ALIENAZIONE PARENTALE O ALIENAZIONE PERITALE?

Di Raul Laurelli


Esiste una sindrome che affligge quei periti che suggeriscono con troppa facilità di allontanare i bambini dalle madri?

Ad ogni legislatura si registra un nuovo tentativo di far approvare qualche disegno di legge finalizzato a consacrare, nel nostro Ordinamento, il riconoscimento di una patologia (PAS), poi declassata a disfunzione (AP) , poi ulteriormente derubricata a “condotta”, asseritamente finalizzata ad alienare l’altro genitore dalla vita del figlio.

I sostenitori della necessità di introdurre nel nostro Ordinamento istituti di questo tipo, cercano di aprire una breccia talvolta attraverso la modifica del codice penale, come la norma proposta e sostenuta anche da un noto personaggio televisivo, talaltra attraverso la riforma del codice civile, come la proposta di legge attualmente depositata in parlamento che probabilmente non verrà mai esaminata stante l’ormai prossima conclusione della legislatura.

Seppure tali proposte di legge non hanno finora raggiunto l’obiettivo sperato, cioè la loro approvazione, si registra che già da anni queste presunte patologie o disfunzioni della personalità vengono, più o meno esplicitamente, adombrate , se non addirittura diagnosticate, in sede di consulenza tecnica, spesso senza alcun fondamento scientifico ma semplicemente sulla base delle accuse e delle illazioni che il genitore al quale vengono attribuiti i maltrattamenti o gli abusi sessuali verso il figlio, rivolge  a sua volta nei confronti del genitore che ha segnalato o denunciato la condotta violenta o perversa.

Come in un film proiettato per infinite repliche, si assiste sistematicamente alla medesima trama e ad ogni accusa di violenza o maltrattamento mossa da un genitore, viene opposto, dall’altro, l’addebito di aver costruito strumentalmente quelle false accuse, con la finalità di allontanare dal figlio (alienare) il genitore accusato.

L’esito di questi confronti dipende generalmente dall’opinione del CTU, opinione però che talvolta sembra condizionata da pregiudizi personali che impediscono, sia pur in assoluta buona fede, una valutazione obiettiva della vicenda .

Queste consulenze (e conseguentemente questi periti nominati dai Tribunali) hanno il potere di influenzare significativamente l’opinione del giudice, che si formerà leggendo il loro elaborato peritale e soprattutto le loro “conclusioni”, conclusioni che difficilmente il difensore riuscirà efficacemente a contrastare anche perchè, non esistendo un protocollo metodologico espressamente stabilito dalla legge, si finirà inevitabilmente a criticare una valutazione, se non addirittura un’impressione, opinabile in re ipsa, eppure paradossalmente sufficiente a orientare ineluttabilmente la decisione.

Ci sono consulenti tecnici che descrivono i bambini da loro osservati in sede peritale in maniera incredibilmente distante dalla descrizione resa invece dagli insegnanti o dagli operatori dei Servizi sociali.  Ci sono consulenti tecnici che adombrano presunte psicopatologie o tratti disfunzionali della personalità (tra le più gettonate la sindrome di Munchausen per procura, l’alienazione parentale/PAS e addirittura il disturbo paranoide di personalità) talvolta senza neppure l’ausilio di un test o sulla base di colloqui assolutamente inidonei a consentire una rigorosa psicodiagnosi, sia come durata, che come setting.

Queste presunte psicopatologie o disfunzioni della personalità,  vengono poi utilizzate per sostenere la tesi della necessità di allontanare il figlio da quel genitore, collocandolo prima presso una comunità e, successivamente, proprio presso il genitore che, lo stesso bambino, ha accusato di aver agito violenze o abusi sessuali, un genitore che viene invece ritenuto -da questi periti- la vittima sacrificale di una falsa accusa

.Ed allora, in molti di quei casi in cui si adombra o si attribuisce con tanta durezza (e con tanta sicurezza) ad un genitore una presunta condotta alienante, sorge il dubbio se si tratti effettivamente di “alienazione parentale” o non sia piuttosto un pregiudizio ideologico, una sindrome che potremmo definire “alienazione peritale”, a ridurre l’obiettività del perito fino a condizionarlo nella propria valutazione, convincendolo erroneamente della necessità di allontanare il bambino dall’ambiente familiare.

Se ancora esiste il noto principio della certezza del diritto, ci sembra necessario, prima di esaminare progetti di legge volti a consacrare inesistenti patologie, che si provvedesse a stabilire regole certe per disciplinare le modalità di svolgimento di queste consulenze tecniche, determinando, a mero titolo esemplificativo, quali test debbano essere somministrati ai genitori e quali al figlio, in modo da rendere omogenei e verificabili (in tutti i processi, da nord a sud, da est ad ovest), i criteri adoperati per la valutazione delle capacità genitoriali e per la valutazione del minore;

rendendo obbligatorio non solo procedere alla videoregistrazione tutti i colloqui svolti in sede peritale, ma anche e soprattutto enunciando espressamente il diritto del difensore di chiedere (ed ottenere) la visione di quei video nel contraddittorio dell’udienza, nel caso insorgessero motivi di contestazione circa l’operato o la valutazione espressa dal CTU;

rendendo obbligatoria, per il CTU, l’esplorazione delle tematiche spontaneamente introdotte dal bambino durante la sua osservazione in sede peritale, durante il disegno libero o la seduta di gioco, nel pieno rispetto del diritto all’ascolto sancito dagli artt. 315 bis comma 3° e 336 bis del codice civile, nonchè da tutte le convenzioni internazionali sui diritti del fanciullo;

rendendo obbligatorio l’utilizzo della sala con lo specchio unidirezionale, per consentire ai consulenti di parte di assistere e di interagire con il CTU durante l’osservazione del minore, proponendo domande da porre al bambino o aree tematiche da esplorare, utili all’accertamento della verità.

Seppure da più parti si registra la meritevole iniziativa di ricercare intese tra Ordini professionali ed operatori dei Servizi per stabilire protocolli operativi volti a colmare questo vuoto normativo, non si può non ricordare che, a mente dell’art. 101 della Costituzione , “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” e questi protocolli, seppur apprezzabili, non sono legge.

Se il Legislatore prendesse atto di queste criticità e si adoperasse per fornire (prima) le risposte normative necessarie alla loro soluzione, probabilmente il mito del genitore alienante perderebbe rapidamente la sua consistenza, dissolto dalla luce della verità processuale, come la calda luce del sole dirada le nebbie.   Anche le più fitte.

                                                                                                             

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