FIRMA LA LETTERA APERTA SU “VELENO”: UNA RICOSTRUZIONE CONFUSIVA CHE DISTORCE I FATTI PER DIMOSTRARE UNA TESI PRECOSTITUITA

Firma per aiutare le vittime degli abusi di Mirandola e di ogni paese.
Firma per contrastare chi nega le violenze sui più piccoli.
Firma per impedire che venga messa una pietra sopra la verità degli abusi sessuali sui bambini.

 

 

  1. Un’indagine coinvolgente a senso unico

La nuova puntata di “Veleno”, pubblicata il 12 novembre 2018 su Repubblica, ha suscitato attenzione nei media e nell’opinione pubblica, soprattutto nel modenese e nel reggiano, riproponendo il tentativo di contestare, a distanza di 20 anni, gli esiti di un’indagine giudiziaria che sul finire degli anni novanta portò ad accertare una serie di pesanti reati a sfondo sessuale ai danni di bambini, compiuti nella zona di Massa Finalese e Mirandola.

La serie “Veleno” ha in qualche modo scosso la coscienza di molti cittadini con la sconvolgente storia dei 16 bambini allontanati dai loro genitori da un intervento dei servizi sociali e della magistratura  e con la narrazione dei suddetti genitori presentati come figure assolutamente innocenti, che si sarebbero visti rovinare la vita dalle istituzioni. Qualsiasi genitore, immaginando che una tale disgrazia possa ricapitare, non può che inorridire all’idea che i servizi e la magistratura possano ripetere un tale scempio anche ai suoi danni e dunque non può che schierarsi immediatamente dalla parte dei genitori “vittime”. Ma siamo sicuri che le vittime di allora furono i genitori? Siamo sicuri che sia l’accertamento degli abusi sia stato il risultato di una sorta di delirio istituzionale e che non sia partito da fatti circostanziati, da rivelazioni precise e convergenti, da situazioni di gravissima sofferenza dei bambini coinvolti?

“Veleno” presenta una nuova ricostruzione romanzata della vicenda, accompagnata da musiche, pause, suspence, enfasi e uno stile recitativo che cattura molto bene l’ascoltatore e lo porta ad empatizzare con i genitori, da cui i figli furono allontanati. Una serie podcast coinvolgente, una bella trama con il colpo di scena finale della ritrattazione da parte di una donna che un tempo fu tra i testimoni che rivelarono gli abusi: tutto ciò finisce per colpire e confondere l’ascoltatore, gettando nebbia sull’accaduto, sottraendo informazioni fondamentali sulla vicenda e portandolo alla conclusione predefinita che “fu tutta una montatura”!

Noi non possiamo entrare in modo dettagliato nel merito specifico di un processo troppo lontano e troppo complesso per essere oggetto di valutazioni superficiali. Per farlo occorrerebbe un’indagine e una ricostruzione approfondita, sul piano storico, psicologico e giudiziario che è al di sopra della nostra portata.

Ciò che affermiamo è che se si vuole riaprire una discussione su quel che è accaduto occorre farlo in maniera seria e non a partire dal presupposto ideologico ed aprioristico che tutti i bambini ascoltati furono bugiardi, tutti gli psicologi e gli assistenti sociali che si attivarono incapaci o deliranti, che tutti i giudici coinvolti in tre gradi di giudizio presero un abbaglio. Non si può partire da un assioma da dimostrare a tutti i costi, con un’indagine a senso unico che esclude in partenza gli elementi che provarono l’esistenza di quegli abusi.

Sarebbe come uno storico che volesse individualmente ricostruire la storia del nazismo a partire dall’assioma che le camere a gas sono state un’invenzione della propaganda sionista e per dimostrarlo raccogliesse a senso unico le documentazioni e le testimonianze favorevoli alla sua tesi precostituita.

