DA ASIA ARGENTO AD ANTHONY RAPP : IL CONTAGIO DELLA VERITA’

Un effetto domino: una rivelazione tira l’altra, la rottura di un segreto incrina un altro segreto, il coraggio di una vittima sollecita il coraggio di un’altra vittima e si diffonde il gusto di scoperchiare la falsità, l’ipocrisia, il silenzio che copre l’abuso. Ci troviamo di fronte ad una circolazione di verità, sollecitata dalle vittime che recuperano con la memoria del loro trauma una nuova dignità ed un nuovo rispetto di sé e della propria storia ferita.
Il fatto è che la violenza sessuale, come sosteniamo da tempo, non è evento eccezionale, bensì spirale endemica nella nostra comunità sociale: è diffusa nella community hollywoodiana (dove oggi l’abuso emerge scandalizzando gli ignari e gli ingenui), è diffusa (o per lo meno lo è stata) nella Chiesa Cattolica (che ha cercato vuoi di reagire vuoi di coprire il fenomeno), è diffusa in altre aree istituzionali che oggi sembrano immacolate ed estranee alla pratica quotidiana della violenza sessuale e della perversione, ma che in un non lontanissimo domani si riveleranno tutt’altro che immacolate. Il fatto è che le vittime sono tante ed hanno un’inarrestabile esigenza di raccontarsi. Il fatto è che la verità è un bisogno assolutamente
radicato nella mente umana. Il fatto è che le vittime si comunicano e si trasmettono attraverso la rete e i media la possibilità di alzare la testa, la scelta di preferire un riconoscimento – penoso ma liberante ed integrante – della loro vicenda di soggetti sconfitti dalla sopraffazione e dalla seduzione al mantenimento a tutti i costi di un falsa immagine di Sé.
Un bel colpo l’ha dato Asia Argento, che ha denunciato il suo seduttore/violentatore: il produttore Weinstein, facendone crollare la scintillante immagine. Straordinaria, Asia Argento che ha avuto la forza di raccontare la verità della propria condizione di vittima che inevitabilmente è scivolata in passato a causa della propria fragilità sul piano inclinato della sottomissione. Ammirevole Asia Argento che ha presentato con onestà la propria storia ambivalente e s’è esposta agli attacchi di una cultura maschilista e idealista che odia e non comprende le vittime, pretendendo da loro che siano eroiche e deducendo dal fatto che eroiche non sono state la conclusione che allora sono state bugiarde oppure puttane.
E siamo arrivati al coraggio dell’attore Anthony Rapp, attore della serie tv Star Trek Discovery, che ha raccontato di essere stato molestato quando aveva 14 anni da Kevin Spacey che all’epoca aveva 24 anni. Spacey, due volte premio Oscar, certamente non ha le caratteristiche del produttore Weinstein, potente ed incallito predatore sessuale. Spacey non ha ammesso, ma  comunque non ha negato e ha chiesto scusa alla sua vittima. Emerge un mondo di celebrità che non mostrano certo nello loro esistenza reale il sorriso festoso che sfoggiano nel
red carpet e che la loro vita è distante dal lucicchio della carta patinata, presentando vicissitudini
attraversate dal dolore, dall’inautenticità, dall’uso del potere.
Sull’onda della semiconfessione di Kevin Spacey, suo fratello maggiore ha raccontato ad un giornale inglese la drammatica vicenda infantile – segnata pesantemente da abusi e maltrattamenti – vissuta da lui e dallo stesso Kevin. Il padre era un fanatico nazista che allevava i figli in un clima di terrore con una madre debole e per nulla protettiva. “Mi frustava e mi violentava ripetutamente”, ricorda il figlio maggiore, che dice di essere stato profondamente distrutto interiormente dall’esperienza di bambino. Il fratello maggiore sostiene che Kevin reagì diventando freddo e incapace di provare sentimenti: “Per lui il cinema è stato una fuga dalla realtà”.
Le violenze, in quella casa degli orrori, durarono anni: secondo quanto testimoniato da Randall e dalla sorella Julie, il padre, era violento, pervertito e sadico, nazista fuori e nazista dentro.
“Nessuno di noi ha avuto una chance di crescere bene con due genitori come quelli. “, ha ammesso il fratello di Kevin Spacey. “C’era così tanta oscurità nella nostra casa, oltre ogni limite dell’immaginazione – ha raccontato ancora Randall -. Kevin provava ad ignorare quello che gli succedeva intorno chiudendosi in una specie di bolla emotiva. Così, crescendo, è diventato sempre più furbo e intelligente. Era così determinato a provare ad evitare le botte che rispettava in tutto e per tutto le buone maniere. Sembrava non avere emozioni”. Il rapporto tra i due fratelli, Randall e Kevin, come spesso avviene nelle famiglie abusanti è sto caratterizzato dal bisogno del fratello maggiore di proteggere il secondo in ogni modo, sacrificandosi per lui e beccandosi tutte le violenze sessuali. “Ero io il ‘prescelto’ per le violenze sessuali. Dicevo sempre a mio padre che se avesse toccato mio fratello, lo avrei detto a mia madre e avrei distrutto la famiglia”.
Una rivelazione tira l’altra in un contesto in cui è forte la circolazione delle informazioni. Dalla verità delle violenze subite dalle vittime si giunge poi alla verità delle violenze subite dagli autori quando erano bambini. Si apre dunque una voragine di verità dove s’intravvede come la sofferenza e l’umiliazione infantile possono esitare in tentativi di rovesciare il passato attraverso comportamenti di sopraffazione che affiorano nell’attualità.
Appare chiaro che il deviatore che impedisce alla vittima di liberarsi dalla violenza subita nell’infanzia e la obbliga a riproporla nella vita adulta è l’inconsapevolezza della propria sofferenza, l’insensibilità verso la propria  vittimizzazione, il distacco dalle emozioni. Come racconta il fratello maggiore di Kevin, quest’ultimo “provava ad ignorare quello che gli succedeva intorno chiudendosi in una specie di bolla emotiva… Sembrava non avere emozioni”.
Chi sente fino in fondo il proprio dolore, chi piange fino in fondo le proprie lacrime, chi avverte pienamente l’ingiustizia subita, ha la forza di evitare la trasmissione intergenerazionale della violenza, ha la sensibilità per non scaricare su altri ciò che ha subito.

 

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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