CULTURA UMANISTICA ED INTELLIGENZA EMOTIVA


Ha ragione Umberto Galimberti ad affermare sul Venerdì di repubblica del primo dicembre 2018 che nella scuola dovrebbe avere una priorità la formazione umanistica dei ragazzi come premessa alla trasmissione di competenze tecniche.  Ha ragione a considerare la cultura umanistica, che ha le sue radici nella cultura greca e che si è intrecciata con la cultura cristiana, il nucleo portante per una formazione di base delle giovani generazioni, assente nella cultura pragmatica di matrice anglosassone. 

Scrive lucidamente Galimberti: “Se la soggettività umana, che una volta traspariva ad esempio dai temi in classe, , oggi non è più un fattore d’interesse, quanto invece lo sono le prestazioni oggettive quantificabili e quindi facilmente valutabili, allora l’attenzione si è spostata dal processo educativo che chiede ‘fammi vedere chi sei’ a ‘fammi vedere cosa sai fare’, dove il ‘fare’. come vuole il pragmatismo americano, ha soppiantato l’essere di cui si prendeva cura l’educazione umanistica. A me pare un pessimo degrado degli obiettivi che si pone la scuola. Non più educare le persone, ma valutare le capacità”.

In effetti i valori e le prospettive della cultura umanistica contengono qualcosa che manca nella cultura pragmatista di matrice anglosassone che risulta dominante nella nostra società tecnologica e consumistica, tutta basata sul primato del fare , dell’efficienza, della crescita del benessere materiale, dell’immagine, una cultura che risulta pressante e condizionante sul piano sociale e mediatico nei confronti delle nuove generazioni e che rischia di tracimare nella stessa impostazione della scuola italiana. 

 “Il risultato – commenta Galimberti – sono i nostri giovani, della cui condotta non c’è genitore o insegnante che non si lamenti. Forse sapranno fare tante cose, ma conosceranno se stessi? Come se la caveranno di fronte al dolore? Oltre alla strategia del suicidio conosceranno altre strategie? … Interiorizzeranno dei valori sociali o si limiteranno a quelli egoistici, individualistici, narcisistici?”

Ha ragione Umberto Galimberti, ma occorrono alcune precisazioni. Il primato del nozionismo con cui materie umanistiche come il greco e il latino vengono spesso imposte e fatte studiare va nella direzione più dell’emergente cultura dell’efficienza che non dell’elaborazione delle questioni cruciali dell’esistenza e della società, questioni che l’educazione umanistica poneva ed affrontava.  Inoltre va detto che con chiarezza che lo studio dei classici della lingua italiana e della storia confinato rigidamente all’analisi delle questioni del passato e sganciato dal confronto con i problemi dell’attualità non ha senso.   E soprattutto è indispensabile affermare che l’impostazione umanistica per essere feconda e non intellettualistica dovrebbe fondersi con la cultura dell’intelligenza emotiva, con la capacità di integrare la sollecitazione all’impegno dello studio con il dialogo sulle emozioni e con l’ascolto delle emozioni degli allievi, la qual cosa richiederebbe da parte degli insegnanti il riconoscimento e l’elaborazione delle proprie emozioni.

E in questa prospettiva non appiattita dal nozionismo e non schiacciata dall’intellettualismo, in un’ impostazione scolastica vitale ed aperta all’interazione comunicativa tra le soggettività – dei ragazzi con gli insegnanti e dei ragazzi tra loro –  non sarebbe più un approccio astratto o insensato riflettere per es. sul confronto tra l’idea classica  della “pietas”,  e i valori attuali della compassione, discutere del valore letterario e storico della Divina Commedia e della visione dantesca  dei gironi dell’Inferno (che oggi andrebbero certamente ristrutturati ed ingranditi per adeguarli al contenimento del male contemporaneo), studiare in modo attento il canto illusorio delle Sirene che minaccia Ulisse come qualcosa che nella società contemporanea si ripropone con una forza suggestiva ancora maggiore.

E allora sì, le emozioni del coraggio e della paura, della curiosità e della diffidenza, dell’arroganza e della lealtà,   dell’intraprendenza e della diserzione,  dell’odio per l’altro e per se stessi, dell’amore per il debole e per la comunità, trarrebbero la possibilità di essere riconosciute, comprese ed approfondito dall’incontro vivo con la cultura umanistica.

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *