LA CULTURA DEL TERRORE

« La coercizione

L’insulto

La minaccia

Lo scapaccione

Lo schiaffo

Il bastone

La frusta

Lo stanzino buio

La doccia fredda

Il digiuno forzato

Il cibo forzato

Il divieto di uscire

Il divieto di dire ciò che si pensa

Il divieto di fare ciò che si sente

L’umiliazione in pubblico

Sono alcuni dei sistemi di punizione e tortura tradizionalmente applicati in famiglia. La tradizione famigliare castiga la disobbedienza e sconsiglia la libertà perpetuando una cultura del terrore che umilia la donna, insegna la menzogna ai figli e semina la peste della paura.

I diritti umani dovrebbero cominciare in casa” mi ragiona Andres Dominguez in Cile»

 

Questo è un testo dello scrittore cileno Galeano.

Tre riflessioni.

  1. La famiglia non è quel microcosmo idealizzato di accudimento tenero e protettivo dei cuccioli della specie umana che vorremmo che fosse. Non è necessariamente il luogo della protezione e dell’amore dei bambini, garanzia assoluta della loro crescita e della preparazione costruttiva del loro futuro. Non di rado la famigliaè il teatro di un inferno educativo e le vie di questo inferno sono lastricate di buone intenzioni.  Spesso i problemi più gravi degli individui sono maturati nel contesto della famiglia e non a caso le psicoterapie devono prevalentemente riattraversare le antiche tracce  del disagio delle persone che si ritrovano e rischiano di smarrirsi nelle vicissitudini familiari.
  2. La violenza familiare non è misurabile in base allo strumento che viene utilizzato: anche uno strumento educativo come lo schiaffone può essere veicolo di una violenza da non sottovalutare.  Occorre guardare al contesto relazionale in cui vengono usate le punizioni cosiddette “educative”, alla logica di potere e dominio che può esservi sottesa, al rischio di trasmettere immagini di svalutazione e disprezzo ed ai messaggi di squalifica, umiliazione, distruzione morale a cui possono accompagnarsi.
  3. E’ significativo che abbia ascoltato per la prima volta il testo di Galeano da un partecipante ad un gruppo di formazione con l’intelligenza emotiva composto da agenti di polizia penitenziaria e da educatori che lavorano in carcere.  Ho avuto modo di conoscere tanti funzionari ed agenti di polizia penitenziaria all’interno di percorsi di formazione rivolti al personale dell’amministrazione penitenziaria.  E mi sono reso conto che la rappresentazione sociale di questo personale come composto da figure professionali sempre rozze ed addirittura violente non è adeguata. Ho incontrato persone aperte e disposte ad entrare in contatto con la vita emotiva propria ed altrui.  Ai gruppi che ho condotto hanno partecipato operatori molto sensibili al tema del rispetto dei diritti delle persone in carcere (detenuti e personale dell’amministrazione penitenziaria) al di là della facile e semplicistica contrapposizione fra “guardie” e “ladri”. Un gruppo che ha sviluppato riflessioni critiche su una tendenza dell’amministrazione ad affrontare i problemi in termini burocratici ed autoritari senza valorizzare adeguatamente la soggettività e la professionalità degli agenti.

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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