SERVIZIO SOCIALE E AIUTO ALLE VITTIME CHI HA PAURA DEL BUON SAMARITANO?

Di Francesco Monopoli


Per molte correnti di pensiero il Servizio Sociale non è istituzionalmente ed economicamente in grado di occuparsi della sofferenza traumatica degli utenti. Chi sostiene questa posizione – anche tra gli operatori dei servizi – evidentemente nega l’affermazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per cui la violenza è il “principale problema di salute pubblica” della nostra società.  Chi sostiene questa posizione intende ridimensionare la portata operativa e il ruolo che l’Assistente Sociale può svolgere nei confronti dei bambini vittime di maltrattamento e di abuso.

Si attiva spesso una forma di svalutazione o di auto valutazione della professione secondo cui solo chi ha una formazione di tipo psicologico, medico o giuridico può aiutare le vittime di traumi e dunque l’operatore sociale e/o l’istituzione del Servizio non potrebbe fare altro che delegare ad “altro operatore più specializzato” la gestione di situazioni tanto complesse.

Tutta la discussione si concentra sui limiti di bilancio, dei limiti da porre tra l’assistente sociale e l’utente, dei limiti degli interventi possibili, dei limiti delle comunicazioni che risulterebbero spesso incredibili e non meritevoli di attenzione … E così si arriva all’estrema soluzione difensiva di arrivare a dimenticarsi della storia di sofferenza di cui è portatore quel bambino/a ragazzo/a vittima di abuso o maltrattamento.

Si determina la singolare situazione per cui l’istituzione e la società scoraggino o colpevolizzino l’operatore/il Servizio che decide di dare spazio mentale, di risorse e operativo al lavoro con la sofferenza traumatica e ai soggetti vittime di violenza.

Recentemente mi è capitato di riflettere su una frase che più volte ho ascoltato da chi sostiene la necessità di ridimensionare l’impegno sociale con le piccole vittime di maltrattamento e d’abuso, per evitare un eccessivo dispendio di energie e costi personali, formativi e di tempo lavoro.

Mi è stato detto che il servizio sociale non deve essere un buon samaritano, intendendo con questa figura evangelica una  persona pia e un po’ masochista che non ha nulla di meglio da fare che il prendersi cura di tutti i problemi del mondo, quasi “andandosela a cercare”, senza un confine tra la sua vita e quella degli altri, ma anzi con un certo piacere masochistico nell’occuparsi di cose penose.

Sono andato a rileggere la parabola per riflettere su questa similitudine.

« Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. »

Colpisce che la vittima viene descritta come “mezzo morta”. Voglio identificare nei briganti gli autori di reato a carattere violento e sessuale, nell’aggredito la vittima, nel sacerdote/levita l’istituzione evitante, nel samaritano l’istituzione che si assume l’impegno ad essere testimone soccorrevole, nell’albergatore l’istituzione competente.

Tutte le Istituzioni che tutelano l’infanzia (Servizi sociali, Servizi Sanitari, Centri pomeridiani) e gli operatori che a vario titolo vi prestano opera (Assistenti Sociali, Psicologi, Educatori, Neuropsichiatri, ecc) razionalmente si sentono naturalmente portati a identificarsi nella compassione del testimone soccorrevole che interviene per aiutare la vittima che rischia di non sopravvivere.

Per tanto possono  provare rabbia e sdegno nei confronti dei rappresentanti dell’istituzione evitante che rischiano di lasciar morire la vittima e di andare avanti sulla propria strada, pur rendendosi perfettamente conto della rischiosa sofferenza traumatica della persona.

Ma questa autorappresentazione da parte delle istituzioni sociali preposte alla cura spesso non è realistica: a fronte della realtà terribile di un bambino abusato è molto più facile assistere ad una pratica per cui, invece di riconoscere l’urgenza dell’intervento di assistenza e di cura, rischia di prevalere un dibattito intellettuale ed autocentrato per comprendere il perché la vittima sia incappata nei briganti, su quali ombre si aggirino nella vita della vittima, sulle ragioni sociali, politiche, economiche, ecc si sia verificato tale evento.

E allora si finisce per sviluppare una riflessione lontana e colpevolizzante verso le vittime, si finisce per chiedersi se questo bambino era già deprivato, svantaggiato, se aveva un brutto comportamento, se tutto sommato un po’ se lo è andato a cercare questo abuso e/o se tutto sommato “ci sta nella propria cultura d’origine”.

Con altrettanta puntualità il sistema istituzionale burocratico si adopera per chiedere come mai questa persona non faccia nulla per cambiare la propria situazione di “mezzo morto”, cercando una sorta di ulteriore corresponsabilità (“com’è che non ha chiesto aiuto prima?” “com’è che difende il padre abusante?”)

