ASCOLTO

“Ascoltare” non vuol dire semplicemente “sentire”. L’ascolto è una competenza complessa e numerose sono le funzioni psichiche e gli atteggiamenti implicati: la fiducia, l’apertura, l’accoglienza, l’ascolto di sé, la stabilità e la calma, l’accettazione, l’attenzione, l’empatia la compassione.

Vediamoli ad una ad una.

Innanzitutto l’ascolto presuppone la fiducia di chi ascolta e di conseguenza di chi chiede di essere ascoltato. La fiducia è un atteggiamento da considerare e monitorare nell’ascolto. Chi ascolta deve avere fiducia in sé e nell’altro, avere fiducia nella mente propria e dell’altro, nella capacità della mente umana di progredire, di cambiare, di migliorare, di intraprendere una strada alternativa. Se chi parla e porta il problema ha perso fiducia ha bisogno di un ascolto massimamente attento e rispettoso affinché possa rinascere fiducia nella possibilità di aprirsi. L’apertura di chi ascolta favorisce la possibilità di aprirsi di chi ha bisogno di essere ascoltato.

L’accoglienza. Per ascoltare occorre accogliere ed accogliere vuol dire creare uno spazio mentale “libero” per far entrare le comunicazioni dell’altro. In questo caso si parla di ascolto pulito. A volte è anche bene riconoscere serenamente che questo spazio mentale libero in noi non ci sia: siamo troppo carichi, la nostra mente è troppo pre-occupata…;

L’ascolto dell’altro si accompagna all’ascolto di sé.  C’è un’autocentratura malsana (difensiva) di chi difende se stesso: è insensibilità emotiva, distacco emotivo. Ma c’è anche l’autocentratura sana: resto me stesso, ma mi decentro, provo a mettermi nei panni dell’altro, resto in contatto con ciò che l’altro porta, ma con un’”occhiatina” attenta anche a ciò che avviene dentro di me; i contenuti che l’altro mi porta mi toccano emotivamente, ma non disturbano la mia stabilità.

Per ascoltare sono necessarie stabilità e calma; prima di porsi in posizione di ascolto, è bene domandarsi: Sono nella finestra di tolleranza? ovvero sono in una posizione che non risulti eccessivamente attivata, ma anche sufficientemente attivata?  Ho l’energia psichica sufficiente? Sono preoccupato/a? Sono arrabbiato/a? Se non si è calmi, l’ascolto vero non è possibile: attenzione a che cosa si dice in questi casi… Se non si è calmi, meglio esprimere autenticamente all’altro la propria indisponibilità temporanea all’ascolto.

L’accettazione è fondamentale, ma chiediamoci: accettazione di che cosa? Innanzitutto, dei contenuti che l’altro porta, qualunque essi siano, anche di quelli dolorosi, pesanti, culturalmente inaccettabili, scomodi; i problemi e le difficoltà degli altri sono sempre imprevedibili ed inattesi. L’accettazione è accettazione dell’altro, della sua alterità. Nell’ascolto attivo proviamo a metterci dal punti di vista dell’altro e tentiamo di riformulare i pensieri dell’altro. L’accettazione è accettazione dei confini fra me che tento di ascoltare e l’altro, accettazione dei limiti che tutelano la mia stabilità mentale (evitare confusione ed invischiamento emotivo). Per ascoltare occorre che siano presenti e riconosciuti dei limiti alla nostra onnipotenza: ci viene da salvare l’altro, da salvare tutti, da salvare il mondo, ma siamo esseri limitati: non è detto che riusciremo a salvare l’altro, a “risolvere” qualcosa. Non possiamo togliere all’altro i suoi vissuti dolorosi (non sarebbe neanche giusto), ma avremo già fatto molto se lo avremo ascoltato davvero, perché si sentirà accolto (“nella tua situazione vai bene così come sei”) e compreso;

L’ascolto vero comporta attenzione: per ascoltare efficacemente occorre che la mente sua il più possibile presente nel “qui-ed-ora” dell’ascolto dell’altro. E’ importante che la mente dell’ascoltatore sia intenta a cogliere ciò che l’altro dice (linguaggio verbale), ma anche ciò che l’altro non dice ma comunica con i gesti, con le espressioni del viso e degli occhi, con la postura (linguaggio non verbale). E’ necessario che la mente sia anche attenta ad ascoltare le proprie reazioni di fronte a ciò che l’altro porta (i miei limiti, i miei vissuti, le mie resistenze e difficoltà di ascoltatore).