 

  1. Un dato irriducibile di realtà: tre gradi di giudizio, plurime sentenze di condanna

Se si vuole aprire una discussione sulla vicenda di Mirandola, non si possono stravolgere i fatti. E non si può accreditare l’idea di una totale assenza di prove circa gli abusi sessuali contestati, né si può spettacolarizzare il dolore delle famiglie che si sono viste private dei propri figli, presentandole come se fossero state all’oscuro di tutto.

Un dato di realtà innegabile è che l’inchiesta giudiziaria condusse a plurime sentenze di condanna, fondamentalmente confermate sino in Cassazione, salvo che per alcuni imputati.

Il procedimento si svolse per anni secondo le regole garantiste dello stato di diritto, mirante a verificare il fondamento della prova. L’accertamento giudiziario attraverso i tre gradi di giudizio ha concluso che le vittime di questa vicenda sono i bambini e che gli abusi sessuali sono avvenuti, mentre le prove non sono state sufficienti per la condanna, formulata nel primo grado, relativa agli abusi rituali. Il rigore del processo è dimostrato tra l’altro dal fatto che sono state scartate alcune ipotesi accusatorie, mentre è stata accertata in via definitiva la commissione degli abusi sessuali da parte dei genitori.

Questa condanna in Cassazione può essere contestata, ma non si può ignorare che è stata assunta sulla base di una valutazione della credibilità dei bambini e sulla base di una massa di informazioni, rivelazioni, documentazioni, dati clinici, testimonianze coerenti e convergenti, passati attraverso un filtro di decine di psicologi, assistenti sociali, giudici.

 

  1. La valutazione dell’abuso richiede competenze psicologiche

Se si vuole aprire una discussione sul fondamento delle denunce di abuso sessuale occorre farlo con strumenti scientifici e non con suggestioni giornalistiche. Non sembra ci sia negli autori di Veleno una comprensione ed una preparazione sul tema dell’abuso sessuale, al di là del loro desiderio giornalistico di fare uno scoop. Si noti questo scambio di battute tra i due autori di “Veleno”:

  • Pablo Trincia: Che dici?
  • Alessia Rafanelli: mmmm… Io non direi mai che è un pedofilo. (Episodio 3).

È qui sottesa un’idea rozza per cui chi abusa dei propri figli debba avere un determinato aspetto, una sorta di physic du role. In realtà un pedofilo può fare l’insegnante piuttosto che il sacerdote e saper mostrare sulla scena sociale una parte del Sé funzionante e capace di ottime prestazioni relazionali ed anche empatiche, riuscendo a mascherare abilmente la propria parte perversa. La pedofilia a differenza del morbillo non si evidenzia sulla scena sociale. La scarsa preparazione degli autori di Veleno sul tema dell’abuso è dimostrata poi dal tentativo ingenuo di far emergere l’innocenza degli imputati di allora dalla loro narrazione, come se ci si potesse basare sulle dichiarazioni di coloro che sono stati condannati per abusi per valutare l’accaduto. Nelle sezioni carcerarie in cui si trovano i sex offenders il 90% dei reclusi si dichiara innocente, ma da qui non possiamo dedurre che tutti i detenuti siano vittime di ingiustizie giudiziarie.

Si noti per es. questo brano di intervista nell’Episodio 1 di Veleno:

  • (Trincia) Tu sei un pedofilo?
  • Assolutamente no, non lo sono, mai stato
  • (Trincia) Sei mai stato nei cimiteri a compiere riti satanici sui bambini?
  • Assolutamente no.

Chiedere ad una persona se ha abusato dei propri figli non è un buon metodo per diagnosticare la presenza di una componente perversa. I soggetti pedofili o abusanti sono specializzati nella negazione, hanno un bisogno profondo di ricorrere al “diniego” della realtà non solo per ragioni giudiziarie, ma per più profonde ragioni psicologiche.