Una vittima di traumi vive una vita apparentemente normale, ma portandosi dentro il peso di una esperienza talmente pesante da trasformarlo in un “mezzo morto”. In lui il passato è ancora talmente presente da rendere impossibile la costruzione di un futuro.

Di fronte alle priorità dell’intervento e della cura nei confronti dei soggetti traumatizzati “mezzi morti” l’istituzione evitante dedichi molto spazio al  bisogno di assolvere ai compiti istituzionali. Le preoccupazioni burocratiche hanno la prevalenza: le risorse economiche o le organizzazioni non consentono gli interventi necessari al soccorso della vittima. E così per esempio i percorsi di recupero psicoterapeutici per i bambini  traumatizzati si avviano in ritardo e spesso in modo insufficiente per le esigenze del bambino violato.

Il sacerdote e il levita, pur vedendo l’uomo “mezzo morto”, passano oltre: il dovere sacerdotale da prestare al tempio è decisamente più importante.

Per l’istituzione evitante c’è sempre un motivo per cui passare oltre, per non soccorrere un “mezzo morto”, di cui non si sa nulla e di cui non si sa  neppure se l’intervento di aiuto sarà efficace e porterà ad una qualche possibilità di guarigione dell’assistito.

Per la parabola evangelica il testimone soccorrevole, che s’imbatte con la vittima non ha un ruolo istituzionale, vede e sente compassione: per lui accettare che l’indicibile è accaduto e che è proprio davanti ai propri occhi diventa il primo passo per sentire la responsabilità d’intervenire.

Il samaritano versa olio e vino nelle ferite dell’assalito. Questo dato nella cultura dell’epoca significava dare tutto ciò che di più prezioso si aveva con sé.

Certamente il testimone soccorrevole avvicinandosi alla sofferenza indicibile dell’abuso, della violenza, provandone compassione può attivare innanzitutto un primo momento di accoglienza, di tutela e di messa in sicurezza.

Ma questa prima azione di assistenza, per quanto indispensabile,  non è sufficiente a consentire alla vittima di guarire, di uscire dalla propria condizione di “mezzo morto”. Effettivamente non penso che vino e olio abbiano guarito le profonde ferite del corpo del viandante.

Il buon samaritano non teme di contare quanto tempo o denaro occorra perché la vittima possa uscire dalla propria condizione di “mezzo morto”. Lo porta in un albergo, non pretende che tutto passi dal proprio desiderio onnipotente di “salvare la vittima”.

Fuor di metafora, il testimone soccorrevole non si ferma al primo necessario intervento  di soccorso, perché sin da subito si rende conto che occorre qualcosa di più organizzato, che occorre portare la persona presso un’istituzione competente che sa come prendersi cura della vittima, attivando una rete su un progetto complessivo sociale e terapeutico a favore del bambino, senza dare priorità considerazioni burocratiche ed economiche. Certamente il servizio sociale  mantiene un ruolo di coordinamento e supervisione, fornisce indicazioni, scommette che quella della vittima possa tornare ad essere pienamente viva, senza mettere il centro il proprio ego istituzionale salvifico.

 

E allora mi domando cosa ci spinge a disprezzare il personaggio del Samaritano, quasi con sprezzante sarcasmo, riservando questa metafora a colui che “se la va a cercare” e a complicarsi la vita…

Rivendico il diritto ad essere Samaritani, perché ogni operatore del Servizio Sociale possa imparare a sapere vedere ciò che nel mondo accade, riuscendo a non passare oltre e accettando  di farsi disturbare dalla realtà inquietante, diffusa e radicata socialmente della violenza sui bambini, sulle donne, sui deboli,ecc

Occorre impegnarsi perché il sistema degli interventi non sia autoreferenziale e guidato da logiche meramente economiche e burocratiche, ma diventi capace di contribuire al cambiamento delle vite “quasi morte” delle persone traumatizzate, senza essere guidati da deliri di salvezza, ma neanche dal cinismo di chi attende tempi migliori per provare ad impegnarsi.

Si tratta di evitare che la compassione del Samaritano sia confusa con il pietismo di chi si accontenta di dare un primo soccorso senza curarsi di ciò che sarà della vittima, senza occuparsi dell’aiuto competente necessario alla rielaborazione e al superamento della sofferenza traumatica. Si tratta soprattutto di evitare  che l’istituzione anziché attivare “buoni samaritani” rischi di comportarsi alla stregua di quei briganti che tanto ci sentiamo di condannare o deprecare.

 

 

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