“PRIMA LA DANNO VIA, POI FINGONO DI PENTIRSI!”

Sta facendo da settimane scalpore la notizia del produttore hollywoodiano che avrebbe seminato molestie e abusi nell’arco della sua carriera cinematografica. La notizia ha generato un vero e proprio boom mediatico, portando diverse ed innumerevoli vittime a trovar la forza di denunciare le violenze subite. Senza entrare nel dettaglio della notizia, osserviamo che c’è un commento ricorrente che cattura l’attenzione perché spesso riproposto nei commenti di cronaca in ambito di violenze sessuali: «Se l’è cercata».

La cultura del «Se l’è cercata» è stata definita negli Stati Uniti “cultura dello stupro” («the rape culture») per indicare quell’insieme di “opinioni” che circolano attorno alle vicende di stupro.  

Un esempio di questa cultura è l’articolo che compare nella fotografia.   All’interno della cultura dello stupro, il lapidario «Se l’è cercata» viene sostenuto dalle più svariate motivazioni: «se era ubriaca, se l’è cercata», «se era vestita in quel modo, se l’è cercata», «se frequenta quelle compagnie, se l’è cercata», «se ha avuto certi atteggiamenti, se l’è cercata». In un certo senso è come se si fornisse un alibi all’aggressore, senza pensare al soggetto aggredito che inevitabilmente verrà sottoposto ad una vittimizzazione secondaria: non solo per quello che ha subito, ma anche per la responsabilità dell’accaduto che le viene attribuita. E questo alla vittima fa male, il doppio.

A tal proposito e nello specifico di una di queste motivazioni, quella attinente il vestito,  la direttrice dell’Istituto di prevenzione ed educazione sessuale del Kansas ha allestito una mostra dal titolo «What where you wearing?» («Cosa indossavi?»). All’interno della mostra sono esposti 18 abiti e a fianco di ognuno vi è un pannello che racconta la storia della persona che è stata stuprata con indosso quella maglietta, quella gonna, quei pantaloni.

«T-shirt e jeans. È successo tre volte nella mia vita, con tre persone diverse. E ogni volta avevo addosso t-shirt e jeans».

«Un vestitino carino. Mi è piaciuto appena l’ho visto (…) volevo solo divertirmi quella notte (…) Mi ricordo di come strisciavo sul pavimento cercando quello stupido vestito».

«Un prendisole. Mesi dopo mia madre, in piedi davanti al mio armadio, si sarebbe lamentata del fatto che non lo avevo più messo. Avevo sei anni».

Attribuire la responsabilità di uno stupro alla vittima per come era vestita è un’operazione violenta. Non si tratta di una semplice opinione, perché questo pensiero colpisce nel vivo una donna già ferita. Si tratta di un’opinione che finisce per legittimare ed in qualche modo incentivare lo stupro. L’articolo di Farina che compare in fotografia non è che un esempio.

 La “cultura dello stupro ” non riserva alcuna solidarietà alle vittime, anzi, le colloca sul banco degli imputati rendendole responsabili dell’incubo che hanno vissuto.  Si condanna l’accaduto attribuendolo a chi l’ha patito senza vedere la persona che c’è dietro, la sua paura di non essere capita, il suo timore dei giudizi, la sua diffidenza verso gli altri, i suoi incubi, il suo senso di colpa, la sua vergogna… E allora, proprio su questo, sarebbe opportuno fare sensibilizzazione e prevenzione perché il cambiamento di questa “cultura” è necessario. La differenza può e deve essere fatta a partire dall’attenzione alle parole che si utilizzano, da come si commentano le notizie in questione, da quello che si decide di leggere, scrivere o condividere sulle piattaforme digitali e che spesso e volentieri è intriso di sessismo. E tutto questo deve essere fatto affinché a tutti sia chiaro che la causa di uno stupro non è il vestito che indossi, quanto hai bevuto o le parole che hai detto o non hai detto, la causa di uno stupro è uno stupratore.

 

 

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