DAGLI ALL’ASSISTENTE SOCIALE! DISAGIO ORGANIZZATIVO E INTELLIGENZA EMOTIVA

L’attacco agli assistenti sociali “che rubano i bambini” è un aspetto non marginale dl una  società adultocentrica che fa costante riferimento negli enunciati di principioai valori della tutela dell’infanzia, alla prevenzione e al contrasto della violenza sui minori, ma poi nei fatti ostacola l’azione concreta del Servizio sociale e degli altri servizi preposti all’assistenza e alla cura dei soggetti più deboli (fra i quali i bambini). 

La vicenda di Veleno[1]ripropone in forme particolarmente gravi e specifiche una tendenza culturale più generale ad attaccare gli assistenti sociali, in quanto in quanto soggetti professionalmente meno forti rispetto ad altre professionalità con compiti di  tutela e in quanto legati ad un Servizio preposto strategicamente alla protezione dei minori svantaggiati o maltrattati.

Verifico nelle équipe di lavoro come gli assistenti sociali risultino in trincea i più esposti e i più attaccati fra gli operatoriche si occupano d’infanzia e di soggetti deboli. 

La tendenza all’autosvalutazione e il deficit di assertività conflittuale che non di rado constato nelle équipe degli assistenti sociali finisce non certo per attenuare ma per incentivare gli attacchi provenienti dall’esterno, dai genitori colpiti dall’azione di tutela, dai media, dagli stessi utenti più arroganti e talvolta dall’interni dell’istituzione, dagli stessi vertici istituzionali.  

Lavorando da anni in diverse regioni italiane  come supervisore e come formatore di équipe di assistenti sociali percepisco un fortissimo  disagio organizzativoche rischia di interferire negativamente e sull’aiuto alle persone. Talvolta questo disagio  è risultato talmente condizionante ed invasivo che non si sono potute affrontare, se non occasionalmente, le problematiche della supervisione classicaincentrate sulla ricostruzione analitica dei casi e sull’individuazione di prospettive di cambiamento della gestione degli interventi con le persone e con le famiglie. Il disagio derivante dalla relazione con gli utenti e dal contatto con situazioni intrise di sofferenza, emerge ma non può essere adeguatamente elaborato quando la pressione derivante dalle modalità di lavoro risulta eccessivamente disturbante.  

Nonostante lo strenuo – spesso ammirevole – impegno professionale di molti assistenti sociali, viene spesso ridotta o danneggiata la possibilità di un lavoro socialmente efficace a favore degli utenti.

Gli effetti più rilevanti del disagio organizzativo che ho percepito in non poche équipe dove lavorano assistenti sociali sono:

  1. l’alimentazione di vissuti di depressione, disistima di sé, ansia, agitazione, rabbia e frustrazione tendenti a scaricarsi  nel corpo;
  2.  la comparsa di disturbi psicosomatici da stress e di difficoltà rispetto al sonno; 
  3. l’emergenza di fantasie, di desideri, di scelte miranti al cambiamento di area  professionale o addirittura di cambiamento di lavoro;
  4. lo sviluppo di atteggiamenti difensivi di onnipotenza finalizzati a contrastare vissuti più profondi ed estesi di impotenza;
  5. la caduta di motivazione allo studio e all’impegno sui casi  e talvolta la  perdita in alcune situazioni della necessaria concentrazione: aspetti pur contenuti dal senso del dovere e della responsabilità.

In alcuni incontri di formazione e di supervisione con gli assistenti sociali emergono non di rado vissuti logoranti di impotenza, demoralizzazione, ansia, tensione, rabbia, riferimenti a sintomi psicosomatici ed incubi: emozioni e sintomi che possono evidenziare la pressione delle problematiche del lavoro sulla vita personale e sul riposo.  La condivisione di questi vissuti e la loro elaborazione ha rappresentato una pratica efficace di crescita dell’intelligenza emotiva e di riduzione dello stress.  

Il lavoro per sviluppare l’intelligenza emotivadegli assistenti sociali può generare risultati importanti ed in particolare può consentire di: 

  1. maturare una maggiore consapevolezza dei confini tra ciò che è possibile portare avanti e ciò che di fatto risulta un compito impossibile, tra l’attività professionale, portatrice spesso di ansie, tensioni e insoddisfazioni  e  la vita privata che merita di essere tutelata dalle incombenze legate al lavoro, pena la perdita di equilibrio e della capacità di risultare efficaci nell’aiuto alle persone; 
  2. ridurre i conflitti interpersonali ed organizzativi all’interno dell’équipe, attraverso l’esplicitazione di ciò che si tende abitualmente a non dire, ottimizzando altresì le comunicazioni;
  3.  migliorare il senso di responsabilità e la capacità assertiva degli operatori, favorendo un ruolo propositivo e l’esplicitazione  anche  conflittuale (in senso costruttivo) dei conflitti all’interno dell’organizzazione;  
  4. favorire di conseguenza una migliore centratura sul lavoro professionale e sui bisogni di assistenza, di tutela e di cura degli utenti, sviluppando le competenze emotive e relazionali per aiutare le persone.

Anche i dirigenti avrebbero bisogno di corsi su come imparare ad esercitare la leadership con l’intelligenza emotiva, per migliorare le comunicazioni, valorizzare la soggettività e la cooperazione degli assistenti sociali, rinunciando ad atteggiamenti  squalificanti del tutto controproducenti rispetto all’efficacia del lavoro. 

Certamente sarebbe necessario più in generale  ripensare le politiche sociali contrastando le scelte che finiscono per ridurre drasticamente le possibilità d’intervento degli assistenti sociali. Occorre prendere coscienza della pesante svalutazione politica ed istituzionale nei confronti dell’azione dei Servizi e della professionalità degli operatori. Una svalutazione che contrasta nei fatti la possibilità di aiutare i bambini e loro famiglie.


[1]

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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