COSA SPIEGA LA PERPETUAZIONE DELLA VIOLENZA DOMESTICA? IL MASOCHISMO OPPURE LA TENDENZA AL CONTROLLO?

Di Claudio Foti


In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ci poniamo questa domanda: per quale ragione le donne subiscono, talvolta per anni, la violenza domestica da parte degli uomini? Per quale ragione accettano, pur soffrendo, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche che spesso costringono i figli a patire violenza assistita?  A questa domanda per decenni la risposta che veniva data era la seguente: le donne partecipano ad una modalità di relazione sado-masochista con l’uomo violento.  Nel dibattito clinico e scientifico sulla violenza domestica sono presenti in realtà numerosi modelli che cercano di spiegare i meccanismi che soggiacciono al fenomeno[1].
 L’ipotesi esplicativa, prevalente in letteratura per un lungo periodo, sottolineava la dinamica del sado-masochismo. Questa interpretazione “pulsionale” però non risultava capace di spiegare gli aspetti relazionali della violenza domestica: affermava che la donna vittima di violenza fosse spinta da un piacere psicologico profondo a subire la sottomissione all’uomo maltrattante, ad accettare una situazione di subordinazione psicologica.

Questa interpretazione in qualche modo era condizionata da una logica patriarcale, in quanto finiva per iperesponsabilizzare e per patologizzare la donna. La vittima di violenza domestica  nell’ipotesi citata, sarebbe stata mossa da una pulsione masochista e poteva dunque essere rappresentata come ampiamente responsabile, quasi desiderosa, della violenza stessa.Il masochismo, infatti, presuppone  un godimento. Autore e vittima in qualche misura venivano posti su un piano di pari responsabilità.

Un’interpretazione più adeguata delle cause profonde della violenza domestica è stata già da tempo elaborata da Walker che sottolinea il ruolo motivazionale del controllo[2].

La cultura patriarcale si fonda sul dominio della figura maschile e paterna sulla figura femminile (più in generale sulla donna) e sui figli (più in generale sui bambini) all’interno del gruppo familiare (più in generale nella società). Il controllo maschile si sviluppa in modo spesso schiacciante su diversi piani: fisico, sessuale, psicologico, economico. Nel controllo maschile si afferma un principio regressivo. L’uomo insicuro incapace di credere veramente nelle proprie qualità e nelle proprie risorse diventa un bambino  tirannico e violento, che impone alla figura femminile il proprio potere fondato sulla forza economica e fisica, sulla violenza psicologica,  sulla bisognosità che si trasforma in pretesa, sull’assertività che diventa impulsività. Lavorando in terapia con adolescenti che regrediscono a forme di ipercontrollo,  nascostamente o palesemente violente sulla figura materna,  ci si può rendere conto come il crollo dell’autostima e la crisi dell’adattamento sociale possa incentivare forme regressive autoritarie o aggressive sulla figura femminile. E’ possibile in questi casi tentare un’uscita evolutiva con l’amore, la consapevolezza delle dinamiche familiare e con la fermezza. Più difficile risulta il trattamento degli uomini violenti, che tuttavia presenta grandi possibilità, quando il soggetto riesce a contattare ed elaborare le cause infantili della propria regressione e della propria adesione difensiva al modello di controllo patriarcale e all’impulsività violenta contro la donna.

Il modello interpretativo del “controllo” può essere utilizzato per spiegare come i due partner inizino a rapportarsi tra di loro, finendo per scivolare in un’impostazione relazionale che, successivamente, esiterà in relazione violenta.

La pretesa di controllo sollecita il comportamento violento dell’uomo che esercita il proprio potere sulla vittima.  Ma in forme rovesciate viene esercitato anche dalla vittima stessa. La donna infatti tiene sotto controllo i comportamenti aggressivi del marito e sente su di sé il peso della sua missione salvifica verso il partner. Ciò che porta la donna a rimanere con il marito violento sperando continuamente in un cambiamento che spesso non avverrà è l’alternarsi di fasi di violenza con fasi di falsa riappacificazione.

Controllo dell’uomo sulla donna e controllo della donna sull’uomo. Ovviamente, è il controllo dell’uomo violento a risultare oggettivo e vincente, quello della donna risulta illusorio e perdente.  A scanso di equivoci la violenza non ha alcuna giustificazione e la sua responsabilità ricade sempre su chi l’agisce. Quando la donna si rende conto della realtà dei comportamenti irriguardosi ed ingiusti dell’uomo, che ledono la propria autonomia e il proprio diritto alla felicità, può sviluppare un proprio cammino di liberazione tanto più efficace quanto più viene aiutata a rinunciare al controllo sull’immagine idealizzata della figura maschile. Le relazioni violente tra uomo e donna  difficilmente iniziano come tali, la violenza subentra in un secondo momento. All’inizio della relazione l’amore – in realtà l’illusione di amore – va a riempire un vuoto nella donna e si trasformerà  in potentissimo condizionamento. Prima di diventare Satana, Lucifero è stato un angelo. Prima di diventare maltrattante l’uomo violento è stato al centro di un’idealizzazione che spesso la donna vuole continuare a mantenere.

Ci viene contestato che ci collochiamo con una posizione ideologica sempre e comunque dalla parte della donna. Non è vero. Il modello motivazionale del controllo consente di comprendere che anche la donna in famiglia può avere comportamenti autocentrati e lesivi dei bisogni dei bambini, anche la madre può scivolare in forme gravissime di violenza contro i figli e talvolta contro i mariti.  All’interno del lavoro clinico bisogna distinguere nel comportamento di molte madri i comportamenti reattivi alla violenza patriarcale  che vanno compresi e sostenuti e comportamenti che vanno discussi ed elaborati,  derivanti da problematiche infantili precedenti la relazione con il partner. Non è semplice distinguerli. Ma occorre tentare di farlo.   Talvolta la seconda tipologia di comportamenti derivano essi stessi da esperienze infantili di violenza patriarcale subita o da modelli di madri subalterne  e/o  fortemente condizionate da modelli di controllo narcisistico, autocentrato e violento sulle figlie.

Le donne vittime di violenza domestica (così come i bambini vittime di violenza intra-familiare) sono strutturalmente in conflitto tra il controllo e il lasciar andare, tra il parlare e il tacere, fra l’attaccamento e l’indipendenza, fra l’amore e l’odio.

Le vittime non sono mai ideali, il loro comportamento non è mai ottimale, la loro emancipazione dagli autori è sempre tardiva ed inadeguata. Proprio per questo le vittime hanno bisogno di empatia ed accettazione.

 

 


[1] Schimmenti, V., Craparo, G. (2014). Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali, FrancoAngeli

Procaccia, R., Dinamiche relazionali e competenze genitoriali nelle situazioni di violenza assistita, Convegno “La violenza assistita” Comune di Bolzano, 17 maggio 2017

[2] Walker L. 1983. The battered women syndrom study In: Finkelhor, Gelles, Hotaling (Hrsg.). The dark side of families. Beverly Hills

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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