BAMBINI VITTIME DI VIOLENZA: L’ASCOLTO CHE NON C’E’

Di Maria Grazia Apollonio


Quando arriva al Centro Antiviolenza insieme alla sua mamma, Simone ha 9 anni. E’ confuso e spaventato. Ha da poco raccontato alla mamma che il papà “lo tocca sul pisellino” e che gli chiede di toccarlo. Questo racconto ha dato la forza alla mamma, Milena, di allontanarsi dal compagno, dopo anni di violenze sopportate perché non voleva “privare Simone di un padre”, “perché dopo lui chiedeva scusa e prometteva di cambiare”, “perché dopo per un po’ si comportava bene”, “perché la minacciava di portarle via tutto, di rovinarla e soprattutto di portarle via il bambino”….

Simone assisteva, terrorizzato ed impotente.

Come spesso accade quando i bambini arrivano al Centro Antiviolenza, smarriti e bisognosi di confronto e di prospettive future, Simone inizia a raccontare: ricorda le botte che il papà dava alla mamma, la propria paura e la propria rabbia, ma anche il senso di colpa “perché io non facevo niente”. Il bambino ricorda che quando si arrabbiava il papà urlava tanto anche contro di lui e …“ io allora cercavo di stare buono, di non farmi vedere…”. Ricorda che poi una sera, stranamente, il padre aveva iniziato a recarsi in camera sua per dargli la buonanotte e questo gli aveva fatto piacere: il papà gli dedicava delle attenzioni, si fermava a parlare un po’ con lui… finché una sera aveva iniziato ad accarezzarlo in modo strano, prima sulla gamba, poi sempre più su, “fino al pisellino…io avevo paura, non capivo bene…provavo tanta vergogna”.

Mi colpisce sempre tanto vedere quanto i bambini riescano ad aprirsi e a parlare delle violenze che subiscono quando si sentono in un contesto sicuro e si sentono ascoltati, quanto siano capaci di descrivere i fatti e di rappresentare le loro emozioni, seppur confuse e difficili da dire, quanto bisogno – quasi un’urgenza – abbiano di condividere e di confrontarsi, quanto, evidentemente, i loro silenzi siano determinati da orecchie sorde e insensibili.

Solo “dopo tanto” il bambino trova il coraggio di parlare con la mamma: “un tanto” che Simone non riesce a quantificare, un tanto che è un troppo di silenzio, di fatica, di vergogna. Ecco che a Milena si svela il significato di quel tempo che il marito trascorreva con il figlio alla sera, un tempo che lei aveva interpretato come un genuino tentativo da parte del padre di riavvicinarsi al figlio, un tentativo accompagnato da un sorprendentemente lungo periodo di pace in famiglia. Milena si sente stupida e colpevole: non ha saputo accorgersi, non ha saputo proteggere Simone… anche se ha saputo ascoltarlo e credergli quando il figlio ha iniziato a rivelare l’abuso, anche se ha saputo attivarsi di fronte alla sua richiesta di aiuto.  Aiutata dal Centro Antiviolenza, Milena denuncia quanto raccontato da Simone (e io a mia volta denuncio quanto a me riferito) e i maltrattamenti da lei stessa subiti.

Vivono poi per 6 mesi in Casa Rifugio, mesi in cui il papà non si fa vivo, non li cerca; mesi di limbo in cui non si sa praticamente nulla del procedere delle indagini e dell’esito della segnalazione alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni; mesi in cui i servizi “non possono fare nulla, non avendo alcun mandato” e, in attesa del probabile avvio di CTU, nessun intervento di ascolto e di sostegno viene attivato a favore di Simone, se non quello, importante ma “non autorizzato”, che prosegue presso il Centro. Mesi in cui Simone e Milena continuano a raccontarsi e iniziano a stare meglio.

Arriva la comunicazione dell’inizio della consulenza tecnica disposta per valutare se Simone potrà sostenere l’incidente probatorio: il papà nomina una propria consulente di parte e Milena (e noi con lei) cerca disperatamente una propria consulente. L’avvocato sconsiglia che sia io che già ho conosciuto ed ascoltato il bambino. I colleghi che a volte collaborano con noi sono tutti impegnati e non è facile trovarne che lavorino in gratuito patrocinio (ovvero pagati poco e tardi…)…ma alla fine la troviamo.

La consulente di parte del papà chiede e ottiene dal giudice di presenziare direttamente ad ogni colloquio, compresi quelli con Simone che pertanto verrà visto da tre persone contemporaneamente!!

Improvvisamente il papà inizia a cercarlo, a presentarsi davanti alla scuola, a recarsi alle lezioni di chitarra, per dire a Simone che “gli vuole bene, che gli manca”, noncurante delle manifestazioni di paura e di disagio espresse dal bambino. Milena chiama le forze dell’ordine che “non possono fare nulla perché non c’è alcun divieto”, il Centro Antiviolenza segnala e riporta il malessere espresso da Simone sollecitando il già più volte richiesto ordine di protezione…ma non accade nulla.  Di fronte alle incursioni paterne Simone è agitato, spaventato, sta male.

