VELENO: UN PODCAST ILLUSIONISTA

Di Martina Davanzo, Claudio Foti


È uscita, dopo parecchi mesi, la nuova e ultima puntata di “Veleno”, il podcast di Repubblica incentrato sulla ricerca della “verità” del caso Mirandola.  Dal cappello di Pablo Trincia  sembra venga estratta la prova che gli abusi non sono mai esistiti. L’ultima puntata è nata, come dicono gli ideatori, dalla necessità di dar voce alle due bambine, ormai donne, che hanno deciso di raccontare la loro verità: una di loro che non ha mai parlato “Sonia” ed una  “Marta” che, ascoltando le puntate precedenti di “Veleno”, ha visto sorgere  dentro di sé travolgenti dubbi in merito alla storia raccontata.

Innanzitutto c’è da chiarire una cosa: una bambina, “Sonia”, che all’epoca non ha mai parlato, non ha sicuramente dato a quel tempo un apporto alla definizione della verità processuale; pertanto se allora non ha contribuito ad aumentare le prove a carico degli imputati,  oggi non contribuisce certo ad una diversa ricostruzione della vicenda. La seconda “testimone” della puntata, “Marta”  dice che in seguito all’ascolto della serie ha iniziato a dubitare che la storia da lei inventata fosse vera, mentre all’epoca avrebbe ceduto alle pressioni dei professionisti mettendo in piedi una realtà fittizia e immaginaria.

La serie “Veleno” ha in qualche modo scosso la coscienza di molti cittadini, com’era prevedibile sin dall’inizio: la terribile storia di 16 bambini allontanati dalle loro famiglie d’origine da un intervento dei servizi sociali e della magistratura a seguito di accuse di abusi sessuali e di abusi rituali e i racconti di genitori presentati come innocenti che si sarebbero visti rovinare la vita dalle istituzioni. Come potrebbe non scattare una comprensibile identificazione con le vittime che, a detta di “Veleno”, sono i genitori? Qualsiasi genitore, immaginando che una tale disgrazia possa capitare a lui inorridirebbe di fronte ad un tale scempio e si schiererebbe immediatamente dalla parte dei genitori “vittime”.   Attenzione però: l’accertamento giudiziario attraverso i tre gradi di giudizio ha concluso che le vittime di questa vicenda sono i bambini e che gli abusi sessuali sono avvenuti, mentre le prove non sono state sufficienti per la condanna relativa agli abusi rituali. Quindi, se ci vogliamo schierare dalla parte delle vittime, siamo sicuri che siano i genitori?

Al di là del fatto che la giustizia si fa nei tribunali e non con un podcast pubblicato online, vogliamo avere l’onestà di considerare vittima chi gli abusi sessuali li ha subiti e non i presunti perpetratori?

E poi siamo sicuri che questa ritrattazione sia del tutto genuina?  E chi lo stabilisce: due giornalisti?

Non possiamo certo fare diagnosi, ma esprimiamo dei dubbi. “Marta” che si è fatta avanti per raccontare ai giornalisti di “Veleno” la sua nuova verità su ciò che sarebbe avvenuto 20 anni fa comunica la sua versione dell’accaduto senza mai tradire nemmeno l’ombra di una reazione emotiva di dolore, di rabbia o di angoscia, una reazione che invece ci aspetteremmo in una persona che rivede una vicenda infantile sconvolgente come quella che viene raccontata:  una vicenda nella quale questa donna da bambina, in base alla sua nuova narrazione, sarebbe  stata ingannata, tradita, manipolata da chi avrebbe dovuto aiutarla, allontanata – con gravissime conseguenze sulla propria vita – da genitori presentati oggi come innocenti e, tutto sommato, amorevoli.

In verità le ritrattazioni da parte di bambini e di adulti vittime di abusi non sono un evento eccezionale. Al contrario sono un esito piuttosto frequente e analizzato ampiamente dalla letteratura scientifica. http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2018/11/13/linchiesta-veleno-una-bolla-di-sapone-la-verita-della-ritrattazione/

Possiamo escludere a priori che le narrazioni di “Sonia” e “Marta” siano ritrattazioni di vittime di abusi reali non sostenute, non accompagnate nel loro cammino di rielaborazione del trauma? Possiamo escludere che  oggi dopo 20 anni  ci troviamo semplicemente di fronte  a persone che ritrattano un trauma realmente vissuto, spinte da una o più ragioni  tra le  mille possibili che possono determinare una ritrattazione di un abuso subito (pressioni esterne, vantaggi a ritrattare, dissociazione inconscia ecc…)?   Senza contare che un numero maggiore di bambini, oggi divenuti adulti,  continuano decisamente e coerentemente a confermare le loro narrazioni concernenti le violenze patite …

Tuttavia gli autori di “Veleno” hanno ritenuto i racconti delle due donne assolutamente e totalmente credibili senza neppure considerare l’ipotesi alternativa, facendo evidentemente un grande affidamento sulla loro competenza psicologica…

