È LECITO POSTARE LE FOTO DEI FIGLI MINORENNI SUI SOCIAL?

Il divieto di «pubblicare foto dei figli sui social senza il consenso di (entrambi) i genitori» è quanto stabilito da una recente sentenza del tribunale di Mantova. La decisione è stata pronunciata in favore di un padre separato che aveva chiesto ripetutamente all’ex moglie la rimozione e la non continua pubblicazione delle fotografie dei loro figli di 1 e 3 anni. Il tribunale ha così espresso il divieto dell’inserimento delle fotografie dei figli minorenni sui social network in quanto contrastante con il «diritto alla tutela dell’immagine» (art. 10 c.c.), con il «diritto alla tutela della riservatezza dei dati personali» (D.lgs 196, 2013) e con gli articoli 1 e 16 della Convenzione di New York dei diritti dell’infanzia. Il giudice Mauro Bernardi motiva con queste parole la sentenza: «Il pregiudizio per il minore è insito nella diffusione della sua immagine sui social network in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto online». Il pericolo ulteriore, aggiunge, è quello costituito dalla «condotta di soggetti che ‘taggano’ le foto online dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia».

Una sentenza a tutela dei bambini che mette nero su bianco le implicazioni, giuridiche e non, che comporta la pubblicazione di immagini di minorenni in rete. Sono diritti ai quali non si pensa, ma che hanno diritto d’essere al di là del consenso di entrambi i genitori alla pubblicazione. Di fatto la vicenda non solleva soltanto questioni giuridiche, ma porta a riflettere sui rischi della pubblicazione delle foto che ritraggono minorenni su internet. Rischi sui quali non ci si interroga, ma che vengono evidenziati nelle statistiche. Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali, nella sua relazione sull’attività svolta nel 2016, riporta un dato sconcertante: «La pedopornografia è in crescita vertiginosa. Nel 2016 le immagini censite sono state due milioni, quasi il doppio rispetto all’anno scorso. Fonte involontaria sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli» e, aggiunge, «un post su Facebook non è mai veramente riservato ai soli ‘amici’, anche se è pubblicato in un profilo ‘chiuso’. Se poi si ‘postano’ informazioni su minori l’attenzione deve essere massima». Basti pensare che una ricerca condotta nel Regno Unito ha evidenziato come un bambino al compimento del quinto anno di età ha già, in media, quasi 1500 foto condivise sui social da parte dei genitori e dei nonni. E questo dato stimola una riflessione ulteriore: «Spesso le immagini che pubblichiamo contengono molte più informazioni di quanto immaginiamo. È il caso della geolocalizzazione di Twitter, Facebook e Instagram, la funzione che registra le coordinate geografiche dei contenuti condivisi» sottolinea la psicologa Barbara Volpi. Per dare un senso di concretezza, Owen Mundy, un professore dell’Università della Florida, ha mostrato come la geolocalizzazione funziona tramite un esperimento provocatorio: «I know where your cat lives» («so dove vive il tuo gatto»). Il professore ha inventato un algoritmo che, analizzando gli scatti pubblici categorizzati sotto la parola “gatto” sui social, individua le coordinate geografiche e le riporta su una cartina. E così si viene a scoprire che in Lombardia ci sono 10.837 gatti, quattromila a Roma, 52.766 in tutta la penisola e di tutti si conosce la residenza. Ora, se al posto della parola “gatto” ci fosse quella di “bambino”? Resa l’idea?

Ma c’è ancora un ultimo aspetto da tenere in considerazione: «I genitori che postano le foto dei figli su Facebook, o ancora peggio creano dei profili ai bambini pubblicando a loro nome, creano un’identità digitale che li precede» in cui i bambini, da adolescenti, potrebbero non riconoscersi o non identificarsi (Giuseppe Riva, professore di Psicologia dei nuovi media alla Cattolica di Milano). Così facendo, dove finisce la garanzia alla libera costruzione della propria personalità, alla sovranità su di sé, sulla propria immagine e sul proprio corpo? Sono temi difficili, problematiche alle quali non viene dato il giusto peso, la giusta rilevanza. Ormai «Internet è divenuta la nuova dimensione in cui si svolge una parte rilevante della nostra vita, la personalità di ciascuno», ma ancora non ci rendiamo conto che oltre al potenziale incredibile che la rete può avere ci sono anche dei lati oscuri che le piattaforme digitali nascondono. Parti nascoste che difficilmente vengono prese in considerazione perché quello che innescano potrebbe sembrare lontano o improbabile, ma del quale, almeno nel rispetto dell’infanzia, ci si dovrebbe iniziare a (pre)occupare.

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