IL NOSTRO INTERVENTO

 Sensibilizzazione e formazione

Il nostro impegno clinico e culturale ed il nostro intervento di sensibilizzazione e formazione si sono orientati e sviluppati intorno a principi e metodi che si richiamano al tema della intelligenza emotiva.

Intelligenza emotiva è per noi una prospettiva culturale che riprende il concetto reso noto dagli scritti di Daniel Goleman, ma che va al di là del contributo, pur rilevante, di quest’autore. Molto prima che l’opera di Goleman arrivasse in Italia il Centro Studi Hänsel e Gretel ha cercato, in modo originale, di sintetizzare, sul piano teorico, tutti gli apporti psicologici che hanno esplorato e valorizzato l’incontro tra consapevolezza ed affetti e, sul piano metodologico, tutte le tecniche che fanno interagire la mente e il cuore. Confluiscono così nel nostro impegno culturale ed operativo quei contributi teorici e tecnici, dalla psicoanalisi relazionale alla Psicologia del Sé, da Ferenczi ad Alice Miller, dalla teoria sistemica alla psicologia del trauma, dallo psicodramma alla Gestalt, che evidenziano il ruolo delle relazioni nello sviluppo e nella genesi del disagio e della sofferenza mentale e che favoriscono l’interazione tra ragione ed emozioni.

Per dare risposta ai bisogni di crescita e al disagio dei bambini e degli adolescenti, occorre apprendere il linguaggio dei sentimenti, liberarsi della tentazione dei giudizi e dei pregiudizi, aprirsi all’ascolto emotivo e alla condivisione.

 

 

Metodologia

 

L’originalità della nostra proposta formativa si fonda su un’attenzione specifica e approfondita al metodo oltre che ai contenuti.

“Il mezzo è il messaggio”

Il modo con cui parliamo ai bambini è altrettanto, se non più importante, del contenuto delle nostre parole. I genitori non trasmettono ai figli ciò che pensano o ciò che dicono, ma ciò che fanno e ciò che sono.

Diventare protagonisti della propria formazione

Un metodo che passivizza gli interlocutori, che utilizza esclusivamente la modalità della lezione, che si rivolge esclusivamente alla “testa” dei partecipanti, non ponendosi il problema di coinvolgere il loro “cuore”, è un metodo contraddittorio rispetto alla finalità di aumentare la sensibilità e l’attivazione sia cognitiva, che emotiva degli operatori sui temi della relazione educativa, delle competenze emotive, della prevenzione del disagio, del maltrattamento o dell’abuso.

Un formatore che imposta un corso sull’ascolto senza stimolare l’attivazione dei suoi allievi e senza dimostrare una capacità di interazione e di ascolto, finisce per dare un messaggio paradossale: “Vi spiego come si ascolta e vi faccio vedere come non si ascolta”. Al contrario un corso di formazione, capace di alternare momenti di gioco e momenti di elaborazione emotiva e riflessiva, permette ai partecipanti di sperimentare in modo vivo e concreto problemi di comunicazione e di ascolto e consente al formatore di trasmettere in modo più efficace schemi e concetti teorici.

 

Un metodo per comunicare e far crescere

Le parole chiave della nostra metodologia sono: soggettività, intelligenza emotiva, piccolo gruppo, comprensione, responsabilità, gioco, esperienza.

 

Soggettività

La più grande risorsa per prevenire la sofferenza dei bambini e le varie forme di violenza ai danni dell’infanzia sta nel far crescere la soggettività e la responsabilità degli adulti che vivono accanto ai minori. La soggettività è la capacità di un soggetto adulto, impegnato in un ruolo familiare o sociale a contatto con bambini o adolescenti, di ascoltare, definire ed esprimere i propri bisogni, compreso il proprio bisogno di essere sostenuto ed aiutato ad affrontare le proprie impegnative responsabilità a contatto con figli, allievi o minori in carico professionale. La soggettività comprende gli aspetti professionali ed umani, cognitivi ed affettivi dell’educatore, dell’operatore o del professionista dell’infanzia o dell’adolescenza. Il nostro metodo valorizza la soggettività del destinatario della formazione, favorendo la sua partecipazione cognitiva ed emotiva al percorso formativo.

