L’AIUTO ALLE VITTIME.  UN’ATTENZIONE SOCIALE, LEGALE  E CULTURALE  NELLA SVIZZERA ITALIANA

La violenza sulle donne e sui bambini è il frutto del dominio e dell’arroganza onnipotenza di soggetti maltrattanti che si sentono capaci di imporre – come se fosse la cosa più naturale e legittima della vita – i loro bisogni in maniera autocentrata su soggetti più deboli.

Per contrastare la violenza i professionisti che lavorano in aree e con competenze diverse devono imparare a parlarsi e a collaborare per contrastare con la cooperazione l’atteggiamento di onnipotenza delle persone maltrattanti e di tutti i loro collaboratori. E’ in questa prospettiva che la SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana)  ha portato avanti per due anni un percorso di formazione e riflessione con esperti svizzeri ed italiani appartenenti a istituzioni e professionalità diverse. Il percorso, denominato “Interdisciplinarietà e sguardi tra vittime e autori: approcci e pratiche di intervento”, si è concluso ieri 30 novembre in un convegno, strutturato al mattino  con la discussione di casi presentati al mattino da insegnanti, educatori, funzionari di polizia giudiziaria.

Il progetto formativo è nato dalla collaborazione con la Commissione di coordinamento per l’aiuto alle vittime, una struttura molto significativa, espressione di un intento istituzionale di riconoscere alle vittime   un’identità socialmente rilevante sul piano legale e sul piano sociale.   In tutta la Svizzera vige una legge  per sostenere le vittime di qualsiasi reato e funziona un servizio per applicare questa legge. La commissione ha raccolto l’esigenza di promuovere una formazione specifica rivolta a tutti gli operatori interessati alla protezione dei bambini che tenesse conto della complessità e della multidisciplinarietà legate al tema della violenza, tematica suscettibile di attivare deficit di lettura, di interpretazione e di collaborazione.

L’esperienza formativa proposta dalla SUPSI si è rivolta principalmente agli avvocati e a quegli operatori che nello svolgimento della loro attività professionale possono venire in contatto con le vittime:  questo con particolare riferimento alle necessità delle categorie più vulnerabili (bambini, persone diversamente abili, donne e anziani).

Se la vittima di reato, nel contesto del procedimento penale, non viene sostenuta in maniera adeguata può essere sottoposta a quella che viene definita una “vittimizzazione secondaria”.  Occorre dunque un’attenzione ai suoi bisogni e alla sua situazione personale, come pure alla tipologia del reato subito, di per sé già portatore di conseguenze negative.

Hanno animato il convegno Philippe Jaffé e Claudio Foti, che hanno portato le loro riflessioni al mattino sui casi presentati, animando una ricca discussione del pubblico.  Philip Jaffé è il  Direttore del Centro di interfacoltà per i diritti del bambino (CIDE), dell’Università di Ginevra. Ha cofondato e presieduto per 10 anni la Società Svizzera di Psicologia Legale.
 Claudio Foti è psicologo, psicoterapeuta e psicodrammatista, direttore scientifico del Centro Studi Hansel e Gretel di Torino. Supervisore di diverse équipe che si occupano di intervento di prevenzione, di cura e di contrasto alla violenza sui minori.

Al pomeriggio Philip Jaffé e l’avvocato Micaela Vaerini hanno esposto la loro relazione sul tema “La protezione della vittima minorenne in Svizzera: sfide legislative” Molto interessante la presentazione dell’impegno per far adottare anche in Svizzera una legislazione per rendere illecito il ricorso alle punizioni corporali ai danni del bambini, allineando così la Svizzera a nazioni come la Svezia, la Germania e l’Austria che hanno già introdotto una legge contro le punizioni corporali e la gravi punizioni psicologiche in famiglia e in ambito educativo. 
 E’ paradossale – hanno detto i due relatori – che in Svizzera sia stata adottata una legge molto chiara che vieta di usare violenza fisica e psicologica contro gli anziani, i malati e i soggetti handicappati, mentre permangono resistenze e indecisioni di fronte al proposito di rendere attiva una legge analoga per i bambini contro le “percosse pedagogiche”.

Ha concluso il convegno una relazione di Claudio Foti sull’interessante tema “Quali nodi critici

restano ancora da sciogliere nella protezione della persona in età minore?”. Foti fra l’altro ha sottolineato che, pur in presenza di una situazione spesso sconfortante nell’intervento sociale, istituzionale giudiziario contro la violenza sui bambini con grandi ingiustizie ed incomprensioni  da parte di vasti settori della comunità adulta, ci si trova di fronte a due segnali di grande tendenziale cambiamento: 1. i processi coraggiosi e contagiosi  di rivelazione (che hanno avuto risonanza anche mediatica)  delle vittime di violenza nel mondo dello spettacolo e dello sport che anche a distanza di anni dalle violenze subite stanno mostrando un insopprimibile bisogno di parlare di ciò che hanno patito; 2. i progressi degli studi terapeutici sulla cura del trauma che esprimono un forte avvicinamento degli studiosi e dei clinici alla sofferenza dei soggetti traumatizzati e al loro bisogno di riconnettersi alla memoria egli eventi traumatici per raggiungere una consapevolezza capace di portare a integrazione, accettazione e benessere.

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