 

  1. L’accertamento della commissione dei reati si compie nelle aule di giustizia

Se si  vuole avviare la revisione di un processo occorre portare nuove prove e nuovi testimoni per far sì che la magistratura si pronunci nel merito. Non ci si può basare soltanto sul cambiamento della versione dei fatti da parte di un vecchio testimone. Se questo fosse possibile, qualsiasi imputato condannato potrebbe esercitare una pressione su un testimone rilevante, non solo prima ma anche dopo la conclusione del processo. Non è sufficiente un servizio giornalistico “innocentista” per chiedere una revisione della sentenza definitiva. Altrimenti qualsiasi imputato potrebbe finanziarsi un’inchiesta giornalistica per puntare a questo obiettivo e i tre gradi di giudizio potrebbero facilmente moltiplicarsi.

Come ha affermato la Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati, anticipando profeticamente la più recente ritrattazione da parte di una testimone:  “È necessario ricordare che l’accertamento della commissione dei reati si compie nelle aule di giustizia e non può essere rielaborato in contrasto con giudicati penali di condanna e, soprattutto, dando voce, senza alcun contraddittorio, ad alcuni testi e protagonisti della vicenda, alcuni dei quali anche condannati in via definitiva per delitti gravissimi, la cui repressione si fonda proprio sulla formazione della prova nell’immediatezza dei fatti a garanzia della sua genuinità, al fine di evitare la reiterazione nel tempo dei traumi, proteggere i testimoni da successive pressioni ed episodi di ritrattazione non certo infrequenti, nei casi di reati in danno di minori.”

 

  1. È mancata la correttezza e il rispetto dei bambini traumatizzati di un tempo

Se si vuole aprire la discussione sul caso di Mirandola è necessario mettersi una mano sulla coscienza e farlo senza rischiare di rivittimizzare ulteriormente le vittime e i testimoni di allora. Non si possono esercitare pressioni sui testimoni di un tempo, oggi divenuti adulti, comparendo nella loro vita e sollecitandoli con interviste forzate a riattraversare i fatti e le emozioni di un passato infantile in ogni caso sconvolgente e traumatico (Episodio 7). Le vittime di questa vicenda non sono state prese in considerazione con correttezza e rispetto da questa inchiesta. I giornalisti di Veleno hanno liquidato le testimonianze di allora, come se tutti gli intervistatori fossero suggestivi e manipolativi e tutti i bambini intervistati deliranti. Non solo! Non hanno evidenziato che quei bambini alle parole fecero seguire i fatti: per lunghi anni, pur avendone la possibilità, hanno rifiutato qualsiasi contatto con la famiglia d’origine e hanno evitato anche solo di informarsi sulla vita dei propri genitori.

Contestualmente è mancata la correttezza e il rispetto anche per gli operatori che furono coinvolti dalla vicenda di 20 anni fa. I giornalisti di “Veleno”  continuano a ricercare lo scontro con gli psicologi e degli assistenti sociali, che operarono allora facendo credere che sia la presunta coscienza sporca di questi professionisti  a tenerli lontani da un incontro con i giornalisti, e non già lo scrupolo professionale che impedisce loro di discutere in piazza del lavoro clinico e sociale svolto.

 

  1. Non si possono liquidare con lo scherno le testimonianze rese un tempo dai bambini vittime degli abusi

Se si vuole aprire una riflessione sugli abusi sessuali di gruppo a sfondo rituale e satanico, bisogna farlo in modo serio. In questa vicenda il procedimento giudiziario non ha raggiunto in Cassazione la certezza sul fondamento della prova di tali abusi, ma in ogni caso, se vogliamo affrontare correttamente il problema, non si può dedurre automaticamente dai contenuti sconvolgenti ed impensabili di quelle narrazioni o di altre narrazioni in vicende analoghe, la prova che tali abusi non possano esistere.

