BRISEIDE: DONO, SCHIAVA, BOTTINO. LA CONDIZIONE DELLA DONNA NELLA CIVILTÀ DELLA VERGOGNA

Di Federica Friggi


 “Ecco, io, di persona, vengo alla tua baracca a menar via la Briseide dalle belle guance, il dono là tuo. Così saprai quanto sono più potente di te: e anche qualche d’un altro avrà ben paura a credersi mio uguale e a mettersi di fronte a me da pari a pari.” (“Iliade”, libro I, vv.184-187).

Ricordate la storia di Briseide? Ragazza che Achille aveva preso come schiava in battaglia, tanto bella da essere paragonata da Omero alla “dorata Afrodite” Sarà proprio la pretesa di ottenere Briseide da parte di Agamennone a far arrabbiare a tal punto Achille da convincerlo a ritirarsi dai combattimenti. Ma come era stata trascinata nella tenda di Achille? Come gli è stata poi tolta? Con quale scopo?

Tutto il dramma si concentra nella parola “dono”termine che in greco indica il “segno d’onore”, il “premio al vincitore”, il “bottino di guerra” attraverso il quale l’eroe mostra alla comunità la propria “virtù”, le proprie capacità guerresche. Nel mondo greco arcaico la poesia epica, di cui fanno parte l’Iliade e l’Odissea, era lo strumento di trasmissione del patrimonio culturale e modello di formazione educativo per le nuove generazioni. Eric Dodds, antropologo e grecista irlandese, per descrivere la società omerica e i modelli sociali su cui essa si basava l’ha definita “civiltà della vergogna”, ovvero una società regolata da determinati modelli positivi di comportamento la cui trasgressione e/o mancata adesione  aveva come conseguenza il sentimento di vergogna dell’individuo ovvero di disagio psicologico intimo, con la conseguente perdita di autostima e sofferenza oltre al biasimo concreto e reale dell’intera comunità fino, nei casi più gravi, all’emarginazione. Non è dunque importante “essere” valoroso, nobile, coraggioso, ma “essere riconosciuto” tale dalla comunità a cui si appartiene. Solo in questo modo l’eroe sapeva di “esistere”. Esso era quindi stimato non solo per via del suo ruolo ma anche per via delle sue azioni e comportamenti (si tenga conto infatti che l’onore, non è un concetto astratto, ma il risultato di atti e comportamenti concreti) e, per meritarsi tale stima, doveva essere in linea con quelle che erano le aspettative e i modelli della società. La pena era il disonore, l’orgoglio ferito, nel caso in cui un eroe avesse perso la pubblica stima, sarebbe potuto arrivare anche a uccidersi. L’unico obiettivo per un eroe è lasciare una traccia dietro di sé, un ricordo che renda immortale il suo nome. E quindi tutto il destino si gioca sulla terra, sul riconoscimento ufficiale del proprio onore. L’onore è perciò ancora più importante della vita. Per la gloria e per l’onore il giovane nobile mette in gioco la vita stessa. Il più grande bene in Omero è sentir parlare bene di sé per via dei successi che quella società considera come più importanti (per es. i successi nei combattimenti),  il più grande male è sentirsi criticare per delle sconfitte. L’onore è un sentimento di autopercezione positiva dell’individuo da parte degli altri. Al contrario la vergogna è il sentimento che si prova di fronte a giudizi negativi. La vergogna è stata definita come l’emozione dell’autoconsapevolezza perché, a differenza delle emozioni primarie di rabbia, paura, tristezza, felicità, sorpresa e disgusto, questa richiede una forma di autoriferimento, cioè un confronto tra le proprie azioni e i propri modelli o valori; ma non solo, la vergogna è anche un’emozione sociale, in quanto comporta un riferimento agli altri e non solo a se stessi, e al timore di essere giudicati e valutati negativamente. Tale emozione può essere perciò definita come un segnale intra e intersoggettivo del fatto che si è subita, o si sta per subire, un’umiliazione e una reazione ad essa. Di fatto il timore alla base della vergogna è proprio la perdita dell’accettazione e dell’approvazione da parte degli altri.

Ecco che quindi la “vergogna” è il sentimento che consegue all’essere stati vittima di un “disonore”, dove per “disonore” si intende il mancato riconoscimento del proprio valore o la privazione di un oggetto (una donna!) che ne è pubblica testimonianza.

E’ qui il dramma: la donna messa sullo stesso piano di un corredo bellico ottenuto in premio in seguito ad una vittoria. E allora, se la donna è “premio” e oggetto di scambio, l’abuso che si fa di lei diventa un diritto dell’eroe.

I personaggi femminili, infatti, sono descritti sempre come donne subordinate all’uomo, addirittura come oggetti di contesa. I poemi omerici rappresentano il primo documento che descrive nei particolari le condizioni della vita della donna greca. Le donne ascoltando i poeti, imparavano quali comportamenti dovevano tenere e dai quali dovevano fuggire. Le situazioni che i cantori descrivevano erano, dunque, se non vere, sicuramente verosimili, e i personaggi, seppure frutto della loro fantasia, senz’ altro aderenti alle regole e alle convenzioni sociali reali.

