LA COMUNITÀ DELL’INFANZIA VIOLATA

Volge al termine una vicenda assurda e ributtante, sia dal punto di vista delle atrocità commesse, sia per quanto riguarda la risposta del sistema giudiziario.

Siamo alla fine degli anni ’70 a Vicchio del Mugello, un paesino nella campagna fiorentina. Roberto Fiesoli e Luigi Goffredi fondano una comunità per il recupero di minorenni in situazioni familiari pregiudizievoli: la comunità agricola “Il Forteto”. Inizialmente composta da 33 giovani, la comunità offre come obiettivo quello di dar vita ad una cooperativa produttiva e alternativa alla famiglia tradizionale. Ma quello che accade all’interno della struttura sembra non aver nulla a che fare con il recupero dei giovani presi in carico. Poco dopo la sua fondazione, infatti, nel 1978 il “profeta” – così si faceva chiamare Rodolfo Fiesoli – viene arrestato per violenza sessuale, corruzione di minorenne e maltrattamento di minori, reati commessi all’interno della comunità stessa. L’uomo resta in carcere per tre mesi e con lui viene processato anche Goffredi, l’ideologo della comunità. Nonostante quanto emerso, però, il Forteto non sembra chiudere, anzi, per anni – che diventano poi decenni – viene indicato come centro di “eccellenza” in Toscana, uno dei migliori centri italiani a cui il tribunale per i minorenni continuerà ad affidare bambini, taluni anche con handicap fisici e psichici, abusati e maltrattati già all’interno delle famiglie d’origine. Quello che si sospetta accadere all’interno della comunità sembra quindi scomparire nel nulla. Si leggerà poi negli atti dell’inchiesta, e nello specifico nelle accuse, di quanto avveniva tra le mura del Forteto: «abusi sessuali, praticati e professati per liberare i ragazzi dal male», «umilianti chiarimenti» (una sorta di pubbliche confessioni a cui erano sottoposti i minori, durante le quali venivano esposti a «stupri psicologici»), lavaggi del cervello, punizioni corporali (come quella di essere rinchiusi per ore nella cella frigorifera) e via dicendo. La crudeltà di quanto avveniva si somma poi all’assurdità della gestione degli eventi da un punto di vista processuale. Dopo le accuse e l’arresto del 1978, infatti, nel 1985 viene emessa la sentenza di condanna in via definitiva per Goffredi e Fiesoli, ma la comunità continua ad accogliere minori. Il 22 dicembre 2011 Fiesoli viene nuovamente arrestato per violenza sessuale e maltrattamenti ai danni di minori; l’accusa verrà estesa ad altri 21 membri della comunità. Un nuovo processo ha quindi inizio nel 2013, 35 anni dopo i primi sospetti. Nel 2015 la sentenza di primo grado condanna Fiesoli a 17 anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti e abusi sessuali su minori, condanna che arriva anche ad altri 14 tra gli altri imputati (8 anni di reclusione per Goffredi), gli altri sette imputati saranno infatti assolti. Il processo prosegue in appello: nel 2016 arriva la seconda condanna, la cui pena subisce però una riduzione, 15 anni e 10 mesi per Fiesoli, 6 anni per Goffredi, una riduzione delle pene anche per tutti gli altri 8 imputati. Le pene vengono ridotte grazie alla prescrizione delle accuse per alcuni episodi contestati. Inoltre, dei 14 condannati in primo grado, 6 vengono assolti. Si arriverà quindi alla sentenza della Cassazione del 22 dicembre 2017 con la sola condanna, ulteriormente ridotta, di Fiesoli a 14 anni e 8 mesi, perché anche per Goffredi è scattata la prescrizione.

Una storia che ha dell’incredibile e che sembra far fatica a concludersi perché, nonostante i 30 anni, il numero di vittime esorbitante, due processi di primo grado e uno di appello, dopo due sentenze di condanna e gli innumerevoli rinvii in Cassazione, il 22 dicembre i cinque giudici supremi entrati in camera di consiglio a mezzogiorno, a notte inoltrata stavano ancora discutendo. Una storia di violenza che è stata ampiamente documentata, ma che tuttavia qualcuno ha voluto far passare come “un complotto”. E la gravità è che “questa tesi veniva dalle istituzioni”, dice Vittorio Borraccetti – esponente storico della Magistratura Democratica – “La vicenda del Forteto è stata una catastrofe sotto ogni punto di vista”. E catastrofico è stato anche il logoramento che le vittime hanno dovuto subire in tutti questi anni, logoramento non solo vissuto per l’infinito processo giudiziario, ma anche per l’accumularsi del dolore degli abusi e dei maltrattamenti subiti, senza dimenticare che dei 21 collaboratori imputati ad inizio processo, non ve ne sarà neanche uno che sconterà la pena perché i reati sono andati in prescrizione. E tutto questo rende difficile poter tirare un ultimo sospiro di sollievo, quello del “finalmente giustizia è stata fatta” perché è stato proprio il sistema giudiziario a permettere questa logorante sofferenza. Un finale amaro che fatica a vedere scritta la parola “fine” e che lascia scoperte delle ferite che non andranno in prescrizione come i reati che le hanno prodotte.

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