TUTTE LE EMOZIONI HANNO DIRITTO DI CITTADINANZA


Le emozioni, in quanto esperienze soggettive complesse, si manifestano in risposta a eventi concreti, a situazioni che chiamano in causa la persona, a sollecitazioni ambientali di varia natura. Sono accompagnate da modificazioni fisiologiche, cognitive, espressive, comportamentali, intense, ma di breve durata. Per molto tempo, e spesso anche ai giorni nostri, si è pensato che le emozioni fossero un ostacolo alla ragione e in diretto contrasto con il pensiero logico. A partire da questo pensiero, capita spesso che le emozioni vengano definite e differenziate in emozioni POSITIVE e NEGATIVE; in realtà, se consideriamo il loro valore adattivo, sarebbe bene imparare a definirle come PIACEVOLI e SPIACEVOLI. Le emozioni, infatti, da un punto di vista evoluzionista, aiutano l’individuo a fronteggiare qualsivoglia situazione e lo predispongono a reagire di fronte agli stimoli che le hanno generate. Goleman nel suo libro Intelligenza Emotiva(Daniel Goleman, Rizzoli, 1996) descrive l’importanza di ogni singola emozione di base spiegando cosa accade nel corpo al momento dell’attivazione emotiva e quale sia la sua funzione. 

La RABBIA, per esempio, ha la funzione di difendere l’individuo da un pericolo esterno, da un’aggressione, da un’invadenza rischiosa, permettendogli di generare “un impulso di energia abbastanza forte da permettere un’azione vigorosa”. 

La PAURA, invece, predispone l’individuo alla fuga: “i circuiti dei centri cerebrali preposti alla regolazione della vita emotiva scatenano un flusso di ormoni che mette l’organismo in uno stato generale di allerta, preparandolo all’azione e fissando l’attenzione sulla minaccia che incombe per valutare quale sia la risposta migliore”. 

La GIOIA, “aumenta la disponibilità di energia, insieme all’inibizione dei centri che generano pensieri angosciosi. […] Questa configurazione offre all’organismo un generale riposo, e lo rende non solo disponibile ed entusiasta nei riguardi di qualunque compito esso debba intraprendere ma anche pronto a battersi per gli obiettivi più diversi”. 

La SORPRESA, accompagnata dal distintivo “sollevamento delle sopracciglia, consente di avere una visuale più ampia e di far arrivare più luce sulla retina. Questo permette di raccogliere un maggior numero di informazioni sull’evento inatteso, contribuendo alla sua comprensione e facilitando la rapida formulazione del migliore piano d’azione”.

Il DISGUSTO, la cui espressione è la stessa in tutto il mondo, è la risposta a qualcosa che offende il gusto o l’olfatto e “indica il tentativo primordiale di chiudere le narici colpite da un odore nocivo o di sputare un cibo velenoso”. 

“La TRISTEZZA – infine – ha la funzione fondamentale di farci adeguare a una perdita significativa, ad esempio a una grande delusione o alla morte di qualcuno che ci era particolarmente vicino. Essa comporta una caduta di energia ed entusiasmo verso le attività della vita in particolare per le distrazioni e i piaceri e, quando diviene più profonda e si avvicina alla depressione, ha l’effetto di rallentare il metabolismo. La chiusura in se stessi che accompagna la tristezza ci dà l’opportunità di elaborare il lutto per una perdita o per una speranza frustrata, di comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti” (D. Goleman, 1996). 

Così descritte, le emozioni, si costituiscono come una bussola per il comportamento umano, senza nessuna esclusione o differenziazione tra positività e negatività, anzi.  Non ci sono emozioni giuste o sbagliate, perché le emozioni sono reazioni psico-fisiche comunque meritevoli di essere considerate (J. Gotman, Intelligenza emotiva per un figlio, 1997). 

“Il rispetto di tutte le emozioni e delle emozioni di tutti” può costituire – come dimostra e documenta Claudio Foti (La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele 2012) – una linea guida dell’impegno educativo nella famiglia, nella scuola, nel lavoro delle èquipe e nella conduzione di gruppo nelle agenzie sociali e sanitarie e in diversi ambiti lavorativi ed istituzionali (straordinarie risultano per es. le potenzialità di questa prospettiva in carcere).

Una recente ricerca dal titolo “Non di fronte ai bambini” (H. R., Waters, S. F., & Mendes, W. B. ,

Not in front of the kids: Effects of parental suppression on socialization behaviors during cooperative parent–child interactions. Emotion, 2018) ha proprio sottolineato l’importanza dell’espressione delle emozioni spiacevoli nel rapporto genitori-figli. I genitori, infatti, spesso cercano di nascondere ai figli le proprie emozioni spiacevoli nella speranza di proteggerli dal fare esperienza di sensazioni negative. In realtà, “quando nell’aria c’è un motivo di contrasto e discussione che non viene esternato – ha spiegato Waters – i nostri figli percepiscono che è avvenuto qualcosa di negativo, ma il fatto che i genitori si comportino come se nulla fosse manda messaggi contrastanti e li confonde”. Inoltre, la mancata manifestazione delle emozioni spiacevoli da parte dei genitori rende difficile al bambino la regolazione delle stesse nel momento in cui si ritrova a provarle. Quindi, se un adulto è triste per motivazioni rilevanti e innegabili può parlarne ad un figlio o ad un allievo: non è il caso di mettersi una maschera di inautenticità, soprattutto se si impatta con situazioni fortemente critiche e con eventi rilevanti, come il lutto, una malattia grave, un licenziamento … situazioni ed eventi che non possono non generare emozioni intense e che non possono essere nascosti ai bambini. In questo modo il bambino comprenderà il nesso causa-effetto tra gli eventi e gli stati emotivi degli adulti di riferimento. “L’importante è non trasformare la propria tristezza in disperazione inconsolabile, perché questo fa male al bambino che si sente vulnerabile di fronte ad un adulto che non ha la capacità di regolare i propri stati emotivi e si presenta, perciò, in balia di essi di fronte a lui” (Antonio Pellai, L’educazione emotiva: come educare al meglio i nostri bambini grazie alle neuroscienze, 2016). Pellai – intervistato da Repubblica – spiega inoltre come le emozioni spiacevoli non fanno male ai bambini in quanto tali, “ma in quanto non gestite e non elaborate all’interno della relazione con gli adulti di riferimento”. Se in famiglia si verificano situazioni di lutti, separazioni, malattie che – inevitabilmente- portano con sé emozioni spiacevoli, gli adulti dovrebbero aiutare i bambini ad attraversare le loro emozioni spiacevoli aiutandoli a condividerle attraverso le parole.  “Ciò che devono fare i genitori – prosegue Pellai – non è nascondere le loro emozioni, ma affrontarle con competenza, condividerle in un modo che è funzionale alla capacità del bambino di comprendere cosa sta succedendo e soprattutto di ‘sentire’ che anche quando la vita è faticosa, gli adulti sanno come tenere in mano il timone dell’esistenza, senza far affondare la barca”.

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