Finché Tribunale Civile emette un decreto che prescrive che Simone “possa” vedere il papà in un contesto di visite protette. Da un lato questo provvedimento fa cessare le incursioni paterne a scuola, dall’altro ci allarma: è in corso la CTU, quale effetto potrebbe avere per Simone incontrare (seppur in un contesto protetto) il papà? Vero che comunque, suo malgrado, lo sta vedendo, ma è altrettanto vero che ora gli “incontri” durano poco, il tempo per Simone di rifugiarsi dalla mamma e di allontanarsi rapidamente e soprattutto non sono incontri che avvengono con il beneplacito del mondo adulto: cosa significherebbe per Simone sapere che per la comunità adulta, che dovrebbe proteggerlo e tutelarlo, può incontrare il papà? Può venir esposto, certo non più a violenze ed abusi, ma forse a pressioni psicologiche, fatte anche solo di sguardi, mezze parole, fatte della fatica e dell’ansia di trovarsi nella stessa stanza con chi, sulla base dei suoi racconti, lo ha raggirato, tradito, usato? Per di più in un momento in cui già deve affrontare la fatica di confrontarsi con la CTU e di parlare davanti a tre persone estranee che lo ascoltano.

E’ una grande fatica anche quella che sosterremo noi del Centro Antiviolenza per convincere il Servizio Sociale a rinviare l’eventuale inizio delle visite protette per evitare che coincidano con la valutazione della CTU: l’assistente sociale si dice d’accordo, ma dice anche di avere l’obbligo di adempiere al decreto, tanto più che il papà ora chiede pressantemente.

E il superiore interesse del minore?

Ah si, il decreto prevede anche un immediato sostegno psicologico a favore di Simone, ma “è in corso la CTU e quindi è meglio non rischiare di inquinare il percorso”.  Dunque, non si rinviano le visite protette chieste dal padre, anche se disturbano ed inquietano il bambino, mentre si rinvia il sostegno psicologico perché interferirebbe con la valutazione peritale!

La CTU si conclude rapidamente, dopo 2 colloqui con i genitori e 3 colloqui con il bambino. Simone qualcosa racconta…ma la conclusione è presto detta:  “sembrano scenari presi in prestito”, appare forte “la suggestione materna”, la violenza che Simone ha subito non è diagnosticata con chiarezza  …  A noi del Centro sembra strano: dopo numerosi colloqui con Milena ci raffiguriamo un donna confusa, traumatizzata, ma semmai speranzosa che quanto svelato dal figlio non sia vero e tentata di recuperare il noto e collaudato copione del perdono e della minimizzazione; ci sembra strano anche che si parli di suggestione senza aver somministrato a Simone alcun test che ne valuti la suggestionabilità; ci sembra strano che non si tenga conto che il bambino è stato alla presenza di ben tre consulenti ed in un periodo di frequenti incursioni paterne nella vita del bambino… Se Simone ha subito suggestione, l’ha subita da tutta una situazione che l’ha scoraggiato a comunicare: una suggestione “negativa” a non parlare.

Comunque l’incidente probatorio si farà! Seppur dopo diversi rinvii di date e quindi dopo quasi 6 mesi dalla conclusione della CTU.

Pertanto il Servizio sociale non può più rinviare l’avvio degli incontri protetti e questa volta a nulla valgono i ragionamenti sul possibile effetto di tali incontri sull’esito dell’audizione.

Simone non vuole andare agli incontri preparatori alle visite protette. La mamma insiste perché teme che ciò venga letto come una sua resistenza! Agli educatori Simone non dice di non voler vedere il papà e soprattutto non dice il perché. A me racconterà di vergognarsi e di temere di non venir creduto… i suoi vissuti emotivi sono quelli di un bambino traumatizzato?

Ma quando contatto di nuovo l’assistente sociale sento parlare di “ansie materne che contagiano il bambino”…e perché mai Milena non dovrebbe essere in ansia? E perché Simone non dovrebbe provare un’ansia ed una paura genuine?

Nel frattempo (ed è passato circa un anno dalle prime rivelazioni!) il prescritto “immediato sostegno psicologico” “non è opportuno che abbia inizio prima dell’incidente probatorio”.

Noi del Centro Antiviolenza chiediamo un confronto, un incontro di rete…ma ci sentiamo rispondere che la nostra partecipazione in quanto “associazione di parte” lederebbe il diritto del padre.  E finalmente il giorno dell’incidente probatorio arriva, ma il giudice ha un’emergenza, è in ritardo: si fa lo stesso, per poi interrompere e fissare un secondo appuntamento a distanza di qualche settimana. Il secondo appuntamento dura più di 3 ore, Simone è esausto, racconta ma poco, racconta ma non ricorda bene, racconta ma si contraddice…e poi si decide di chiudere perché è davvero troppo stanco e stressato.

