VIOLENZE SESSUALI “OLIMPIONICHE” E NEGAZIONISMO DELLE ISTITUZIONI SPORTIVE

Il 12 gennaio 2018 il medico sportivo delle ginnaste olimpiche degli Stati Uniti Larry Nassar, 54 anni, attende una probabile condanna a 25 anni di carcere per accuse di abusi e violenza durante l’esercizio del suo mestiere. Il medico ha ammesso di aver abusato delle sue pazienti nel corso delle visite, anche sotto gli occhi degli stessi genitori: “Mi dispiace enormemente per tutte coloro che sono coinvolte”, ha dichiarato in un’intervista. La confessione si riferisce, però, soltanto a uno dei processi che sono in corso e che lo riguardano in prima persona.

Il medico è stato licenziato dalla nazionale olimpica. Quello che sconvolge maggiormente di tutta questa vicenda, però, è che nonostante la denuncia di una delle vittime la federazione abbia aspettato cinque settimane prima di avvertire le forze dell’ordine: e di episodi così ce ne sono altri.

Il 5 agosto 2016, giorno dell’apertura delle Olimpiadi di Rio, grazie a un’inchiesta di IndyStar si apre un altro scandalo: 54 allenatori e la squadra di ginnastica Usa vengono coinvolti in un caso di molestie sessuali in larga scala. I dirigenti che ne erano a conoscenza pare avrebbero coperto per anni un gruppo di tecnici accusati di abusi sessuali nei confronti delle atlete e, ancora una volta la federazione ha taciuto la vicenda.

Non basta: nel 2013, a seguito di una denuncia per molestie sessuali, due ex funzionari Usa hanno ammesso che era abitudine della federazione respingere le accuse di abusi sessuali. se non quelle riportate direttamente dalle vittime o dai loro genitori, smascherando per la prima volta la federazione americana.

Questi episodi sono tutti accomunati da un’unica tendenza: quella del negazionismo da parte delle istituzioni: un atteggiamento che consiste nel coprire in vari modi violenze e responsabilità.  Più in generale il negazionismo  mira ad una negazione massiccia – anche sul piano culturale e istituzionale – dell’esistenza di gravi eventi e situazioni  violente, al fine di rendere invisibili le responsabilità di quegli eventi e di quelle situazioni e di rendere inesistenti le conseguenze che la violenza ha generato. La storia ci insegna che questa tendenza mentale e culturale umana è sempre esistita. In alcuni paesi sono state approvate  delle leggi che trasformano in reato  il negazionismo dello sterminio degli ebrei o del genocidio degli armeni. Il negazionismo si è evoluto insieme alla storia dell’uomo, palesandosi ieri  con la negazione dell’olocausto o di altri genocidi e, al giorno d’oggi, con la negazione dell’abuso sessuale sui bambini

La negazione è intrinseca alla violenza. La negazione è costitutiva del trauma e del trauma sessuale in particolare. Un’esperienza traumatica si consuma in due tempi: il tempo dell’azione, in cui si consuma il maltrattamento, e il tempo della negazione, in cui il messaggio metacomunicativo veicolato è “non devi accorgerti che questa è violenza”. Il caso da cui ho preso avvio è un esempio concreto del tempo della negazione: il medico abusava delle giovani atlete durante le visite e sotto gli occhi dei genitori stessi facendo passare tali azioni come “tecniche terapeutiche”.

Ma la negazione ha diversi aspetti. L’autore di una violenza ricorre infatti alla negazione infatti su quattro piani: innanzitutto la negazione dei fatti, la più patogena per la vittima, in secondo luogo la negazione della propria consapevolezza, in terzo luogo la negazione della propria responsabilità, fino a giungere alla negazione delle conseguenze dell’azione stessa, con cui l’autore rifiuta di prendere atto della presenza di ricadute particolarmente dannose sulla vittima, conseguenze invece che sono destinate a perdurare e ad espandersi nel tempo.

Resta da chiedersi come mai la tendenza alla negazione sia così insita nella natura umana.

Il trauma è un’esperienza che tende ad eccedere la pensabilità[1] della vittima, dell’autore, dei testimoni e anche della società stessa, privando la prima del riconoscimento sociale del danno subito ed è per questo che la società odierna. Inoltre, quando il perpetratore appartiene alle classi dominanti o ad organizzazioni che detengono il potere, è in grado di promuovere in modo massiccio il silenzio e l’oblio attorno all’accaduto ricorrendo, qualora non bastasse, ad attaccare la credibilità della vittima stessa.

La nostra mente tende naturalmente a negare ciò che dietro all’animo umano possa celarsi tanta malvagità, efferatezza e insensibilità nei confronti delle vittime, soprattutto se minorenni.

E se è difficile contrastare la negazione all’interno della mente umana, a maggior ragione è arduo contrastare il negazionismo di istituzioni, organizzazioni, federazioni, comunità scientifiche.  Le conseguenze di questo negazionismo sostengono autorevolmente l’impunità delle vittime, amplificano la loro solitudine e il loro isolamento ed ostacolano gravemente il riconoscimento dei loro diritti.

[1] F. Borgogno, “Originalità e creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera di Sàndor Ferenczi”, in C. Foti (a cura di), Ascolto dell’abuso e abuso nell’ascolto. Contesto clinico, giudiziario, sociale”, Francoangeli, Milano, 2003.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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