Un conto è valutare sul piano giudiziario  se le prove siano sufficienti per affermare la presenza di abusi rituali in una certa vicenda, un conto è pensare di liquidare il problema con lo schermo, presentando come inevitabilmente assurdi o deliranti i contenuti narrativi riguardanti abusi rituali. Si ascolta nell’Episodio 5 di Veleno:

“Le coltellate al cuore? Non vi ricorda l’incontro tra la matrigna di Biancaneve e il cacciatore?”, “Persone mascherate che fanno rituali? Per esempio in Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrik.”, “Sangue da bere? Tutti sappiamo chi era il Conte Dracula”. (Episodio 5)

La logica è questa: visto che i bambini sono condizionati dall’immaginario collettivo (peraltro lo sono anche gli adulti!), allora il racconto di abusi rituali o satanici non può che essere frutto di fantasia. In verità denunce di questa tipologia di violenza sono innumerevoli e si sono prodotte in tutto il mondo con forti analogie nei contenuti della narrazione e delle sintomatologie delle vittime di questi abusi. E la letteratura e la cronaca documentano la presenza di una tradizione satanica nel nostro paese. Peraltro c’è un rapporto stretto tra l’immaginario collettivo e la realtà storica degli abusi di gruppo. Gli scenari che negli abusi di gruppo possono venire utilizzati riprendono inevitabilmente temi dell’immaginario collettivo: gli abusi di gruppo ritualistici, satanici o di altra natura servono quasi sempre a produrre materiale pedopornografico che poi comparirà in rete. E risulta evidente che la pornografia sia per adulti che per bambini utilizza abitualmente scenari e travestimenti  che appartengono all’immaginario collettivo (per es. nelle festività natalizie gli scenari pornografici possono fare riferimento a Babbo Natale e nei video a sfondo sadico è frequente e il ricorso a personaggi mascherati o vampireschi appartenenti al mito, alla fiaba, o al cinema).

 

  1. L’ultima puntata di “Veleno” non dimostra nulla. Le vittime possono ritrattare.

L’ultima puntata di “Veleno” è nata, come dicono gli ideatori, dalla necessità di dar voce alle due bambine, ormai donne, che hanno deciso di raccontare la loro verità. La prima “Marta” dice che in seguito all’ascolto della serie ha iniziato a dubitare che la sua rivelazione fatta nell’infanzia fosse vera: all’epoca avrebbe ceduto alle pressioni dei professionisti mettendo in piedi una realtà fittizia e immaginaria. Anche noi esprimiamo qualche dubbio. “Marta” non ricorda assolutamente nulla dell’allontanamento ma ricorda perfettamente le parole dette da tutti i professionisti che l’hanno ascoltata. Questa donna  che si è fatta avanti per comunicare ai giornalisti di “Veleno” la sua nuova verità su ciò che sarebbe avvenuto 20 anni fa racconta la sua vicenda infantile senza mai tradire nemmeno l’ombra di una reazione emotiva di dolore, di rabbia o di angoscia, una reazione che invece ci aspetteremmo in una persona che riattraversa una vicenda infantile tanto sconvolgente come quella che lei stessa oggi racconta:  una vicenda nella quale questa donna da bambina, in base alla sua nuova narrazione, sarebbe  stata ingannata, tradita, manipolata da chi avrebbe dovuto aiutarla, allontanata – con gravissime conseguenze sulla propria vita – da genitori presentati oggi come innocenti ed amorevoli.

Possiamo escludere a priori che la narrazione di “Marta” sia la ritrattazione di una violenza realmente patita? I processi si fanno nel contesto giudiziario, così le diagnosi si possono effettuare solo in un contesto psicologico adeguato. Non è possibile dimostrare, ma neppure escludere che  ci troviamo di fronte  ad una persona che ritratta un trauma realmente vissuto, spinta da una o più ragioni  tra le  mille possibili che possono determinare la ritrattazione di un abuso subito (pressioni esterne, vantaggi economici, sociali oppure psicologici a ritrattare, dissociazione inconscia ecc)?

