LA MANCANZA DI ASCOLTO CHE GENERA MOSTRI

Di Francesca Imbimbo


Cade proprio in questi giorni l’anniversario delle ultime due condanne inflitte a Larry Nassar, medico dell’Università del Michigan e della squadra olimpica statunitense di ginnastica artistica: una condanna da 40 a 125 anni e una da 40 a 175, per aver abusato di bambine e ragazze, oltre a una condanna federale a 60 anni per il possesso di materiale pedopornografico.

Non sappiamo a quando risalgono le prime denunce. E’ certo però che ci sono state e per un lungo tempo non sono state credute: le ragazze e le famiglie sono state intimidite, scoraggiate o messe a tacere.

Rachael Denhollander, avvocato, ex atleta e madre di tre bambini, è stata la prima donna a parlare pubblicamente, nel 2016, delle sue accuse a Larry Nassar: in un’intervista a un giornale locale, l’Indianapolis Star, racconta di aver appena fatto denuncia contro il medico per gli abusi avvenuti quando lei era una giovane atleta di 15 anni. Da quel momento decine di donne e ragazze escono allo scoperto, le denunce vengono accolte e portano all’apertura di diversi processi. Il racconto di questi abusi seriali, che avevano coinvolto bambine e ragazze per almeno due decenni, non arrivano però alla stampa nazionale, rimanendo confinati per più di un anno a un’attenzione locale; le vittime raccontano la frustrazione e la disperazione nel sentire che “al paese semplicemente non importava l’abuso che avevamo subito”.

Non stupisce la chiusura dei media su questi avvenimenti, perché dare risonanza avrebbe significato ammettere gli abusi da parte di un medico rinomato, ascoltare la voce delle vittime, riconoscere la negazione e le intimidazioni avvenute negli anni precedenti, mettere infine in discussione sia il sistema universitario che quello della ginnastica olimpica.

Il cambiamento rispetto all’attenzione mediatica avviene grazie al coinvolgimento di un gruppo di medaglie d’oro olimpiche come  McKayla Maroney, Aly Raisman, Simone Biles e Gabby Douglas e soprattutto grazie all’udienza finale del processo tenuto a Lansing, Michigan, il 16 gennaio 2018: in quella occasione la legge americana prevede che le vittime possano leggere una dichiarazione davanti alla corte; la giudice Rosemarie Aquilina decide di autorizzare tutte le persone coinvolte a farlo, anche se questo richiederà un’intera settimana. Tutte le vittime decidono di fare una dichiarazione, e anche alcuni dei loro familiari: tutti vengono ascoltati.

Morgan McCaul, che all’epoca aveva 18 anni, dice che il momento della lettura della dichiarazione ha cambiato la sua vita per sempre; Sarah Klein, 39 anni, commenta: “sono riuscita a portare la piccola bambina che ero in tribunale e su quel podio. Sono riuscita a parlare per lei”. Più di 150 donne hanno letto le loro dichiarazioni e questo ha costretto il paese, e anche il mondo, ad ascoltare e a fare i conti con gli abusi e con le complicità istituzionali che li avevano permessi.

Le testimonianze delle vittime sono state rese pubbliche, ne ho ascoltate molte su youtube. Kyle Stephens racconta che Nassar era un amico dei suoi genitori e le due famiglie si frequentavano nei weekend e durante le vacanze; la giovane donna racconta di aver subito abusi dai 6 ai 12 anni e di non essere stata creduta dai genitori quando finalmente è riuscita a parlare. Quando il padre di Kyle Stephens si è suicidato, lei è stata accusata dalla madre di essere la responsabile di quel gesto, per il fatto di aver denunciato la violenza. Kyle ha cercato aiuto in modo autonomo, ha dovuto allontanarsi dalla famiglia negandone l’esistenza, e la possibilità di leggere la sua dichiarazione per lei ha avuto un effetto “terapeutico”, per usare le sue stesse parole.

Dal settembre 2016 ad oggi, più di 400 donne e ragazze hanno dichiarato che il dottor Larry Nassar le aveva abusate, molte durante visite mediche presso la Michigan State University. La prima vittima conosciuta del dottor Nassar, Sarah Klein, ha oggi 39 anni ed è stata abusata quando ne aveva 8. Questo vuol dire che, per quello che sappiamo, il dottore ha potuto agire indisturbato per trent’anni, arrivando anche a ricoprire cariche prestigiose in ambiti come l’università, il comitato olimpico e l’USA Gymnastics. Dobbiamo ancora una volta riflettere su come non ci si possa limitare a stigmatizzare il “medico mostro”, come è stato definito dalla stampa, ma come sia invece indispensabile allargare lo sguardo a una cultura adultocentrica che tende a non ascoltare le vittime: sono stati documentati insabbiamenti, intimidazioni, negazioni che hanno contrastato la possibilità di dare giustizia alle vittime; sono emerse una vasta e potente copertura istituzionale e una massiccia negazione psicologica che ha circondato la violenza e ha consentito all’azione abusante di risultare particolarmente pervasiva, nociva e duratura, coinvolgendo centinaia di vittime.

Sarah Klein ha sperimentato, durante l’ultima udienza, un profondo senso di colpa: ha pensato che, se avesse parlato quando aveva 8 anni, tutte quelle ragazze non si sarebbero trovate quel giorno in tribunale; poi, vedendo una ragazzina di 15 anni entrare in aula, ha pensato “com’è giovane!” e immediatamente si è resa conto di come fosse piccola anche quella bambina di 8 anni che lei era stata, riuscendo a provarne compassione.

Per concludere, vorrei ricordare le parole di Christine Blasey Ford, un’altra donna coraggiosa che ha testimoniato contro il suo abusante: “Noi abbiamo tutti il potere di creare un vero cambiamento e non possiamo permettere di essere definite e schiacciate dalle azioni degli altri”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *