LO STUPRO COME ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA

E’ comparso in data 17 ottobre sul sito di Rompere il silenzio. La voce dei bambini un articolo di Martina Davanzo sul premio Nobel assegnato a Nadia Murad, una delle 3.000 ragazze e donne yazide che sono state vittime di stupri e altri abusi dai miliziani Isis.  In questo articolo vogliamo affrontare il tema dello stupro nella guerra e nei conflitti etnici.

Di Federica Friggi


Nadia Murad è ambasciatrice ONU per la dignità dei sopravvissuti alla tratta degli esseri umani e dal 5 ottobre 2018 ha ricevuto il premio Nobel per la pace insieme al ginecologo Denis Mukwege. I due sono stati scelti all’interno di una lista di 216 persone per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati. Murad “è stata vittima e testimone degli abusi e ha dimostrato un coraggio raro nel raccontare le proprie sofferenze e a parlare a nome delle vittime”. A partire dalla propria esperienza personale è diventata forte sostenitrice del cambiamento parlando alle Nazioni Unite e ai capi di governo di tutto il mondo.

La giovane donna di 25 anni persegue con tenacia due obiettivi. Primo fra questi è divulgare il più possibile le atrocità commesse dall’Isis nello sterminio di yazidi. “È proprio la mia missione odierna, parlare di questo. Portare testimonianza per coloro che subiscono i soprusi” afferma in un’intervista con Susan Goldberg, editor-in-chief di National Geographic. Il secondo suo desiderio è vedere processati i suoi aguzzini. Una prima vittoria è già stata ottenuta, con il consiglio di sicurezza dell’Onu che ha istituito un team investigativo per raccogliere le prove dei crimini dell’Isis. Nell’autobiografia di Murad “L’ultima ragazza” racconta come i miliziani dell’Isis siano arrivati nel villaggio dove abitava e l’abbiano rapita insieme ad altre ragazze e bambine.  “Mi hanno presa come schiava sessuale, hanno ucciso mia madre e i miei fratelli. Insieme a me c’erano bambine di 9-10 anni come schiave. Quello che hanno fatto a me lo hanno fatto anche a loro.” E ancora “a un certo punto non restano altro che stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio”.

Per secoli la violenza sessuale in situazioni di conflitto è stata tacitamente accettata in quanto inevitabile. Ma dopo il secondo conflitto mondiale la situazione ha iniziato piano piano a cambiare. La quarta convenzione  di Ginevra nel 1949, inserì lo stupro e la prostituzione forzata in tempo di guerra come crimine. L’articolo 27 dice infatti così: “Le persone protette hanno diritto, in ogni circostanza, al rispetto della loro personalità, del loro onore, dei loro diritti familiari, delle loro convinzioni e pratiche religiose, delle loro consuetudini e dei loro costumi. Esse saranno trattate sempre con umanità e protette, in particolare, contro qualsiasi atto di violenza o d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità. Le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore.” Inoltre l’articolo 4.2 del secondo Protocollo aggiuntivo del 1977 stabilisce che sono proibiti: “gli oltraggi alla dignità della persona, specialmente i trattamenti umilianti e degradanti, lo stupro, la prostituzione forzata e qualsiasi offesa al pudore.”

La ragione di questo particolare tipo di violenza come arma di guerra non è ben chiara né definita. Alcuni sostengono che serva per costringere e umiliare il nemico, come strumento di guerra psicologica per minare il suo morale. Oppure hanno lo scopo di seminare terrore tra la popolazione, di disgregare famiglie e di distruggere comunità. Amnesty International sostiene in particolare quest’ultima ipotesi secondo cui la violenza sessuale è oggi usata deliberatamente come strategia militare per spingere le popolazioni locali ad andarsene dal territorio occupato, decimando i civili, con la diffusione dell’AIDS e con l’eliminazione delle tradizioni culturali e religiose del paese di cui si vuole distruggere la resistenza. In riferimento proprio all’uso della violenza sessuale in guerra, Gita Sahgal disse nel 2004 “che è un errore pensare che queste aggressioni siano dovute all’ottenere un “bottino di guerra” o alla gratificazione sessuale.” Ella affermò che lo stupro è spesso usato nei conflitti etnici come un modo per gli aggressori di perpetrare un controllo sociale e ridisegnare i confini etnici. Oppure ancora “La ragione? Probabilmente una credenza magica. Le indagini fanno supporre che sia stato uno stregone a dire a questi uomini di violentare delle vergini, perché così facendo avrebbero ottenuto protezione dai proiettili in battaglia e trovato delle vene d’oro, là dove fosse stato versato il sangue delle bambine. Inoltre, in molti credono che il rapporto con una donna illibata sia una cura contro l’HIV” dice Zawada Bagaya Bazilianne, consulente legale proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo.