In più la puntata è piena di una serie di incoerenze e contraddizioni: per es.  “Marta” non ricorda assolutamente nulla dell’allontanamento ma ricorda perfettamente le parole dette da tutti i professionisti che l’hanno ascoltata. Viene inoltre presentato come scelta assurda il modus operandi dei servizi che non fecero vedere la madre a entrambe le bambine, quando è prassi di ogni tribunale vietare le visite laddove ci siano elementi che fanno pensare alla dannosità di queste visite e all’esigenza di tutelare i bambini. Viene fortemente condannata la reazione della suora che chiama le forze dell’ordine di fronte alla visita della madre, quando in questi casi la scelta dell’operatrice risulta assolutamente doverosa per rispettare la prescrizione del tribunale finalizzata a proteggere la bambina e ad evitare l’ inquinamento delle prove.  Vengono elencati i contenuti che ricorrono nei racconti dei bambini di Mirandola  e che riguardano gli abusi rituali con un tono quasi derisorio, come se lo scherno fosse strumento sufficiente alla falsificazione di un’ipotesi tutt’altro che rifiutabile ed assurda a priori. La letteratura scientifica infatti e l’esperienza clinica descrivono proprio quei contenuti (per es. abusi sessuali di gruppo,  sacrifici di animali ecc…) che compaiono nelle testimonianze dei bambini di Mirandola come elementi ricorrenti negli abusi di gruppo a sfondo ritualistico e satanico.

Si tratta di contenuti narrativi talmente penosi ed inquietanti che ancora la comunità sociale fa fatica a riconoscere, a credere e ad accettare, nonostante siano stati descritti come abitualmente presenti in queste forme di abuso di gruppo. Evidentemente questi contenuti orribili ci presentano, o meglio ci sbattono in faccia un aspetto del comportamento umano e della mente umana  che preferiamo negare e non considerare.

Anche l’ultima puntata di Veleno, come del resto tutta la serie, è intrisa di valutazioni e congetture psicologiche…  peccato che la serie sia stata fatta da giornalisti e non da psicologi o psicoterapeuti.

“Veleno” continua a dare voce a coloro che si sono opposti alla decisione della magistratura e non già ai bambini, oggi adulti, che non hanno ritrattato ma che, al contrario, hanno confermato le loro posizioni.  Gli autori del servizio giornalistico continuano ad essere parziali ed unilaterali, a perseguire lo scopo di dimostrare che tutto il lavoro dei professionisti e dei giudici impegnati 20 anni fa nella vicenda  sia frutto di una sorta di delirio e che non sia partito da fatti circostanziati, da rivelazioni precise e convergenti,  da situazioni di gravissima sofferenza dei bambini coinvolti.  L’unico intento della serie Veleno è stato quello di squalificare e condannare in modo aprioristico il l’intervento professionale di 20 anni fa.

I giornalisti di “Veleno”  continuano a ricercare lo scontro con gli psicologi e degli assistenti sociali, che operarono allora facendo credere che sia la presunta coscienza sporca di questi professionisti  a tenerli lontani da un incontro con i giornalisti, e non già lo scrupolo professionale che impedisce loro di discutere in piazza del lavoro clinico e sociale svolto.

Continuiamo a pensare che il divario di deontologia professionale presente tra le professioni di cura e quelle di cronaca giochi a favore dei giornalisti che cercano lo scoop, ignorando la privacy e mettendo in dubbio il lavoro persino della magistratura in tre gradi di giudizio, pur di cercare conclusioni sensazionali.

La verità non si paleserà mai ai microfoni di giornalisti prevenuti ed incompetenti in materia di abuso sessuale: i bambini di allora hanno detto la loro e continuano a farlo ancora oggi protetti da coloro che vogliono davvero difendere la loro privacy.

Continuiamo e continueremo a lavorare dalla parte delle vittime di abuso perché ogni giorno ci sono bambini e ragazzi che sperimentano un tale inferno , vivendo l’ambivalenza tra l’attaccamento ai genitori a cui sono legati e il rifiuto dell’inaccettabile e rovinosa realtà degli abusi perpetrati dagli stessi genitori.  Questo conflitto lacerante produce incertezza e confusione nelle vittime e fa apparire, ad uno sguardo incompetente, le piccole vittime come dei bugiardi.  Che poi talvolta l’ambivalenza delle vittime possa esitare nella ritrattazione è un’amara e documentatissima  verità, che non cancella,  ma comprova il danno enorme e prolungato del coinvolgimento dei minori in attività sessuali con gli adulti.

La storia di Mirandola è l’esempio della presenza di processi psicologici di difesa e reazione che nascono nelle vittime dall’aver vissuto l’inferno sulla terra e spingono i potenziali testimoni all’incredulità e alla negazione. La serie di “Veleno” dimostra il costante rischio di sminuire il fenomeno dell’abuso sessuale nella sua pericolosità, e rappresenta il tentativo di nascondere tale consapevolezza, come polvere, sotto il tappeto.

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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