CELEBRITA’, POTERE ED ABUSI SESSUALI: IL DOCUMENTARIO SI MICHAEL JACKSON

Che l’esaltazione del potere possa favorire la ricerca di un dominio sulla sessualità delle donne, dei bambini e degli adolescenti è un dato storico e culturale incontestabile. Il tema viene riproposto dal documentario su Michael Jackson, Leaving Neverland,  uscito all’inizio di marzo negli stati Uniti e riproposto dalla Nove in Italia.  Il titolo del documentario allude agli abusi sessuali che Jackson avrebbe esercitato ai danni di numerosi bambini, passati, chi per un verso chi per l’altro, nel suo celeberrimo ranch Neverland. La leggendaria pop star è stata a suo tempo processata – e il documentario lo dice – e dichiarata innocente da una giuria di suoi pari, che ha giudicato falsi tutti i dieci capi di accusa.

Lo stesso Jackson, in prima persona e/o tramite i suoi legati, e ovviamente anche tutti i suoi milioni di fan, hanno sempre negato categoricamente questi abusi, affermando che chi ha accusato Jackson di pedofilia è sempre stato un bugiardo speculatore interessato a possibili risarcimenti,

Leggiamo sul sito on line di Radio Popolare: “Protagonisti di lunghe interviste, James Safechuck e Wade Robson, che raccontano – con profusione di dettagli e il sostegno delle rispettive famiglie – come divennero amici di Jackson, tra gli anni 80 e 90, quand’erano bambini, e la loro relazione col cantante: lo stupore davanti al lusso sfrenato e a una sorta di potere magico che permette di ottenere tutto in un istante, il rapporto profondo col musicista, fatto di telefonate a ogni ora, regali, viaggi, tanto tempo passato insieme, e infine gli abusi sessuali di cui Jackson li avrebbe resi vittima, e per cui è stato già dichiarato non colpevole in due processi.”

www.radiopopolare.it/2019/03/leaving-neverland-documentario-michael-jackson/

Le interviste esprimono indubbiamente  una grande forza documentativa, una coerenza narrativa ed emotiva  che viene messa in discussione dai negazionisti nostrani pronti subito ad invocare la mancanza di obiettività (vedi articolo su panorama di Antonucci) https://www.panorama.it/musica/michael-jackson-la-verita-dubbi-sul-documentario-leaving-neverland/

Il documentario ha scatenato reazioni di estrema indignazione, con alcune radio canadesi e neozelandesi che decidono di non trasmettere più i brani di Jackson e luoghi pubblici che scelgono di rimuovere statue del re del pop. E, naturalmente, dall’altro lato della barricata, i fan che organizzano azioni innocentiste come fossero adepti di un culto, e gli eredi di Jackson che intentano cause legali.

Il sito propone un interessante parallelo tra la rivelazione concernente il possibile abuso perpetrato e la vicenda che ha riguardato R. Kelly,  meno famoso di Jackson in Europa, ma che negli Stati Uniti è una celebrità afroamericana del mondo della musica.

“Kelly è accusato da moltissime donne, tutte giovanissime se non minorenni all’epoca dei fatti, di aver abusato di loro, sia sessualmente sia psicologicamente, minacciandole e rendendole prigioniere di quella che i media non hanno esitato a definire una “setta del sesso”. Anche R. Kelly è già stato processato in passato, per pedopornografia e abusi su minori, e assolto: ora, però, dopo la messa in onda del documentario che raccoglie decine di testimonianze dirette di presunte vittime, la contea di Cooke l’ha rimesso sotto inchiesta. Il suo caso è diverso da quello di Jackson, ovviamente, in primo luogo perché Kelly è ancora vivo (e capace di rilasciare interviste, come ha fatto recentemente per la CBS con un risultato tanto imbarazzante da trasformarlo in zimbello), e dunque ci si può auspicare un percorso e un verdetto legali.

Quel che più colpisce in queste storie, conclude l’articolo di Alice Cucchetti su Radio Popolare on line “è l’enorme impatto emotivo che una confessione a cuore aperto, a favor di telecamera, può suscitare nella percezione collettiva (quando, per esempio, le ragazze che negli anni hanno denunciato R. Kelly sono state spesso ignorate, chissà se perché sono tutte nere): quasi fosse l’altro lato della medaglia dello stesso culto della celebrità che per decenni ha permesso a chi si trovava in una condizione di estremo potere di compiere, indisturbato, abusi.”

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