L’AFFIDAMENTO ETEROFAMILIARE: UNA SCOMMESSA CHE SI PUO’ VINCERE

i

Con Roberto, 10 anni,  l’affidamento familiare ha funzionato. Il padre di Roberto s’è allontanato dalla famiglia quando lui era molto piccolo.  La madre, anche lei se ne andava via spesso con la bottiglia d’alcool e con alcuni ricoveri ospedalieri. Fin tanto che Roberto viveva con la madre biologica,  trascinava un’esistenza penosa,  condizionato dalla trascuratezza materiale che subiva ed una dipendenza psicologica dalla figura materna, una dipendenza appesantita dai sensi di colpa.  Da quando è stato inserito in una famiglia affidataria la vita di Roberto è cambiata grandemente: vive una nuova situazione di serenità familiare, che l’ha portato a miglioramenti psichici e scolastici e vede ogni dieci giorni la madre biologica, grazie al buon rapporto che con quest’ultima hanno stabilito i genitori affidatari. 

L’esperienza sociale di alcuni decenni dell’affidamento eterofamiliare dimostra che questo istituto può dare una grossa mano, generosa ed efficace, ai bambini e alle famiglie in difficoltà.  Non sempre la scelta dell’affidamento funziona, non sempre la selezione dei genitori affidatari si rivela adeguata, non sempre i genitori affidatari sono sostenuti e supervisionati in modo efficace.  Ma l’istituto dell’affidamento regge alla prova delle esperienze in una parte rilevante delle applicazioni e delle verifiche che da anni si compiono.

Le risorse potenziali, contenute nell’istituto e nell’esperienza dell’af­fidamento eterofamiliare, sono almeno cento volte superiori a quelle che si traducono in atto nel nostro contesto storico, istitu­zionale e culturale. Le risposte di ospitalità, accettazione empatica, accudimento fisi­co e mentale, ascolto, offerta di modelli e stimoli arricchenti, apertu­ra di nuovi orizzonti relazionali – risposte che possono accompagna­re potenzialmente la realizzazione di un affido – rappresentano elementi preziosi per la crescita dei bambini e dei ragazzi. 

Le risorse della famiglia d’accoglienza presentano il grande van­taggio di non porsi necessariamente in alternativa a quelle presenti nella famiglia d’origine dei soggetti in affidamento; anzi, a certe condizioni, sono in grado di favorire lo sviluppo delle risposte edu­cative e relazionali nella famiglia biologica. Inoltre l’affido può es­sere valorizzato perché non deve passare inevitabilmente attraverso la strada di un conflitto frontale fra lo Stato e la famiglia d’origine, come è indispensabile fare con la scelta dell’adozione.

Ci sono nel nostro paese migliaia e migliaia di nuclei familiari che, opportunamente informati e seguiti, avrebbero la possibilità di fornire risposte affettive e relazionali di comprensione e di aiuto nei confronti di bambini e di ragazzi che ne hanno necessità, con una funzione molto positiva di sollievo, di stimolazione e di sostegno al­la maturazione di tanti soggetti in età evolutiva, all’interno di un quadro in cui il ruolo genitoriale degli adulti affidatari può risultare sufficientemente definito e delimitato. Se però passiamo dalla rifles­sione sulle potenzialità e sulle prospettive ottimali dell’affidamento alla valutazione della realtà in atto, ci scontriamo con uno stato di cose assai problematico, contraddittorio, segnato da molte insuffi­cienze operative e da molti insuccessi (ma per fortuna anche da alcuni interventi e risultati significativi!).

La crescita delle potenzialità riparative dell’istituto dell’affidamento dipendono non solo dalla crescita delle risorse sociali (in genere scarse) che vengono investite su questo ambito, non solo dalla crescita di una cultura dell’accoglienza, ma anche da una capacità di sviluppare la sensibilità emotiva della comunità adulta. 

Insensibilità emotiva e ripiegamento narcisistico rischiano oggi di accentuare la caduta della solidarietà, la crisi delle culture del servizio, i processi di ripiegamento narcisistico all’interno della comunità sociale.   Di fronte al disagio crescente delle persone – disagio che avanza con il procedere della crisi sociale, economica, morale della comunità  e con la conseguente aumento della sofferenza mentale –  in un’epoca  in cui soggetti deboli rischiano di diventare sempre più deboli e in cui i soggetti “vincenti” tendono a negare e proiettare il proprio disagio, di fronte a fenomeni sociali. come l’estendersi della disoccupazione, dei conflitti sociali, dell’immigrazione, fenomeni  che sollecitano e mettono a dura prova le risorse sociali dell’accoglienza, lo sviluppo dell’”intelligenza emotiva” (Goleman 1995) e dell’intelligenza sociale (Goleman,  2000) possono rappresentare un argine contro l’indifferenza e contro  l’individualismo esasperato. 

Perché l’esperienza dell’affidamento non viene sviluppata con campagne promozionali coinvolgenti, con l’in­vestimento di risorse sociali e formative finalizzate in modo adegua­to alla selezione e al sostegno delle famiglie affidatarie e all’inter­vento globale sul minore affidato e sulla sua famiglia d’origine?   La ragione profonda per cui l’affidamento familiare non decolla come progetto sociale forte è la tendenza adultocentrica presente nella comunità sociale. L’adultocentrismo è l’atteggiamento mentale ed operativo in base a cui i bisogni e gli interessi dei bambini vengono nei fatti subordinati ai bisogni e agli interessi degli adulti. 

La ragione di questa sfiducia nell’affidamento è a ben vedere la stessa per cui manca una politica di prevenzione del disagio minori­le che risulti coerente ed incisiva; è la stessa per cui nella scuola prevale un’impostazione ipercognitivista sul piano della formazione de­gli insegnanti e dell’organizzazione della didattica che impedisce di prestare l’attenzione necessaria alla crescita affettiva e relazionale degli allievi, come premessa di armonici processi di apprendimento; è la stessa per cui manca una cultura e una strumentazione sociale efficace per la pro­tezione dei minori vittime di maltrattamento.

L’affido è un impegno complesso: per procedere in modo efficace e coerente con la propria funzione deve essere animato da un atteggiamento di servizio verso il bambino (l’esatto contrario del­la dominanza sul bambino), deve essere mosso da motivazioni di attenzione e di rispetto nei confronti dei più piccoli.  La soggettività dei bambini in affidamento  andrebbe valorizzata e vista come originale e differenziata sia rispetto a quella della famiglia d’origi­ne, sia rispetto a quella della famiglia affidataria. Il disprezzo adul­tocentrico dei bisogni del bambino porta inevitabilmente a scelte po­litiche ed istituzionali, che negano le risorse economiche, organizza­tive e formative indispensabili per dare concretamente una buona famiglia d’accoglienza a tutti i bambini che ne hanno urgente ed irrinunciabile necessità.

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *