LE VIE DELL’INFERNO DEI BAMBINI LASTRICATE DELLE BUONE INTENZIONE DEI GENITORI

Francesco MONOPOLI


“I figli non si tolgono nemmeno ai mafiosi perché ogni bambino ha diritto a crescere nella famiglia dove è nato”: così il Procuratore Generale della Cassazione ha chiesto di di riaffidare il figlio di Martina Levato ai nonni materni. La madre naturale era stata coinvolta nella vicenda della cosiddetta “coppia dell’acido” ed il bambino era stato in precedenza dichiarato adottabile.

Dunque “i figli non si tolgono nemmeno ai mafiosi”: un’affermazione che dimostra come le istituzioni che dovrebbero tutelare e garantire il “supremo interesse del minore” stianoscivolando su posizioni sempre più adultocentriche.

Chi ha pronunciato questa frase probabilmente ignora che da tempo il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria sta adotattando sistematicamente l’allontanamento dei figli di genitori ‘ndranghetisti con collocamento in luoghi protetti laddove la condotta genitoriale di questi genitori pregiudicava completamente l’esigenza di dare a questi bambini una corretta educazione e un sano sviluppo della personalità dei minori. (fonte)

Sembra dunque che a nulla sia valsa la modifica del concetto di “potestà genitoriale” in quello di “responsabilità genitoriale “, nel tentativo di sottolineare e valorizzare l’impegno genitoriale orientato ad esercitare un dovere in maniera responsabile e non a pretendere un diritto inalienabile garantito al genitore una volta per tutte  dal suo legame di sangue.

Idealizzare il “diritto alla famiglia d’origine” comporta rischi terribili per i bambini. Per es. la psichiatria è tornata in modo strisciante all’utilizzo del “bambino terapeutico”: il figlio deve restare in famiglia perché è di aiuto e conforto per il suo genitore mentalmente disturbato. Non importa se il bambino è angosciato e non protetto!  Non importa se il suo sviluppo rischia di essere gravemente compromesso dal disturbo psichico del genitore! Con la scusa del timore di uno scompenso del genitore è sempre preferibile non vedere l’eventuale sofferenza che la psicopatologia dell’adulto può arrecare al figli.

Dietro al sacrosanto diritto di sostenere i nuclei familiari fragili e in difficoltà genitoriale si propongono programmi di “prevenzione degli allontanamenti”, spostando il focus sul “danno” che l’allontanamento provoca. Si perde l’attenzione al gravissimo danno che il bambino inevitabilmente subirà restando in una famiglia maltrattante o non protettiva.  Viene messo in secondo piano l’intervento di prevenzione delle cause della sofferenza del minore (stato di abbandono, violenza, incuria ecc.)

Questa riattivazione della cultura che dà priorità ai legami naturali e familiari a scapito della protezione dei bambini giunge dentro le aule di tribunale, dove sempre più spesso si odono i richiami sdegnati verso la violazione del legame di sangue, della potestà genitoriale tradita, al di la della irresponsabilità grave che pregiudica lo sviluppo dei figli che saranno gli adulti di domani.

Proprio recentemente una madre il cui marito era stato condannato per violenze sessuali sulla figlia si è vista attaccata in aula dal legale del marito in sede di separazione poiché accusata di “alienare il figlio”, il quale si rifiutava di volerlo incontrare.

“Ok la condanna, ma il diritto alla visita che centra con tutto questo: un padre è sempre  un padre…e poi i figli si fanno incontrare persino ai genitori mafiosi!”

Dunque, un padre è sempre un padre indipendentemente da come si comporta. Se ha messo al mondo un bambino conserva comunque buoni sentimenti e buone intenzioni nei suoi confronti. Si perde il focus dell’esercizio della “responsabilità genitoriale” finalizzata  al prevalente interesse del minore. Si finisce in certi casi per lastricare le vie dell’inferno dei bambini, vittime di violenza,  delle buone intenzioni e delle inautentiche dichiarazioni verbali di amore dei loro aguzzini.

 

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