NON TOGLIERE AI BAMBINI IL CONFRONTO CON LA MORTE

Di Denise Picone Chiodo


“Perché è successo proprio a lei?”
“Ma è colpa mia?”
“Ma non lo rivedrò mai più?”
“Ma dov’è andato?”
“Ma succederà anche a me?”
“Tu stai bene? Non è che mi lasci anche tu?”

Quante volte ci è capitato, dopo un lutto, di porre queste domande a qualcuno, a noi stessi o sentircele fare? Affrontare il dolore derivante dalla perdita di una persona cara è difficile per qualsiasi individuo, a maggior ragione se l’individuo in questione è un bambino a cui magari vengono spiegate le cose in modo sommario e non completamente corrispondente alla realtà dei fatti, con l’intento illusorio di fare cosa buona e giusta proteggendoli dalla negatività dell’esistenza. Ma in realtà è rischioso espropriare i bambini della possibilità di affrontare e di elaborare il lutto. Nella società odierna si tende a “negare ed evitare il confronto con la sofferenza e con la morte” (Foti C., in Bolognini N., 2010, p. 7), tendenza che si ritrova anche sul piano educativo nella comunicazione tra adulto e bambino spesso caratterizzata dall’evitamento dei temi più sofferti, come quelli della sessualità, della violenza, della malattia e del lutto. Ma l’impatto con il dolore non può e deve essere negato. Anzi è necessario insegnare ai bambini ed aiutarli a dare un nome ai propri sentimenti di fronte agli aspetti sofferti e conflittuali dell’esistenza: solo così potranno riconoscere e padroneggiare le emozioni derivanti dalla dimensione negativa della vita, dall’esperienza della perdita e più in generale dall’impatto con eventi traumatici. Una delle difficoltà principali dell’adulto è ascoltare ciò che il bambino comunica, in particolare quando egli esprime sofferenza ed impotenza. Questo dipende dal bisogno dell’adulto di difendersi dal pericolo di perdere il controllo, di entrare in contatto con il caos che il dolore può generare, dal confronto con le situazioni in cui non si sa come uscirne. Ma se il bambino non trova un interlocutore adulto con cui confidarsi in una relazione basata sulla comprensione, sull’accoglienza e sull’ascolto empatico si producono in lui gravissime conseguenze: la sofferenza repressa, schiacciata, non verbalizzata e non condivisa genera sintomatologie e chiusure pesanti.

Confrontarsi con il tema della morte risulta doloroso perché ci mette nella condizione di “fare i conti con la nostra fragilità e debolezza” (ivi, 13). La morte fa paura perché è l’unica certezza che ci accompagna fin da quando nasciamo, l’allontanare questo pensiero ci porta ad essere completamente impreparati quando sopraggiunge; talmente impreparati e spaventati da essa che spesso “non siamo nemmeno in grado di nominarla, di designarla col suo nome, ma ricorriamo ad eufemismi come ‘dorme, è volato in cielo, è partito per un lungo viaggio” (ibidem). Risulta, invece, fondamentale parlare della morte ai bambini, anche quando questa ci tocca e li tocca molto da vicino perché i sentimenti del lutto, dell’abbandono, della separazione hanno diritto di cittadinanza nella mente del bambino e chiedono di essere elaborati. Quel che adulto può fare è essere emotivamente vicino ai bambini quando si trovano ad affrontare eventi luttuosi aiutandoli a comprendere ed esprimere ciò che provano. Se un bambino viene lasciato solo nel suo dolore e con i suoi interrogativi difficilmente riuscirà ad “accettare la separazione dal defunto” (ivi, 15) e altrettanto difficilmente riuscirà a formare nuovi legami ma rischierà di entrare in un circolo vizioso in cui la sofferenza non può che generare altra sofferenza. E’ necessario attrezzare il bambino ad affrontare la sofferenza in modo consapevole ed efficace, tale obiettivo non è raggiungibile se non viene data loro la possibilità di confrontarsi con situazioni spiacevoli e di mettere in parola tali situazioni; tagliarlo fuori da fatti dolorosi, come la morte di una persona cara, non è una salvaguardia ma un’esclusione dalla comunità familiare. Parlare con i bambini della morte “vuol dire prepararli a capire la realtà, aiutarli a crescere. Quando muore (…) [qualcuno] è indispensabile che la verità non venga taciuta o mascherata ai
bambini. (…). Se (…) non [gli] è permesso di confrontarsi su questo tema (…) [cercherà] di comprenderlo da solo e a volte il rischio è che si crei delle fantasie assurde, la qual cosa è molto peggio dell’affrontare la dura realtà della morte.” (ivi, 17). Come specificato da Bowlby “la convinzione che il dolore in un bambino piccolo sia di breve durata è in assoluto un’illusione che ha potuto nascere e persistere a causa del desiderio insito in noi che il bambino non debba soffrire” (Bowlby, 1983, 21), ma “la sofferenza è costitutiva dell’esistenza” (Bolognini N., 2010, p. 15), nel corso della vita ogni individuo prima o dopo si troverà faccia a faccia con vissuti di lutto e di dolore e se non ha avuto la possibilità di sperimentare e confrontarsi con la sofferenza legata alla perdita si troverà senza strumenti per superare la dura realtà e rischierà di rimanere in balia di una miriade di emozioni e sentimenti spiacevoli a cui non saprà neppure dar nome. I bambini hanno bisogno di essere aiutati a parlare, in quanto la parola è uno dei principali mezzi per sciogliere la sofferenza, “quanto più (…) sono liberi di esprimere i loro sentimenti sul passato e di esplorare le loro preoccupazioni per il futuro, tanto più rapidamente riusciranno a superare (…) [la] terribile perdita” (Grollman E. A., 2005, p.73).


Bolognini, N. (2010). “Come parlare della morte ai bambini. Dal lutto all’elaborazione, dal trauma al cambiamento”. Sie Editore: Pinerolo.

Bowlby, J. (1983). “Attachment: Attachment and Loss, Volume One”. Basic Books: New York.

Grollman, E. A. (2005). “Perché si muore? Come trovare le parole giuste: un dialogo tra genitori e figli. Red Edizioni: Milano.

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