La ritrattazione è un comportamento tutt’altro che raro nelle vittime di esperienze traumatiche infantili (http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2018/11/13/linchiesta-veleno-una-bolla-di-sapone-la-verita-della-ritrattazione/). La ritrattazione è un comportamento ampiamente studiato dalla letteratura scientifica. In una ricerca rigorosa il 22% dei minori abusati compie una ritrattazione parziale o totale nel proprio percorso di narrazione. La ricerca prende in considerazione la testimonianza di 116 casi di minori abusati nei quali l’abuso è stato accertato in sede giudiziaria (l’imputato ha confessato, oppure è stato condannato, oppure ancora ci sono referti medici che comprovano inequivocabilmente l’abuso). La ritrattazione è una scelta difensiva assolutamente comprensibile e addirittura necessaria, nel caso frequentissimo, in cui la vittima dopo l’interruzione della violenza, viene lasciata da sola, non viene accompagnata in una rielaborazione della penosissima vicenda traumatica da lei vissuta e viene nuovamente esposta alla sfera relazionale d’influenza degli abusanti e alle loro proposte di riaggancio.

 

  1. L’ultima puntata di “Veleno” non dimostra nulla. Le vittime possono dissociare il ricordo del trauma.

Una delle due donne intervistate nell’ultima puntata di “Veleno”, “Sonia”, non avendo parlato quando era bambina, non diede a quel tempo alcun apporto alla definizione della verità processuale; non avendo allora contribuito ad aumentare le prove a carico degli imputati,  oggi non contribuisce certo a smantellare quelle prove.

“Sonia” non parlò 20 anni fa e nega oggi di essere stata vittima di violenza. Non è possibile compiere una valutazione psicologica all’interno di un’inchiesta giornalistica, né possiamo farlo noi. Ciò che possiamo affermare è che non c’è un’unica conclusione che si può trarre dall’intervista di questa donna (per es. che gli abusi non siano avvenuti). Nulla esclude per es. che “Sonia” possa aver dissociato, ieri da bambina e oggi da donna adulta, gli eventi traumatici realmente patiti (http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2018/11/14/linchiesta-veleno-non-dimostra-nulla-la-realta-della-dissociazione/). Senza un esame psicologico non è possibile dimostrarlo, ma non è possibile neppure smentirlo.

La dissociazione è una reazione difensiva molto diffusa tra le vittime di traumi sessuali. Una ricerca condotta su 129 donne con storie di gravissime violenze sessuali per cui avevano dovuto accedere al pronto soccorso (con le visite documentate dalle cartelle cliniche) ha constatato che quando vennero intervistate diciassette anni dopo il fatto, il 38% di queste donne aveva dissociato dalla memoria la violenza, cioè non ricordava assolutamente niente dell’abuso, nonostante tale abuso abbia avuto forme talmente gravi da determinare l’accesso in ospedale.

 

  1. Un’unica ritrattazione, diverse conferme.

Non si può dimenticare che, a fronte di un’unica ritrattazione, ci sono altre quattro vittime che, il 27 gennaio 2018 sulla Gazzetta di Modena, a distanza di anni, hanno pienamente e totalmente confermato le rivelazioni di un tempo, con coerenza rispetto al passato e con una forte convergenza testimoniale:

«Siamo alcuni dei bambini, oggi adulti, che, come si è affermato, furono “rapiti dallo Stato” a seguito dell’ormai ventennale vicenda riguardante i pedofili satanisti della Bassa Modenese. Rassicuriamo tutti… che non ci siamo mai sentiti “rapiti” dalle istituzioni, ma al contrario, da queste tutelati e protetti, né abbiamo mai avuto “padroni”… Infatti non abbiamo pianto né protestato in alcun modo quando fummo allontanati dalle nostre famiglie d’origine, non abbiamo mai chiesto in questi anni di rivedere i nostri parenti naturali, non abbiamo pianto quando abbiamo saputo che qualcuno di loro non c’era più. Avevamo già detto quello che c’era da dire all’epoca dei fatti e non c’era nulla da aggiungere se non dare conferma, come intendiamo fare ora, di ogni nostra dichiarazione».

In un secondo intervento sulla Gazzetta di Modena (23 novembre 2018) gli stessi ragazzi hanno scritto all’autore di “Veleno”:

“Signor Trincia … lei si sbaglia quando dice che noi siamo quelli che credono di essere stati vittime dei reati che all’epoca furono contestati. No, noi non lo “crediamo”, lo “siamo stati”. Se su alcuni di quei reati non furono raccolte le prove sufficienti, non ci possiamo fare nulla ma questo è quanto. Lei si sbaglia quando dice che siamo stati portati via dalle nostre famiglie senza motivo: le possiamo assicurare che i motivi c’erano, eccome, e siamo felici di essere stati allontanati da loro, che ci hanno causato la sofferenza di tanti anni. Lei si sbaglia quando dice che siamo stati influenzati e addirittura costretti a dire le cose e ad accusare persone: lei non c’era, noi sì e, per quanti sforzi faccia, non riuscirà mai a comprendere ciò che abbiamo vissuto e che abbiamo superato grazie a tante persone che oggi sono ingiustamente vilipese”.

E’ troppo comodo spiegare queste prese di posizione come conseguenza di un “falso ricordo”, usando una teoria scientificamente discutibile con cui si cerca di disconfermare le testimonianze di vittime che gridano con forza la verità della violenza subita: testimonianze vive, decise, emotivamente sentite, coerenti e convergenti, che reggono a distanza di 20 anni.

 

  1. Colpevolizzare le vittime, colpevolizzare gli operatori

Le vittime degli abusi quando parlano tendono ad essere sospettate di falsità e colpevolizzate. Anche gli operatori che prendono sul serio le rivelazioni delle vittime possono andare incontro ad un atteggiamento di sospetto e di pesante colpevolizzazione. Nel suddetto intervento sulla Gazzetta di Modena, i ragazzi che un tempo furono vittime degli abusi di Mirandola si contrappongono al tentativo dell’inchiesta Veleno di dimostrare che ci sarebbero stati fantomatici interessi economici dietro la scelta dei servizi sociali di allontanarli dai genitori per inserirli in famiglie affidatarie. Non c’era alcun interesse economico. C’è stato il doveroso  impegno di ascoltare chi aveva subito terribili violenze.

Abbiamo nuovi testimoni, abbiamo politici locali che entrano in scena e convocano gli operatori dei servizi che si occuparono 20 anni fa della vicenda paventando chissà quali irregolarità e ruberie. Crediamo che tutto ciò sia grottesco …  E’ evidente che furono stanziati fondi per aiutare i bambini e le famiglie affidatarie, come è nella normalità. Non capiamo dove si voglia arrivare: ci sono persone che hanno lavorato, e duramente, ci sono famiglie che ci hanno accolto. Forse i giornalisti lavorano gratis? … E poi,  se tutto risulta dalle carte (di facile consultazione), cioè le somme stanziate, gli incarichi, i contratti dov’è lo scandalo? Dov’è il torbido che insinuate? Dov’è poi il conflitto di interessi che spesso viene tirato in ballo quando non si sa dove andare a parare?”

 

  1. C’è una cultura negazionista che vuole mantenere o ricacciare gli abusi in un’area di silenzio e di impensabilità

L’inchiesta giornalistica “Veleno” si inserisce in una cultura negazionista che contrasta una nuova consapevolezza culturale ed istituzionale relativa al fenomeno sommerso degli abusi.

L’attenzione sociale contemporanea dimostra che viviamo in un mondo in cui l’abuso sessuale esiste ed è diffuso e questa è un’amara verità con cui occorre fare i conti. Il fenomeno della violenza sessuale ha un carattere endemico ed emerge tra grandi resistenze.

