IL SUICIDIO DELL’ABUSANTE: DRAMMA DELLA FRAGILITA’, PROVA DEL NOVE DELL’INCESTO, ULTIMA VIOLENZA CONTRO LA PICCOLA VITTIMA 

S’è impiccato l’agente di polizia penitenziaria 54enne di Cassino, sospettato di incesto. Non ce l’ha fatta a sopravvivere al crollo dell’immagine di sé di buon padre di famiglia dopo le rivelazioni compiute dalla propria figlia quattordicenne sugli abusi sessuale patiti.  Il suicidio dell’abusante è il tragico esito di un individuo che ha costruito una falsa identità, in qualche misura socialmente apprezzabile, dietro la quale si nasconde una solitudine immensa ed una sofferenza devastante, solitudine e sofferenza negate,  rovesciate, mascherate dal ricorso alla strategia della perversione e del dominio su bambini e bambine. Quando crolla questa strategia il soggetto sente la perdita incolmabile della falsa immagine di sé, l’insostenibilità della propria condizione, l’impossibilità  di chiedere aiuto, la disperazione e l’impotenza che fino a quel momento ha cercato di trasferire e di imporre alle sue giovanissime vittime.

“Sono state dette tante cose non vere:  quello che avete detto ieri e l’altro ieri l’hanno portato a questo”, ha commentato la moglie dell’uomo al Gr1.

La donna in lacrime dice di essere “tanto, tanto arrabbiata” e conclude: “Non si sapeva ancora se era vero”. Non sappiamo tante cose ma gli elementi che emergono ci consentono un’ipotesi, forse qualcosa di più di un’ipotesi.  La madre non è riuscita a proteggere sua figlia, non è riuscita ad aprire gli occhi sull’abuso che si consumava sotto il suo naso ed ora le crolla addosso il mondo. Non riesce a prendere sul serio le dichiarazioni che la propria figlia ha affidato ad un tema in classe: “Scrivi una lettera a tua madre confessandole ciò che non hai il coraggio di dirle”. “Sono stata stuprata da papà, la prima volta fu in un giorno in cui non mi sentivo molto bene e non sono andata a scuola”, ha scritto. E ancora: “Ogni volta che rimanevo io e lui,  solo anche per cinque minuti risuccedeva fino ad un totale di sei-sette volte”.
Nella reazione della madre in lacrime – impietosamente raccolta dal giornale radio – c’è il tentativo di attribuire la colpa al mondo, implicitamente alla figlia stessa e a coloro che sono stati vicini alla ragazza quattordicenne, a coloro che hanno sostenuto il processo della narrazione del suo abuso.

Il suicidio dell’abusante è una tragedia umana penosissima, un’arma impropria con cui l’abusante tenta un ultimo disperato danneggiamento della propria vittima della violenza, massimamente colpevole ai suoi occhi di aver tradito l’obbligo del silenzio e del segreto: invece di ricorrere alla strategia – troppo forte e coraggiosa per essere perseguita -dell’ammissione e della richiesta di perdono questo padre lascia alla figlia una pesantissima eredità!

Il suicidio  è una drammatica prova del nove della consumazione della violenza e della fragilità di chi l’ha compiuto. Gli abusanti che si suicidano non riescono a diluire il senso di colpa nella strategia ipocrita, ma spesso vincente di negare la colpa e di proiettarla all’esterno – come riescono a fare tanti e tanti abusanti – magari sostenuti da avvocati e psicologi pronti a combattere – pagando quel che è giusto – per dimostrare a tutti i costi la l’innocenza e garantire l’impunità dei loro clienti, anche quando le prove e le testimonianze a favore dell’ipotesi dell’abuso sono schiaccianti.

E si mobilita in queste circostanze una schiera di negazionisti, pronti di solito a sostenere professionalmente  – sempre e comunque – le maschere di negazione degli abusanti.

Questa schiera  arriccia il naso e cerca a priori di gettare un ombra di sospetto sul valore delle indagini e sull’onestà e la credibilità delle vittime.  Non sopportano che il processo di rivelazioni degli abusi non si fermi (perché purtroppo non si ferma la strumentalizzazione sessuale dei bambini e delle bambine!), un fenomeno da sempre diffuso e difforme, una pandemia radicata da sempre nella comunità umana, sollecitata dai meccanismi sociali e mediatici di sollecitazione della sessualizzazione perversa.

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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