LA SINDROME DI ADATTAMENTO NELLE VITTIME DI ABUSO SESSUALE

“Io l’amavo. Nonostante avesse abusato di me, nonostante mi avesse ucciso l’anima io l’amavo, perché lui mi dava affetto a modo suo e a me, il suo modo di darmi affetto, piaceva…”

L’abuso sessuale è riconosciuto nella comunità scientifica come un fenomeno capace di generare una ferita nell’anima, in altri termini un segno indelebile tatuato con dolore su coloro che ne sono state vittime. Le conseguenze negative che l’abuso porta con sé sono protratte nel tempo e possono essere le più disparate a seconda delle personalità delle vittime e dei fattori di rischio e protettivi che le circondano.

Alcuni effetti emotivi che si possono ritrovare nei soggetti vittime di violenza sessuale non  sono di semplice comprensione.  Si riscontra spesso una ambivalenza di sentimenti opposti: dipendenza e rifiuto, fascinazione e rabbia, eccitazione ed angoscia.  Compare inoltre il senso di colpa, un vissuto nel quale spesso le vittime si trovano invischiate. Connessi al senso di colpa vengono, inoltre, individuati una serie di comportamenti di attaccamento e sentimenti d’amore che risultano contrastanti e incomprensibili se relazionati alle violenze e agli abusi che quelle vittime hanno subito.

Com’è possibile che questo avvenga?

Nella letteratura sono stati individuati diversi termini per identificare la relazione che si instaura, a volte, tra la vittima e il suo aguzzino: Summit la chiama “sindrome di adattamento”, Gabbard “sindrome di Stoccolma”, riferita ai bambini vittime di rapimento e maltrattamenti, A. Miller “idealizzazione difensiva”, A. Freud e Ferenczi “identificazione con l’aggressore”. Ciò che è comune a tutte quante le diverse formulazioni del fenomeno è il meccanismo che ne sta alla base, per cui la vittima si ritrova ad identificarsi emotivamente con il proprio aggressore, fino a provare per lui sentimenti di attaccamento e amore.

Il senso di colpa è un vissuto che deriva dal fatto che la vittima sente di aver colluso con l’abuso, di avervi partecipato con la curiosità, con l’eccitazione, con il desiderio affettivo.  La vittima  quanto più è piccola, quanto più è isolata,  tanto più perde il senso della propria innocenza e non riesce a cogliere che l’adulto è il regista responsabile della strategia che produce, accompagna e segue la violenza.

Il senso di colpa può nascere anche dalla consapevolezza, da parte della vittima, di aver raggiunto un grado di complicità con il suo aguzzino che l’ha portata a mantenere il segreto sulle violenze subite o, addirittura, a credere di essere stata lei stessa a desiderare quel tipo di rapporto e ad “esserselo cercata”.

La sindrome di adattamento è molto diffusa nei casi di incesto familiare, in cui la vittima si trova a dover fare i conti con la volontà di conservare la relazione di attaccamento con la figura genitoriale abusante e giunge a percepire sé stessa come “cattiva” e meritevole delle violenze subite, anziché come vittima innocente.

Se la piccola vittima non trova comprensione e solidarietà ed è abbandonata a se stessa, la complicità della vittima con il proprio abusante può anche sfociare in una forma di identificazione con l’aggressore, per cui la vittima si trova ad agire gli stessi comportamenti perversi messi in atto nei suoi confronti: le bambine vengono, in molti casi, trasformate in esperte del sesso, in fantastiche Lolite che hanno imparato l’arte della seduzione come unico modo per dare e ricevere affetto. In questi casi la rivelazione appare ancora più complicata perché costituisce un segreto particolarmente indicibile: l’esperienza dell’eccitazione sessuale  diventa sorgente di un profondo vissuto di vergogna,  di cui non sono pienamente consapevoli. La mancata elaborazione di questa parte del sé può sfociare nella perpetrazione di tali comportamenti perversi da parte della vittima stessa.

 

“..essere vista finalmente, sentire che qualcuno era lì per me e in quel momento, senza la mia presenza, i suoi occhi non avrebbero brillato così tanto..”

 

Questa ambivalenza delle vittime nei confronti dei loro aggressori provoca in genere delle reazioni emotive molto intense di confusione e di incomprensione negli operatori che impattano con questo fenomeno.

Come ha affermato Claudio Foti: “Una ragazza che dopo aver denunciato il padre e dopo essere stata inserita in comunità, scappa dal luogo dove è stata ricoverata a fini di protezione e raggiunge il padre che l’ha abusata genera sconcerto ed anche condanna negli operatori che seguono il caso e nei giudici chiamati ad emettere provvedimenti. Non riescono a comprendere che la ragazza deve essere aiutata ad elaborare la propria ambivalenza, essendo ancora affascinata e vincolata psicologicamente al padre che l’ha abusata e che è riuscito per anni ad  attivare comportamenti seduttivi ed illusoriamente affettivi nei suoi confronti. Tendiamo ad avere un’immagine idealizzata della vittima: in genere ci aspettiamo che tanto più un soggetto è stata sopraffatto e violentato tanto più sia interessato a ribellarsi e a prendere le distanze dal suo aggressore. Non è così. Talvolta è vero il contrario!”.

L’ambivalenza delle vittime può mostrarsi non solo nei confronti dell’abusante ma anche dello stesso comportamento maltrattante.  Spesso le piccole vittime maltrattate dai genitori desiderano tornare da loro e quest’ambivalenza crea delle difficoltà anche nel contesto giudiziario: la loro credibilità scema di fronte all’apparente inconciliabilità di questi comportamenti ambivalenti con il fondamento della loro rivelazione.

 

 

Bibliografia

  1. Ayoun (1997), “Incesto, violenza e cultura”, in M.Gabel, Serge Lebovici, P.Mazet (a cura di) “Il trauma dell’incesto”, centro scientifico, Torino
  2. Cirillo, P. Di Blasio, M. Malacrea, A. Vassalli (1990), “La vittima come attore”, in M. Malacrea, A. Vassalli, “segreti di famiglia, Cortina, Milano.
  3. Roccia “La vittima di abuso sessuale tra amore e odio per l’abusante”, in Il dramma dell’aboso sessuale, centro Studi hansel e gretel. 1990.
  4. Roccia, “Bambini vittime di abusi sessuali ritualistici e sette sataniche: trauma e meccanismi di difesa della sofferenza”, tratto da C. Roccia, (2001), “Riconoscere ed ascoltare il trauma”, Angeli.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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