NON VEDO, NON SENTO, NON ASCOLTO: GLI OPERATORI E LA NEGAZIONE DELL’ABUSO

 

In una relazione ad un convegno di Rompere il silenzio a Cagliari  nel 2003 Claudio Bosetto – con la concretezza, l’essenzialità e la rigorosità che caratterizzava il suo ragionamento – raccontava una storia e poneva con estrema lucidità una domanda.   Il suo intervento affrontava Il tema delle strategie difensive degli operatori, degli insegnanti in particolare di fronte all’abuso.

«Un’insegnante ha in classe un alunno il cui padre viene arrestato, perché sospettato di abuso nei confronti del bambino (che conferma l’abuso durante la testimonianza), al momento non sappiamo l’esito della vicenda, comunque si tratta di una situazione quantomeno di grave disagio e sofferenza.

L’insegnante dice: “Questo ragazzino non ha mai dato e non da segni di disagio di nessun tipo, io l’ho visto come un bambino sereno, tranquillo, sia con i compagni che con lo stesso padre: non avrei mai sospettato non solo un abuso, ma neppure una situazione di disagio. In effetti non riesco a credere che sia accaduto un fatto simile”.

Pur non sapendo al momento se le accuse saranno confermate, possiamo però tutti chiederci, sia rispetto a questa insegnante che rispetto a noi stessi: la professoressa non riesce a crederci perchè non ha mai visto segnali di disagio, oppure non ha mai visto segnali di disagio perchè non riesce a crederci. Ovvero la sua conclusione è dettata da oggettive osservazioni, oppure le osservazioni sono viziate da un pregiudizio, da un’impossibilità, un’incapacità a pensare all’abuso?  Al momento non abbiamo una risposta sul caso ma la domanda è fondamentale per tutti noi. »

Con grande anticipazione Bosetto coglieva un punto fondamentale della strategia difensiva degli operatori: una strategia particolarmente irresponsabile e rischiosa quando gli operatori sono psicologi, che a fronte di soggetti chiaramente abusati si rifiutano o sono incapaci di mettere il bambino nelle condizioni di esprimere la verità traumatica di cui  quel bambino è portatore. Finiscono per dare un’autorevolezza clinica alla propria cecità e alla propria sordità, alla propria esigenza di non compromettersi.  La scelta di non vedere, di non sentire, di non ascoltare, di proteggersi per es. dietro teorie strutturalmente negazioniste  (tutti i sintomi sempre e comunque sarebbero aspecifici) risponde in questi casi all’esigenza di autotutelarsi al posto di tutelare, di mantenere una distanza  dalla sofferenza delle vittime e dalla responsabilità dell’aiuto.

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