COME SI RECUPERANO I RICORDI TRAUMATICI?

Di Francesco Monopoli


I ricordi relativi a traumi subiti nell’infanzia possono essere dimenticati, rimossi o addirittura dissociati, cioè espulsi dalla consapevolezza. Spesso tali ricordi allontanati dalla memoria dell’infanzia possono essere recuperati in età adulta. Basta impattare in una situazione che ricorda per alcuni aspetti la situazione traumatica del passato!

E’ il caso di Giuseppe, da poco diventato zio per la seconda volta di un bel nipotino che si chiama Paolo.

Mattia (il fratello di Giuseppe) aveva già avuto un’altra figlia 8 anni prima e questo nuovo figlio era fonte di una gioia collettiva nella famiglia, dal momento che era stato desiderato a lungo.

Per il primo anno di vita il piccolo Paolo era stato accudito dalla madre Simona, la quale tuttavia nel secondo anno di vita del figlio doveva rientrare a lavorare part time nella propria azienda. Si poneva un problema di trovare delle persone che potessero tenere il piccolo quando la madre non ne aveva la possibilità. Restava scoperta una mezz’ora il venerdì.    Mattia aveva pensato con la moglie di chiedere aiuto ad un loro cugino affinché potesse tenere il bimbo quella mezz’ora il venerdì.

Questa scelta aveva scatenato una violenta e sproporzionata reazione di Giuseppe, il quale aveva ingiuriato e aggredito il fratello e la cognata accusandoli di non essere bravi genitori in quanto non si occupavano direttamente loro di tenere il bambino. “Dovreste vergognarvi, che razza di genitori siete a lasciare ad un estraneo un bambino tanto piccolo, così non lo proteggerete e lo abbandonate!”.

Non c’era stato modo di riuscire a calmarsi o ragionare, Giuseppe sembrava in preda ad un collera feroce al punto da arrivare quasi ad aggredire il fratello. Giuseppe era ossessionato anche nelle settimana successive da questo argomento tanto da parlarne con chiunque capitasse a tiro.

Si rivolge anche a me in quanto “esperto di questioni di bambini” per chiedere un parere, addolorato e seriamente preoccupato, pur non dando spiegazioni adeguate sul perché di tanta angoscia.

Tutto il suo discorso era incentrato sulle caratteristiche negative del fratello e della cognata in quanto “cattivi genitori”… Io ho insistito con Giuseppe perché mi spiegasse cosa aveva di tanto pericoloso questo cugino…

Giuseppe era spiazzato, rimaneva in silenzio e strabuzzando gli occhi diceva: “Ma non lo vedi com’è strano, non si capisce nemmeno cosa gli piaccia, sicuramente gli uomini”.

La paura della presunta omosessualità del cugino non giustificava la reazione di Giuseppe che tremava nelle mani e aveva lo sguardo basso, né chiariva come la natura omossessuale del cugino avrebbe potuto nuocere al bambino sul piano della mancata protezione.

Rimandavo questi pensieri a Giuseppe il quale iniziava a raccontare come un fiume in piena di alcuni episodi accaduti nella sua infanzia, quando gli capitava di andare spesso con il nonno al bar del paese nel pomeriggio dove andava a giocare a carte.

Il nonno era solito comprargli un gelato o una brioche, gli piaceva andare con lui.

Nel bar girava un uomo anziano che tutti dicevano essere omosessuale: Giuseppe inizia a raccontare che quell’individuo ogni volta che  lo vedeva nel bar cercava in ogni modo di acquattarsi per toccarlo nelle parti intime e/o farsi  toccare a sua volta: “L’avevo detto al nonno, ma lui mi aveva detto di stare attento senza darmi troppa retta…poi l’ho raccontato a mia mamma che da allora non mi ha più fatto andare al bar con lui, senza dirmi altro”.

Giuseppe con gli occhi sbarrati diceva di rivedere davanti a se la scena come se stesse accadendo e si sentiva umiliato non tanto per la cosa subita ma per l’indifferenza del nonno nel  proteggerlo: “Glielo avevo detto al nonno e lui non ha fatto nulla, cosa gli costava cacciarlo via?”

Giuseppe ha pianto ed ha espresso il proprio odio verso gli omosessuali e verso i familiari che non proteggono i bambini. Lui  era stato protetto dalla madre che non aveva più permesso che lui incontrasse quell’uomo che era in realtà un pedofilo.

Giuseppe era rimasto con tutti quei ricordi non detti sino al momento di parlarne con me. Si era convinto, pressato dal proprio ricordo traumatico che il cugino potesse fare del male al nipotino: per questo doveva  fermarlo.

Nel mettere in parola questo antico vissuto Giuseppe si rendeva conto di avere bloccato una parte di sé e della propria consapevolezza a quella situazione infantile. Era rimasto fissato a quel momento. La sua analisi della realtà era rimasta bloccata: non si era  mai dato il tempo o la possibilità di capire cosa gli fosse successo, cosa fosse un pedofilo o una persona omossessuale…

Giuseppe aveva ancora paura, si era riattivato il terrore di allora e si era convinto che dal vicino potesse senza alcun dubbio derivare un pericolo di abuso. Per questo aveva aggredito in modo incongruente il fratello.

Alla fine del nostro dialogo Giuseppe mi ha ringraziato. Poi ha deciso di andare a parlare con il fratello per condividere con lui il segreto, che l’aveva oppresso per tanti anni e lo aveva condizionato nel valutare la situazione attuale.   Giuseppe ha voluto rimettere la verità al centro e ha voluto scegliere la strada  di riappacificarsi con il fratello a partire dal recupero del proprio vissuto traumatico e dalla nuova consapevolezza

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