In primo luogo, una donna doveva essere bella: la prima caratteristica sulla quale si sofferma costantemente Omero, quando presenta un personaggio femminile, è la bellezza, che la rende simile a una dea. Inoltre, la donna, doveva curare il suo aspetto fisico e preoccuparsi del suo abbigliamento. Doveva poi essere eccellente nei lavori domestici e soprattutto doveva obbedire. Le virtù che le donne dovevano avere non ne facevano certo delle protagoniste: tutt’altro. L’educazione greca escludeva il sesso femminile non solo dalla partecipazione alla vita sociale e politica, ma anche dalla cultura intesa come trasmissione di valori, pensieri e affetti. Con l’adempimento della sua funzione biologica, insomma, la donna greca aveva realizzato la sua unica forma di partecipazione alla vita della polis.

Ma qual è il punto di vista di queste donne “conquistate” come bottino, qual è il punto di vista di Briseide?

E’ illuminante un brano di Ovidio, che negli “Heroides” immagina che eroine del mito scrivano lettere d’amore ai propri uomini lontani. Briseide (lettera terza) scrive appassionate parole d’amore ad Achille, il vincitore a cui era stata assegnata in premio.

 

Nell’allontanarmi non ti diedi neanche un bacio! Ma versai lacrime senza fine e mi strappai i capelli: mi sembrò, sventurata, di essere fatta schiava una seconda volta…Ma ammettiamolo, sono stata consegnata perché dovevo esserlo: sono lontana da tante notti e tu non mi reclami; indugi e la tua ira è lenta (…) Se desideri ormai tornare ai Penati paterni, io non sono un fardello pesante per la tua nave; ti seguirò come una schiava segue il vincitore, non come una sposa il marito: ho mani abili a filare la lana. La più bella fra le donne achee giungerà come sposa nel tuo talamo, e vi entri pure (…) Io, umile schiava filerò la lana assegnata e il mio filo alleggerirà la conocchia gonfia”

 

Briseide è una donna innamorata di colui che l’ha resa schiava e non mette in discussione né il passato, il suo essere stata “bottino di guerra”, né il suo futuro, l’essere messa in secondo piano rispetto alla sposa ufficiale.Decisione che dimostra la completa sottomissione della donna alla legge del più forte, nonché la fedeltà indiscussa al nuovo padrone.

E cosa succede fra Ettore e Andromaca, tra i quali emerge un rapporto più umano e una concezione dei rapporti coniugali diversa dal rapporto più diffuso fra l’eroe e la sua donna?  Cosa succede quando Andromaca cerca di impedire che il senso dell’onore del marito e il suo “inseguire” l’ammirazione di tutti abbiano il sopravvento sugli affetti e sulla loro stessa vita,  supplicandolo di non combattere contro Achille poiché sarebbe stato certamente ucciso? A quel punto Ettore ricorda alla moglie quale è il suo posto: la casa, e qual è il suo lavoro: quello domestico, ed è impensabile che ella si azzardi a pensare a cose riservate agli uomini come la guerra. Rigoroso rispetto della divisione dei ruoli e obbedienza, dunque, sono le virtù che la cultura sociale si aspetta da una donna.

La storia della violenza contro le donne è strettamente legata all’idea arcaica della donna percepita come proprietà privata, sottomessa a un uomo “proprietario”. L’idea della donna come oggetto privo di autonomia e privo del diritto di cittadinanza nasce con l’affermarsi dell’istituzione patriarcale, come sistema mondiale globale, in cui le disuguaglianze di genere si perpetuano meccanicamente. Il patriarcato è spesso definito come un sistema di dominio maschile. Patriarcato significa letteralmente “la regola del padre” e deriva dal greco πατριάρχης (patriarkhēs), “padre di una razza” o “capo di una razza, Patriarca “, che è un composto di πατριά (Patria), “stirpe, discendenza, etnia” (da pater πατήρ, “padre”) e ἄρχω (arkhō), “io regolo”.

Il sistema che definiamo come patriarcato è un sistema di dominio imposto con violenza o minaccia della violenza. Si tratta di un sistema sviluppato e controllato da uomini potenti, in cui si dominano le donne e i bambini, si dominano altri uomini e si domina la natura stessa.

Ma il passato insegna, deve insegnare.

L’emancipazione femminile ha fatto grandi passi nella società odierna. Ma finché non si diffonde in modo radicale e universale la consapevolezza della piena dignità della donna rispetto all’uomo e della sua autonomia di giudizio e di vita, finché non si prende atto del bisogno reciproco di uomo e donna per la realizzazione di entrambi, la donna sarà preda, “bottino”, vittima di abuso e di sopruso.

 

BIBLIOGRAFIA:

Giulio Guidorizzi, “Letteratura greca. L’età arcaica” Einaudi scuola

  1. Guidorizzi, “Lettaratura greca. L’età classica”, Einaudi scuola
  2. Guidorizzi, “Io, Agamennone. Gli eroi di Omero”,ET Saggi

Ovidio, “Heroides”

http://www.cshg.it/la-vergogna-come-nasce-a-cosa-serve-e-perche-e-importante-imparare-a-gestirla.html

Battacchi M.W.(2002), Vergogna e senso di colpa. In psicologia e nella letteratura, Milano: Raffaello Cortina.

Lewis M., (1992). Shame. The exposed self. Tr. It. Il Sè a nudo. Alle origini della vergogna, Firenze, Giunti, 1995

Eric Robertson Dodds, I Greci e l’irrazionale, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2009.

https://www.informaweblog.com/la-civilta-della-vergogna-nelliliade-di-omero-e-civilta-della-colpa/

https://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/altro/1g/Page1.html

http://poemi-omerici.blogspot.com/2006/11/donne-omeriche-nascoste-e-fondamentali.html

http://www.cshg.it/lo-stupro-come-arma-di-distruzione-di-massa.html

https://www.agoravox.it/Patriarcato-La-donna-come.html

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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