Quando esce nel corridoio incontra il papà “che sta telefonando”.

Ora si attende l’esito, con poco ottimismo. Nel nostro ultimo incontro, ho ritrovato in Simone lo sguardo smarrito di quando l’avevo conosciuto, l’atteggiamento bisognoso di conferme e di rassicurazioni, il dubbio di aver sbagliato, di aver fatto le cose male, la paura di non venir creduto e di non essere capace di spiegarsi.

La storia di Simone potrebbe essere quella di Viola, di Marina, di Carlo…bambine e bambini per i quali troppo spesso l’ingresso nel contesto giudiziario rischia di diventare un percorso ad ostacoli, nel corso del quale i rivendicati diritti dei grandi sembrano prevalere sui bisogni e i diritti dei piccoli.

Ho scelto di raccontare questa vicenda, solo in piccola parte, per mettere l’accento su quanto ci si preoccupi di evitare suggestioni positive (preoccupazione che andrebbe certo condivisa se non portasse a eccessi lesivi dei diritti dei bambini) e di quanto poco o per niente ci si preoccupi di evitare ben più condizionanti suggestioni negative.

Ci si è facilmente scordati di garantire a Simone il diritto di “testimoniare negli ambienti più favorevoli possibili e nelle condizioni più favorevoli”, di venir tutelato nell’ambito dell’ascolto giudiziario, di essere ascoltato senza ritardi dopo le rivelazioni, il diritto a venir preparato al procedimento giudiziario ed alla testimonianza.  Ci si è scordato di quanto prescritto da Convenzioni internazionali pur ratificate in legge dallo stato italiano (Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti del fanciullo, Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, Direttiva del Parlamento Europeo relativa alla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile….).

Ci si è scordati delle numerose ricerche che dimostrano quanto preparare un bambino alla testimonianza e sostenerlo psicologicamente nel corso dell’iter giudiziario, lungi dal rischiare di suggestionarlo e alterarne i ricordi, incrementi la capacità mnemonica, riduca la suggestionabilità e abbassi i livelli di stress[1], aumentando la possibilità di ottenere un racconto veritiero ed efficace[2],[3],[4].

Ci si è scordati di garantire a Simone il diritto e il bisogno alla cura, pur prevista da diverse convenzioni[5].

Le istituzioni  tendono a scivolare su posizioni adultocentriche, su atteggiamenti di non ascolto, così distanti dalla fatica, dall’impegno e dalla sofferenza richiesti per accogliere empaticamente i bisogni dei bambini abusati.

[1] Saywitz Karen J (1987), Children’s Testimony: Age-Related Patterns of Memory Errors, Children’s Eyewitness Memory, pp.36-52.

[2] Teoh Y. S., Lamb M. E. (2010), Preparing Children for Investigative Interviews: Rapport Building, Instruction, and Evaluation, in “Applied Developmental Science”, 14 (3), pp. 154-63.

[3] Lamb M. E. et al. (2007), A Structured Forensic Interview Protocol Improves the Quality and Informativeness of Investigative Interviews with Children: A Review of Research Using the NICHD Investigative Interview Protocol, in “Child Abuse & Neglect”, 31 (11-12), pp. 1201-31.

[4] Agnoli F., Ghetti S (1995), Testimonianza infantile e abuso sessuale”, in Età Evolutiva, 52, pp. 66-75

[5]   Convenzione di Lanzarote, art.14

Convenzione sui Diritti del Fanciullo, New York, 1989, art.3

Convenzione del Consiglio di Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, Convenzione di Istanbul (art. 26) – 2011, ratificata in legge dallo stato italiano n.77, 27.06.2013

1 Comment

  • Un articolo,chiaro,vero,una testimonianza della doppia ,reale vittimizzazione alla quale un bambino,figlio,viene sottoposto e tutto partendo dal presupposto che è la vittima che deve provare in modo congruo e convincente di esserlo…al reo x diritto di difesa è concessa anche la menzogna…e di nuovo chiedo e pongo la domanda che da anni,anche dopo 20 anni come magistrato onorario minorile continuo a chiedere…e il garantismo x il minore vittima? e la tutela dilatata fra la burocrazia che lo vede parte? e il convincimento che in ognuno di questi bambini vi sia una mente perversa?…quale mito invischiante,prodotto dalla sessualità malata degli adulti e garantista della legge può vedere questi piccoli ,sempre e comunque come mostri cannibalici di adulti teneri e desiderosi di dare piacere ai piccoli corpi ,innocentemente…ormai un dolore senza piu’ parole…ma ancora tanta forza di denunciare e lottare.

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