 

Intelligenza emotiva

Si tratta di favorire non solo l’attivazione, ma anche la consapevolezza e l’ascolto di sé dei destinatari della formazione (siano essi grandi o piccini) al fine di sviluppare la loro “intelligenza emotiva”. Per intelligenza emotiva intendiamo fra l’altro la capacità di riconoscere e mettere in parola il mondo dei sentimenti e delle emozioni associato alle esperienze e alle relazioni, la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza neppure farsene travolgere; la capacità di sviluppare l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità di crescita, di educazione, di tutela; la capacità di percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici.

 

 
Piccolo gruppo

Il piccolo gruppo, dotato di stabilità e continuità, è il contesto ottimale dove svolgere l’intervento formativo, perché favorisce fra i partecipanti condizioni di conoscibilità reciproca e di rassicurazione, indispensabili per uscire dall’ansia, dalla diffidenza, dall’inautenticità, dalla presentazione difensiva di falsi Sé e per far emergere problemi reali. Nel gruppo non si parte dalla teoria, anche se ad essa si può e si deve pervenire: il formatore non impone un sapere predefinito, non fa prediche, non sale in cattedra, ma innanzitutto tende a facilitare la costruzione di un buon clima utile alla comunicazione, alla riflessione e all’apprendimento a partire dall’esperienza.

 

Comprensione e responsabilità

Si tratta di costruire nel gruppo di formazione un clima dove prevalga l’atteggiamento di comprensione empatica, di rispetto reciproco e di solidarietà e dove vengano meno, per quanto possibile, gli atteggiamenti di giudizio critico, che inibiscono la comunicazione e l’elaborazione delle difficoltà reali. Si cerca in ogni modo di contrastare gli atteggiamenti di colpevolizzazione nei confronti della vita emotiva o nei confronti del proprio o dell’altrui operato. Si tratta di favorire al massimo l’espressione autentica e differenziata dei problemi, dei punti di vista, dei sentimenti. Si tratta di evitare la colpevolizzazione per favorire contestualmente la consapevolezza e l’impegno sulle responsabilità psicologiche, relazionali, giuridiche, professionali, legate agli specifici ruoli istituzionali di educazione, assistenza, cura, tutela dei minori

 

Gioco

L’esperienza del gioco attiva la soggettività nelle sue componenti razionali ed emotive. Il formatore propone giochi finalizzati a far vivere situazioni capaci in qualche modo di presentificare l’esperienza professionale e relazionale a contatto con minori, un’esperienza che può essere successivamente elaborata sul piano emotivo e riflessivo. Le proposte di gioco comprendono tecniche di psicodramma, sociodramma, role playing, Gestalt, giochi di simulazione, di cooperazione, di elaborazione dei conflitti, di percezione del Sé e dell’altro, di fiducia. Tali proposte sono state opportunamente adattate alle diverse specifiche tematiche formative, e sono modulabili in relazione alle specifiche esigenze del gruppo di formazione.

 

Esperienza

Il gioco rinvia all’esperienza problematica che si vuole elaborare, la rappresenta, la rievoca e nel contempo propone un’esperienza nuova, altra rispetto a quella che si è già verificata, al fine di rivedere e rielaborare i problemi e le difficoltà dell’esperienza quotidiana. I processi di apprendimento e di formazione risultano più efficaci se i contenuti teorici non vengono trasmessi in modo astratto, bensì vengono ad appoggiarsi all’elaborazione dell’esperienza, sia quella che si produce nel “qui e ora” del gruppo attraverso il gioco, sia quella che riguarda l’impegno e l’attività quotidiana. È senz’altro vero che non c’è nulla di più concreto di una buona teoria, ma a condizione che questa teoria sappia dimostrare di prendere avvio e di trovare verifica nell’esperienza, sapendola illuminare ed orientare.

 

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