Pochi pensavano tempo fa che nella Chiesa Cattolica il fenomeno della pedofilia fosse così esteso. Oggi sappiamo che per es. in Australia il 7% dei preti pedofili hanno avuto comportamenti abusanti nei confronti di bambini. Pochi tempo fa pensavano possibile il maltrattamento intrascolastico nei nidi, nelle scuole materne o elementari. Le videoregistrazioni in diverse scuole riescono oggi a fornirci impietosamente un’informazione inquietante ed incontestabile sui maltrattamenti da parte di maestre.

In passato mancava una consapevolezza diffusa sulle dimensioni estese della violenza ai danni delle donne. Oggi le statistiche ISTAT ci informano che  in Italia sono 8 milioni 816mila (il 43,6%) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale ed il movimento Me too,  nato negli Stati Uniti nel mondo dello spettacolo ed estesosi in altre aree sociali e geografiche,  ha dimostrato che nel corso dell’esistenza delle donne, negli ambienti sociali più insospettabili, si possono accumulare stupri, ricatti sessuali, tentativi di violenza e molestie.

Ciò che era oscuro sta venendo alla luce. L’abuso sessuale è un fenomeno impensabile e sommerso che tuttavia, pur con grande fatica, può emergere ed essere dimostrato. Attribuirlo a priori a fantasie e suggestioni è un obiettivo della cultura degli abusanti. Tutte le violenze sessuali, in maggiore o minore misura, tendono strutturalmente ad essere negate e nascoste e, quando emergono, trasmettono un’informazione penosa e disturbante, una verità che tende ad essere contrastata, spesso con ogni mezzo.

Un esempio è dato proprio dall’inchiesta di “Veleno”, partita con una ben precisa finalità negazionista: quella di ricacciare gli abusi in un’area di impensabilità e di assurdità, quella di contrastare in ogni modo l’accertamento sociale e giudiziario di una violenza gravissima ai danni dei bambini di Mirandola, un accertamento che è stato lungo, approfondito e rigoroso. Se è stato carente, lo è stato per difetto e non certo per eccesso, visti gli ostacoli a far emergere gli abusi a causa della paura e della vergogna delle vittime e a causa dell’incredulità e dell’insensibilità di chi le circonda.

 

5 Comments

  • Lavoro da sempre con i bambini e so quanto sia difficile comprendere i segnali di sofferenza e disagio che i bambini mandano, ma mettendosi in ascolto questi bambini raccontano con tutto quello che hanno a disposizione ( corpo linguaggio azioni …) le loro paure e il loro dolore. A noi leggerlo . Gli adulti fanno fatica a credere e tendono a negare sempre minimizzando. Ho imparato nel tempo che questi segnali non vanno sottovalutati ma al contrario segnalati a chi di dovere che con preparazione adeguata approfondirà la segnalazione e ne verificherà la veridicità. Grazie!

  • Biagio Giovanni Andolfatto

    (27 Novembre 2018 - 16:27)

    Il potere forte dei soldi, qualche buon avvocato e giornalisti poco seri possono ribaltare la verità

  • Vergogna! I giornalisti non devono infangare chi, con tanta fatica ha reso giustizia ai bambini/vittime

  • Anch’io sono stata una vittima…Scrivere la mia esperienza di bambina ripetutamente abusata non è semplice….Voglio approfittare di questo spazio,oltre che per sostenere questa NOSTRA battaglia,anche per rinnovare la mia grande stima per Claudio Foti e per fargli sapere che,ogni qual volta si è reso disponibile ad incontrarci nel CSM “CA-OVEST”,è stata per me un’esperienza molto forte ed importante.In attesa si possa ripetere,abbraccio Claudio e tutti voi e noi con l’auspicio che questa battaglia coinvolga tutti…. Daniela Mereu (Cagliari).

  • Ciao! Per una buona causa!

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