Nell’ascolto empatico è presente la compassione, che non è da confondere con la pietà nel significato comune del termine: la parola compassione  deriva dal latino “cum” e “patire”, “sentire con”. È il contrario dell’”anti-patia”, ma non è semplice “simpatia”.  Nell’ascolto empatico sento con te, insieme a te, ma non come te, non mi confondo e non mi invischio con te.

L’ascolto pulito, attivo ed empatico fa stare bene l’altro: lo fa sentire capito e compreso. Come sostiene Carl Rogers “quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi le responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene”.

Vi sono fattori che favoriscono l’ascolto: il silenzio, una presenza silenziosa (chi ci parla sopra, non ci sta ascoltando checché ne dica); un’espressione del viso empatica (chi è inespressivo nel viso, negli occhi, e nel corpo mentre noi parliamo, non ci fa sentire accolti); il tempo: è importante darsi tempo per capire e dare tempo all’altro affinché si possa esprimere nel pieno rispetto dei suoi tempi.

Vi sono fattori che ostacolano l’ascolto:

  • il giudizio: l’opinione etica personale che fa riferimento a norme e valori: “dovresti”, “non dovresti”, “avresti dovuto”, “non avresti dovuto”;

  • l’interpretazione: in alcune situazioni l’interpretazione può funzionare all’interno della psicoterapia, ma rimane pur sempre rischiosa. Al di fuori della psicoterapia   l’attribuzione di un significato “altro” rispetto a quello che l’interlocutore intende può risultare spesso una proiezione: si proietta sull’altro la propria teoria, la propria scelta, la propria opinione (in questo caso si tratta di “distorsione”: non lasciamo l’altro libero di parlare, ma gli mettiamo in bocca ciò che noi vogliamo sentirci dire). A questo proposito, lo psicoterapeuta tedesco Fritz Perls scrive: “Tutte le volte che si suppongono le sensazioni degli altri o che si attribuiscono loro intenzioni o secondi fini, con il 95%di probabilità, stiamo proiettando la nostra soggettività, non stiamo osservando, né ascoltando, né cercando di capire”;

  • la soluzione: proporre soluzione (“potresti fare”) impedisce all’altro la possibilità di trovare le “sue” di soluzioni; l’altro non si sente investito di fiducia;

  • il sostegno consolatorio: consolare in modo semplicistico e banale (“su, non piangere”, “non prendertela”, “passerà” …) o, peggio, minimizzare o banalizzare (“te la stai prendendo per una sciocchezza”) infondono nell’interlocutore la sensazione di non essere compreso;

  • l’indagine: fare domande eccessive a scopo di indagine (indagare è diverso da fare domande chiarificatrici).

In tutti questi casi l’altro proverà un penoso vissuto di incomprensione.

Credo fermamente che la prospettiva dell’ascolto e dell’intelligenza emotiva possano costituire una speranza in ambito educativo, come nelle relazioni in generale. Una speranza per i bambini e per gli adolescenti che hanno bisogno di essere ascoltati empaticamente, una speranza anche per gli adulti, per i “grandi”, che hanno un bisogno enorme di essere ascoltati per trovare le risorse per ascoltare, in modo da aiutare le generazioni future ad acquisire consapevolezza e ad orientarsi meglio nel proprio mondo interiore, ma anche nel mondo delle relazioni di gruppo, delle regole dell’impegno e del rendimento scolastico e/o professionale. L’ascolto è un fattore di crescita per ogni individuo, anche per chi non evidenzia problemi/difficoltà eclatanti. Giocare la carta dell’autenticità si rivela sempre una mossa vincente nelle relazioni umane: se si entra in rapporto con il proprio stato emotivo, se si diventa più tolleranti verso se stessi e più consapevoli dei propri limiti, delle proprie difficoltà e della propria storia, si sviluppa al contempo maggiore sensibilità verso lo stato emotivo degli altri; si sospende l’atteggiamento giudicante che allontana e separa e si può imparare a  rispondere al disagio e al dolore altrui senza, di fatto, disconoscerli e negarli.

 

Fonti:

Foti, C.Bosetto, Giochiamo ad ascoltare, Franco Angeli

C.Bosetto, C. Foti, L’ascolto. Una speranza per la scuola, Sie Editore. Dispensa n. 16, Centro Studi Hansel e Gretel

Marcoli, Il bambino arrabbiato, Oscar Mondadori

C.Foti, C.Bosetto, A.Maltese, Ilmaltrattamento invisibile,F. Angeli

C.Foti, Come aiutare i bambini e gli adolescenti con l’intelligenza emotiva, SIE. Dispensa n. 1, Centro Studi Hansel e Gretel

A.Miller, La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri

 

 

 

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