“FANCULO”: IL PRINCIPIO FONDAMENTALE PER SALVARSI

Di Francesca Imbimbo


Kevin è un bambino mingherlino di 8 anni, straordinariamente bello e comunicativo, ma anche straordinariamente “incazzato” e sofferente. Nei momenti di rabbia sviluppa una forza spaventosa: un giorno stacca la gamba di un tavolo di legno e poi la usa per frantumare una porta.

Nei momenti di calma Kevin si interroga sul suo passato di abbandoni ripetuti e sul suo possibile futuro. Sono la sua educatrice, mi fa domande intelligenti, spiazzanti, dolorose, non sempre trovo le parole per rispondere. Una sera, mentre sono seduta sul suo letto mentre cerca di prendere sonno, dice: “Tu sei più grande di me, hai vissuto di più… ma io ho sofferto tanto più di te… non so se puoi capire”.

A distanza di tempo, ricordo ancora gli occhi azzurri puntati nei miei, le occhiaie bluastre di chi non dorme bene, il viso minuto e intento. Quella frase mi ha accompagnata via via negli anni seguenti, mentre accoglievo e seguivo altri bambini, e mi ha fatto sorgere sempre altre domande: “Cosa sta pensando Mario?… che cosa prova in questo momento Antonietta?…. come si sentirà Sandrina?”

Una ricerca di empatia e rispecchiamento non sempre facile, viste le storie a volte estreme dei bambini che ho incontrato. Ho sentito e condiviso vergogna, disgusto, impotenza, angoscia, sentimenti miei e loro, loro e miei….

Negli ultimi mesi ho incontrato un libro che è stato in qualche modo illuminante rispetto ai miei tentativi di comprendere, di “sentire” con il bambino: il libro si intitola “Il quinto principio”, scritto dallo psicoanalista inglese Paul Williams.

Leggendo queste pagine ho incontrato il piccolo Paul, raccontato da un Paul adulto che cerca di ricostruire la storia di un’infanzia incomprensibile e terrificante. Ripercorrendo i primissimi ricordi, Paul racconta del senso di svuotamento sperimentato: “Mi ritrovo alla deriva, impercettibilmente piccolo e condotto in un luogo in cui vengo svuotato di tutto ciò che ho dentro, mentre accanto a me succede qualcosa di terrificante. Lo svuotamento ha finito per definirmi… Incorporeo, senza redenzione e terrorizzato, ero diventato un alieno, sul punto di scomparire, incapace di pensare, parlare o sostenermi.”

I primi ricordi sono legati al “bosco”, un territorio dove Paul, a tre, quattro anni, trascorreva la maggior parte del suo tempo, ritornando a malincuore la sera a casa dei genitori: mamma e papà avevano già fatto morire di stenti e malattia la sorella maggiore Carole, ancora neonata, e non si preoccupavano di Paul e della sorellina Patricia. Tornare a casa per Paul significava quindi afferrare quanto più cibo poteva per la sera e per il giorno dopo, e cercare di tenersi alla larga dai genitori.

Il padre esce presto la mattina e torna a casa il pomeriggio ubriaco, litiga con la mamma e poi esce di nuovo per andare al pub. Evita ogni contatto con il figlio, salvo per svalutarlo e insultarlo, accomunandolo alla figura e alla famiglia della madre. Paul si convince di essere inutile e insignificante, di pensare cose fasulle e senza importanza.

La madre sembra ancora più dannosa del padre, perché di carattere impulsivo violento e capriccioso: Paul e Patricia sono colpiti da attacchi imprevedibili e violenti della madre che li lasciano tramortiti, disorientati e alla fine estraniati. In realtà quasi tutti gli attacchi sono verso Paul, perché la sorellina sin da piccola era stata annientata e sottomessa e quindi poteva essere controllata più facilmente.

“Sembrava che le esplosioni di rabbia fossero cosmiche, come un’esplosione nucleare che frammentava tutta la vita circostante. Quando si verificavano, tutto cambiava: scomparivano il pensiero, la continuità e il legame. Subentrava il terrore, la paralisi e l’allerta, in attesa dell’attacco successivo che inevitabilmente arrivava quando meno te lo aspettavi.”

Solo da adulto Paul capisce la logica sottostante agli attacchi della madre, che da piccolo gli sembravano assolutamente casuali: capisce che la madre li colpiva quando si sentivano tranquilli o quando si erano divertiti lontano da lei e da casa.

Paul capisce anche, più tardi nella sua vita, che  l’obiettivo di questi attacchi non era di umiliarli, anche se loro così si sentivano, ma c’era qualcosa di più: i due bambini facevano delle richieste che la mamma “giudicava oltraggiose, irragionevoli, impossibili da soddisfare e potenzialmente lesive per lei”. A quattro anni Paul capisce non solo che non deve chiedere niente, ma che deve rendersi invisibile, appena possibile. Inoltre è sempre convinto che la responsabilità della situazione disastrosa con sua madre sia esclusivamente sua, quindi sente la vergogna di essere un fallito come figlio.

Da questa vergogna e dalle esperienze dei primi anni di vita nascono i primi quattro Principi che permettono a Paul di sopravvivere. Il Primo Principio di vita dice: Tutto ciò che dico o faccio è sbagliato; il Secondo: Non credo a quel che mi dicono. La verità è l’opposto di quel che mi dicono; il Terzo: La rabbia mi terrà in vita; il Quarto: Se lavorerò il doppio degli altri, sarò in grado di vivere una vita che sarà molto simile ad una normale.

