LISA E IL PAPA’ ORCO: IL CORAGGIO DI ROMPERE IL SILENZIO

Lisa è una bambina di 10 anni, bionda, con due occhi grandi e un bel sorriso. Lisa da grande vuole diventare una ballerina o una carabiniera. Per Lisa si è appena concluso uno dei periodi più brutti della sua vita, un periodo in cui ha dovuto lottare per far sentire la sua voce, per farsi credere, per rompere il silenzio.

“Papà mi diceva che se raccontavo tutto, la Madonna mi avrebbe punita e lui avrebbe ucciso la mamma”: questa la minaccia usata dal padre di Lisa per nascondere anni di violenze sessuali, rimaste impunite per troppo tempo. La prima volta che Lisa trovò il coraggio di raccontare tutto aveva solo 6 anni: ad ascoltarla un’amichetta di scuola che la spinse a raccontare tutto alla mamma. “Quando ho saputo tutto – racconta la mamma di Lisa – mi è crollato il mondo addosso. Avevo lasciato quell’uomo che era violento con me ma mai avrei immaginato che fosse arrivato a tanto con nostra figlia”. Da quel giorno Lisa entrò in un vorticoso iter giudiziale e raccontò gli abusi subiti più volte, senza mai cambiare versione o mostrare segni di confusione. I suoi racconti però, nonostante la chiarezza e la coerenza, non bastarono a molti operatori che hanno mantenuto un atteggiamento di diffidenza e di mancanza di ascolto delle comunicazioni della a bambina. E  non bastarono al giudice per considerare la piccola una testimone credibile: così il padre conquistò l’assoluzione in primo grado. Ma Lisa e la mamma non si arresero e continuarono a lottare: Lisa non era disposta a far passare la sua storia inosservata e il suo coraggio, dopo quattro  lunghi anni di vicende giudiziarie, venne ripagato con la condanna del padre per abusi sessuali sulla bambina e maltrattamenti sulla mamma.

Una vicenda, come tante altre (forse ancora troppe) che dimostrano la sordità dei giudici davanti alle parole di una bambina che racconta gli abusi subiti da suo padre. L’ennesima prova che rompere il muro del silenzio costa molta fatica e anche molto coraggio, perché le orecchie delle istituzioni non sempre sono in grado di accogliere le atrocità che i bambini, e non solo, subiscono ogni giorno.

Ora Lisa è felice, sorride e non accetta di chiamarsi con lo stesso cognome del padre.  Non accetta di portare con sé nemmeno una parte di quell’uomo violento che le ha ferito l’anima quando aveva solo pochi anni. Il coraggio di rompere il silenzio attorno alle violenze, ai soprusi e alle ingiustizie non deve passare inosservato ma deve sollecitare gli operatori ad avere meno pregiudizi adultocentrici quando ascoltano i bambini e deve essere un monito per chi giudica e una spinta per chi quel muro deve ancora riuscire ad abbatterlo.

 

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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