Esistono quindi svariate motivazioni che portano un esercito, un gruppo di militanti e combattenti a perpetrare tale violenza provocando in questo modo altrettante svariate conseguenze. Se da una parte, con il riferimento specifico al recente stupro di guerra nella Repubblica Democratica del Congo e negli altri paesi africani, l’uso dello stupro di guerra come strategia militare ha portato ad un aumento del morale dei soldati e alla diminuzione del morale dei soldati nemici, dall’altra hanno un impatto devastante sulle vittime: possono essere così trasmesse malattie sessuali e portare a gravidanze inaspettate. Situazione complicata dal fatto che gli stupri avvengono in zone di guerra dove l’uso di contracettivi o antibiotici o aborti è estremamente limitato. I sintomi psicologici a breve e lungo termine sono paura, disperazione, depressione, disturbi d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, sintomi somatici, flashback, vergogna inibente ed isolamento sociale… “Bisogna capire che gli stupri non distruggono solo il fisico di chi li subisce, ma l’intera società. Le donne, dopo essere state abusate, vengono considerate colpevoli per ciò che è successo loro: vengono ripudiate dai mariti e i figli restano abbandonati a sè stessi. E a commettere queste atrocità non sono solo dei banditi o dei ribelli, ma anche chi dovrebbe impedire che avvengano.” Dice Denis Mukwedge, chirurgo dell’Ospedale Panzi di Bukavu e premio Nobel per la pace insieme a Nadia.

«Io non ho più nessuno, il mio corpo è ammalato e non riesco più nemmeno a lavorare. E sapete la gente come ci chiama? “Le stuprate’’. Sì, proprio così. Quando una donna in Congo viene violentata poi deve avere la forza di vivere sola con il suo dolore, perché la comunità pensa invece che lei sia semplicemente una prostituta. Io non ho fatto nulla per meritarmi tutto questo; sono semplicemente andata a lavorare per potermi comprare qualcosa da mangiare. Ma nella foresta mi hanno abusata, più volte, e, dopo il dolore per l’accaduto, ho dovuto sopportare anche gli insulti e lo sfregio da parte della mia comunità. Le persone che mi conoscono mi deridono. Dicono che devo vivere isolata da tutti perché sono un cattivo esempio e che sono una donna facile, che si è andata a cercare quello che le è poi successo. Ecco cosa la gente pensa di me oggi” Questa la testimonianza di Amani Bahati dal campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo.

Secondo i dati rilasciati dalle Nazioni Unite, in Ruanda, durante il genocidio protrattosi per tre mesi nel 1994 furono stuprate tra le 100.000 e le 250.000 donne. Le agenzie delle Nazioni Unite calcolano inoltre che più di 60.000 donne siano state stuprate durante la Guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), più di 40.000 in Liberia (1989-2003), fino a 60.000 nella ex Yugoslavia (1992-1995), e almeno 200.000 nella Repubblica Democratica del Congo durante gli ultimi 12 anni di guerra.

“Quella notte una guardia mi ha detto di togliermi tutti i vestiti, poi mi ha lasciata in una stanza con altre guardie, e poi loro mi hanno procurato ogni sofferenza immaginabile, finchè non sono svenuta” racconta ancora Nadia Murad. Viene chiamata “fenice guerriera” perché dopo essere stata rapita e torturata, quando è riuscita a scappare, invece di rimanere in silenzio è risorta dalle sue “ceneri” e ha deciso di mettere di nuovo a rischio la sua vita per diventare una valorosa attivista. “Siamo diventate carne da macello, ogni parte di noi è cambiata nelle loro mani perverse. Chiedo all’umanità di liberare le migliaia di donne e bambini che stanno ancora soffrendo”. E dopo aver ricevuto il Nobel “questo è un premio che ci dà voce, il mondo deve sapere.”

 

 

https://www.tpi.it/2018/10/05/premio-nobel-per-la-pace-2018/

https://www.tpi.it/2018/10/05/stupri-di-guerra/

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19770113/index.html

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19490188/index.html#a27

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19490188/index.html#a28

http://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/11/29/news/quest-anno-in-congo-sono-state-stuprate-15mila-donne-molte-erano-bambine-1.315210

http://www.nationalgeographic.it/multimedia/2018/10/10/video/nadia_murad_intervista_premio_nobel-4147637/1/

https://www.youtube.com/watch?v=ExP-ESaauSE

https://www.tpi.it/2018/10/06/nadia-murad-premio-nobel-pace-2018/

https://www.corriere.it/esteri/18_ottobre_05/premio-nobel-la-pace-congolese-mukwege-yazida-murad-332f2e94-c87d-11e8-81ab-863c582a99f0.shtml

Nadia Murad e Jenna Krajeski “L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis” Mondadori 2017

 

 

 

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