Paul racconta che l’esperienza non solo di fare qualcosa di sbagliato, ma di possedere l’identità negativa di essere sbagliato corrode ogni speranza ed ogni fiducia. Un bambino di fronte ad una tale esperienza traumatica può arrendersi e spegnersi internamente, come fece la sorella Patricia. Oppure il bambino può sfidare l’impossibile, come è successo a Paul, grazie anche alla rabbia che provava costantemente.

Assistere alle continue liti notturne tra i suoi genitori metteva Paul e la sorella in uno stato di allerta costante: Paul adulto racconta: “Per la spossatezza emotiva e la confusione per gli episodi di violenza continui, mi diventò difficile pensare a qualsiasi cosa”.

Ripenso a tutti i bambini che arrivavano in comunità, proveniendo da situazioni di violenza, e che apparivano in allarme, disorientati, incapaci di esprimere un pensiero o anche solo una preferenza (“qual è il tuo colore preferito?” “…non lo so…”; “vuoi i pantaloni o la gonna?” “…. Non lo so….”).

Il racconto di Paul colpisce per la sua forza e per la sua efficacia espressiva…. Mi aiuta a sentire cosa sentono i bambini, anche se l’autore dice esplicitamente che le parole, per quanto precise, sono inadeguate a descrivere la vergogna delle umiliazioni quotidiane e protratte fino all’età in cui è riuscito ad andarsene da casa, a 17 anni. L’obiettivo delle parole della madre era quello “di colpire  e paralizzare…. E veniva raggiunto istillandomi timore per la mia vita. Oltre al contenuto, la forza della lacerazione mi toglieva la capacità di difendermi, con il risultato che tremavo quando lei si arrabbiava. L’insieme di terrore, disorientamento e dolore fisico quando ero sgridato (crampi, ansia, terrore notturno, incontinenza) mi terrorizzava e annientava ogni resistenza.”

Paul cerca anche di difendersi dagli attacchi staccandosi dalle proprie emozioni e dal proprio corpo, distaccandosi da se stesso, immaginandosi di “essere fuori dal corpo”, ma questa strategia dissociativa non ha successo.

In questo contesto nascono i primi quattro Principi, per il senso di colpa di sentirsi sbagliato e per la sensazione che molte accuse dei genitori non fossero vere; per la consapevolezza che la rabbia provata gli impediva di scivolare nella morte e per il desiderio di avere una vita normale, come quella che immaginava dietro le finestre illuminate delle case accanto,  sotto le quali passava quando ritornava a casa dal Bosco, la sera.

Il contatto sconvolgente con la realtà avviene con l’inizio della scuola: Paul cerca di passare inosservato, di rendersi invisibile, ma si rende ben presto conto di non avere imparato le basi della vita di relazione, perché nessuno era stato in relazione con lui. Si rende conto di non riuscire a capire le espressioni e i comportamenti degli altri, di non essere in grado di riconoscere le emozioni, se non la rabbia e la vergogna. Anche quando incontra persone che mostrano di volerlo aiutare, che esprimono affetto o vicinanza, lui fugge perché non possiede le “condizioni mentali e il linguaggio” per riconoscere questi sentimenti.

Paul adulto racconta dei suoi problemi alimentari, dell’attitudine sviluppata a raccontare bugie in modo compulsivo per nascondere il vuoto interiore e relazionale; racconta la paura e il senso di isolamento e di estraneità, il desiderio di morire ma anche di sopravvivere, la paura di essere violento e di uccidere sotto la spinta di una rabbia devastante, la necessità di soffocare queste emozioni attraverso l’obnubilamento o le droghe.

Arriva alla fine allo svelamento dell’ultimo principio, che prende forma come conseguenza della formulazione dei primi quattro e anche come loro superamento. Questo principio può essere trovato e pensato solo nel corso della vita adulta, dopo che Paul ha lasciato la casa dei suoi genitori, ha raggiunto una certa indipendenza, ha lottato contro gli effetti devastanti della sua infanzia, cercando per molto tempo di sopportarli come inevitabili. Ad un certo punto della sua vita cominicia a liberarsi dall’eredità di vergogna e terrore della sua infanzia, smantellando a una a una le premesse che controllavano i modi di pensare e sentire del passato. Capisce che “era possibile riuscire a fare quello che volevo fare: amare, piangere in pubblico, essere arrabbiato, ignorare la pazzia degli altri, ascoltare la musica e, con mia sorpresa, scrivere.” Per sentirsi vivo, Paul doveva liberarsi dalla presa condizionante del passato, fare scomparire tutto il piano omicida da cui era stato impossibile difendersi da bambino.

È a questo punto che si materializza il Quinto Principio: Fanculo. Fanculo significa il rifiuto delle condizioni che avevano condizionato il passato e soprattutto il rifiuto degli effetti di queste condizioni sul presente. Naturalmente non è stato un cambiamento immediato, ma un percorso sofferto che ha permesso a Paul di evolvere, per usare la sua stessa espressione, “da persona disturbata a persona strana”, ossia una persona non convenzionale perché coinvolta in sentimenti difficili e complessi.

Il messaggio più toccante ed efficace di questo piccolo libro prezioso resta comunque nella voce che svela pensieri, sentimenti, ricordi fatti di immagini e frammenti di concretezza della vita di un bambino che sopravvive, nonostante il desiderio a volte di scomparire.

Il piccolo Paul è riuscito a sopravvivere quasi da solo e il Paul adulto ci ha aiutato ad ascoltare la sua voce bambina.

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