RAY DONOVAN: IERI UN BAMBINO SEDOTTO ED ABUSATO, OGGI UN FACCENDIERE VIOLENTO E MORTO DENTRO

Negli anni sono stati molti i film che hanno provato a raccontare il mondo sommerso dell’abuso sessuale sui minori, alcuni approdati al grande schermo e altri rimasti perlopiù in sordina. Sicuramente ricorderemo “Miss Violence”, “La sposa bambina”, “Il caso Spotlight”, “My little princess” e l’elenco potrebbe continuare davvero per molto. Tutti cercano di addentrarsi in un tema oscuro per la maggior parte delle persone ma, nella limitata durata di un film non c’è spazio per comprendere il reale dolore che si cela dietro una vita umana segnata per sempre da una ferita così grande.

Il tempo, invece, si relativizza per la nuova moda delle serie televisive: sempre più lunghe e composte da numerose stagioni consentono allo spettatore di calarsi pienamente, di immergersi  dentro una storia in modo più completo e coinvolgente. La realtà costruita dalle serie Tv è, a volte, così ben articolata da generare vere e proprie dipendenze per alcuni, soprattutto per i giovani che si ritrovano ad immedesimarsi in personaggi tra i più vari che spesso rispecchiano dei lati del loro carattere che è difficile mostrare nella vita reale.

È con inaspettato piacere che frugando tra i titoli del momento ho trovato una serie che rapisce lo spettatore sin dalle prima puntate: una storia piena di zone d’ombra, personaggi che si celano dietro a falsi sé e che spesso hanno un passato da nascondere. “Ray Donovan”, serie che prende il nome dal suo protagonista, narra la storia di un professionista che per vivere risolve i problemi altrui: un cosiddetto “faccendiere”, insomma. Ray appare subito come una persona cupa, rari sono i momenti in cui sorride, in cui parla di sé, in cui esprime dei sentimenti. La sua storia e quella dei suoi fratelli sembra da subito nascondere una cruda realtà: e questo segreto non viene celato agli spettatori a lungo. Due dei fratelli Donovan, infatti, hanno conosciuto le ferite dell’abuso sessuale nel corso della loro infanzia, un abuso gentile apparso come una seduzione da parte di colui che per loro costituiva un punto d’appoggio imprescindibile: il parroco in cui trovavano conforto e comprensione, non potendo contare su una madre, morta a causa di una grave malattia né su un padre che ha deciso di condurre una vita segnata dalla criminalità e dalla malavita.

La serie racconta non solo una realtà più che mai attuale oggi giorno ma mostra sapientemente allo spettatore la vita di coloro che portano dentro di sé una “ferita dell’anima”. Il fratello più piccolo, Brendon, si mostra debole, insicuro e anche se ha trovato il coraggio di denunciare il suo abusante, ottenendo dopo diversi anni un ingente risarcimento economico dalla Chiesa, non riesce a superare la paura di reiterare, ciò che lui stesso ha subito, su altri bambini. E la sua sofferenza arriva allo spettatore in ogni momento, fino a spingerlo a domandarsi cosa succederà nel momento in cui Brendon scoprirà che sua moglie è incinta di un bambino.

Ray, invece, è il fratello mediano: è lui che ha rappresentato il punto di riferimento per l’intera famiglia durante la sua gioventù e che, ancora oggi, continua a vivere risolvendo i “problemi” altrui, con metodi violenti, corruzione e senza scrupoli. Un personaggio oscuro, cupo, che la figlia stessa definisce “morto dentro” e che non ha mai trovato il coraggio di confessare gli abusi subiti se non in età adulta, quando finalmente trova il modo di vendicarsi personalmente dell’uomo che ha abusato di lui e del fratello.

Una serie che mostra gli effetti dei traumi infantili non in un periodo circoscritto di tempo, ma che descrive e distribuisce quelle ferite nel corso di un’intera esistenza, attraverso i problemi che quelle ferite creano nelle relazioni familiari, lavorative, nelle vicende sentimentali. Una serie che riesce a far sentire allo spettatore la sofferenza del ricordo, la paura delle vittime di diventare dei perpetratori di violenza verso i loro stessi figli, il dolore nel non vedersi riconosciuti da un padre che non è mai stato in grado di proteggerli, nemmeno quando lo rincontreranno vent’anni dopo.

Una serie da vedere, insomma, per comprendere e toccare con mano come possono essere descritte le conseguenze che l’abuso sessuale sui bambini porta con sé; per rendersi conto di quanto la sofferenza – generata dal trauma – con il passare del tempo finisca per crescere se non è comunicata, se non è elaborata.   Questa sofferenza è destinata a marcire nella quotidianità di chi è stato vittima e finisce per emergere a volte in modo scoperto in una straziante richiesta di aiuto, a volte in un silenzio che cela un grido muto e struggente.

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *