NADIA MURAD: IL NOBEL PER LA PACE CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE COME ARMA DI GUERRA

Nadia Murad, attivista irachena di 25 anni, ha vinto il premio Nobel per la pace 2018. Prigioniera dell’esercito dell’Isis dal 2014 è diventata schiava sessuale dei soldati dello Stato islamico  ed ha subito violenze e torture per mesi.

I miliziani di Daesh la presero nel villaggio di Kocho, dove torturarono e uccisero sotto i suoi occhi la sua intera famiglia. «Quell’anno, era estate, io vivevo nel mio villaggio con la mia famiglia. Tutto andava bene. Poi sono arrivati gli uomini dell’Isis e tutto è finito. In poche ore hanno ucciso tutti gli uomini che sono riusciti a trovare, inclusi sei dei miei fratelli. Le donne e i bambini sono stati portati via. Ci hanno caricato tutti su un pullman e portati a Mosul dove avevano la loro roccaforte. Il posto dove ci tenevano era una specie di prigione. Rinchiuse con me c’erano centinaia di altre donne e bambini, anche molto piccoli, che gli uomini si scambiavano tra loro come fossero cose. Una sera, uno degli uomini venne da me. Mi ha picchiato e mi ha portato via, in una stanza piena di altri soldati fino a quando non sono svenuta».

A traghettarla verso la salvezza fu una famiglia Irachena che la aiutò a scappare facendole raggiungere un campo profughi per poi cercare asilo in Europa.

«Solo in Europa mi sono sentita in salvo, perché solo in Europa ho trovato ascolto», queste le parole di Murad, diventata dal 2016 prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. L’impegno umanitario di Nadia è quello di condannare l’utilizzo della violenza sessuale come arma di guerra: «Non ci sarà mai speranza né per me né per la mia gente fino a quando l’esercito dello Stato Islamico continuerà a uccidere i nostri uomini e a stuprare le nostre donne».

L’ascolto che lei è riuscita ad ottenere in Europa è lo stesso che ogni giorno continua a chiedere per il suo popolo: «Ho supplicato le Nazioni Unite di fermare l’Isis, perché sta distruggendo centinaia di vite, perché è un’organizzazione crudele e sanguinaria, perché si sta portando via la speranza di popoli interi. Non ho chiesto loro di cominciare una nuova guerra, ma di fermarli. Credo che non sia necessario partire armati per farlo. Credo però, anzi so, che in tutto il mondo ci sono decine di gruppi che finanziano e sostengono più o meno apertamente l’Isis: questi gruppi prima di tutto vanno fermati».

La riduzione in schiavitù delle donne e l’utilizzo del loro corpo come oggetto di piacere non è un crimine presente solo nelle zone di guerra, ma assume le forme più varie della violenza sessuale, della prostituzione minorile e giovanile, della tratta delle giovani delle giovani ragazze che diventano merce al servizio delle organizzazioni mafiose: la storia di Nadia Murad deve essere un esempio per tutte quelle donne vittime di violenza che anelano a trovare orecchie in grado di ascoltarle, donne che sono alla ricerca di aiuto e di protezione e che vogliono uscire da situazioni invivibili nelle quali la dignità della loro persona  viene costantemente schiacciata. L’esempio di Nadia è quello  di una donna che è diventata portavoce della propria storia, che ha avuto il coraggio di abbattere il muro del silenzio e ha avuto la forza di gridare al mondo intero la propria esperienza, per quanto penosissima ed umiliante, trasformando la propria rivelazione in arma di giustizia e di verità.

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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