COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA PER MINORI: DA DOVE VENIAMO?

Di Romina Sani Brenelli


Le radici delle comunità di accoglienza sono molto antiche e coincidono con la coscienza della fragilità e della mancanza del bambino.

La nostra cultura, molto legata alle radici cattoliche, si avvale di rappresentazioni quasi archetipiche, di immagini primitive che fanno parte di ciò che Jung definisce inconscio collettivo: l’orfanello, i bambini poveri, gli orfanotrofi come luoghi di deprivazione materiale ed affettiva.

L’etimologia stessa del termine orfano, dal latino orphanuse da greco orphanos, ‘privo’, pone l’accento sul concetto di ‘mancanza’ del bambino, sul venir meno di qualcosa di indispensabile (genitori, cibo, protezione, amore…), che deve essere per forza rimpiazzato, da figure e da risorse sostitutive, per garantire la sopravvivenza del più piccolo e del più debole.

Ogni epoca storica ha dato risposte diverse, ma da sempre questo “rimpiazzamento” ha sollecitato molto le coscienze ed interrogato costantemente.

Fino al Medioevo l’occuparsi di poveri ed emarginati è sembrato appannaggio esclusivo della Chiesa e solo dal XII secolo, con il risveglio evangelico e l’Imitatio Christi, iniziarono a nascere movimenti popolari, raggruppati poi in confraternite o gruppi di varia natura (ricordiamo la pataria a Milano) spinti da un nuovo moto d’animo, quello del ‘servizio’.

La società dell’epoca ha bisogni nuovi, dati in particolare dall’aumento della circolazione di uomini e beni e alla miglior definizione delle vie di pellegrinaggio europee. L’aumento dei bisogni porta velocemente ad una specializzazione del sistema di assistenza ed ospitalità e si inizia così a discernere fra paupere infirmus, fra ospizio (luogo generico di accoglienza) e ospedale.

Qui fecero la loro comparsa, nella realizzazione e organizzazione di attività assistenziali, le autorità civili: i lebbrosari, a meta del XIII secolo furono i primi servizi assistenziali regolarmente finanziati e giuridicamente riconosciuti.

Nel secolo successivo nacque il primo orfanotrofio europeo, a Napoli, fortemente voluto dalla Regina Sancia d’Aragona e dal vescovo Giovanni Orsini. L’Istituto aprì le porte il 29 maggio 1344.

Il dispiegamento di energie da parte della comunità sociale per venire incontro ai bisogni dei più piccoli senza famiglia  ha origini di certo antiche, ma non ha mantenuto nella storia una continuità e solidità paragonabile a quelle profuse dalla Chiesa. Solo con la Rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nasce la consapevolezza che la salute sia un bene comune, non un affare soltanto privato da lasciar gestire al singolo e dunque emerge la coscienza che sia necessaria una risposta sociale strutturata al bisogno dei bambini più sfortunati.

Dobbiamo arrivare alla fine del 1800 per veder nascere gruppi di infermiere volontarie, al seguito degli eserciti (è poi del 1908 la fondazione del Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa italiana) e al 1978 per avere il primo servizio sanitario nazionale in Italia.

La legge 149 dl 2001 ha sancito – con evidenti debiti nei confronti della riforma psichiatrica italiana e della Legge 180 –  la chiusura degli Istituti per minori entro la fine del 2006. I dati ISTAT mostrano che dal 1999 al 2003 si è compiuto un dimezzamento di tali strutture e quindi di un’efficacia normativa più che soddisfacente: si passò da 475 strutture sul territorio italiano a 215, con una capienza drasticamente scesa da più di 10.000 presenze a 2600 circa del 2003.

Attraverso un monitoraggio del processo di deistituzionalizzazione si può affermare che col 2008 si conclude definitivamente un’era nell’ambito dell’accoglienza minori.

Da lì in poi una serie di leggi nazionali e i vari decreti regionali hanno portato a ripensare il sistema d’accoglienza dei minori in Italia, con non pochi sforzi, sia da parte degli “addetti ai lavori”, sia dalla parte dell’intera collettività.

Qual è il filo rosso di questa storia che abbiamo molto sommariamente accennato? Cresce la consapevolezza che il deficit del bambino con una famiglia mancante alle spalle (mancante perché violenta, mancante perché inadeguata, mancante  perché abbandonica) non è colpa del bambino e dunque deve essere colmato con una risposta comunitaria sempre più attenta e sensibile, sempre più accogliente, sempre più “pensata”  alle esigenze del bambino stesso.

 

 

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