RIVELAZIONI DI ABUSI E PREGIUDIZI DEGLI ADULTI

Di Cleopatra D’Ambrosio


Ci sono pesanti pregiudizi che dominano la mente degli psicologi e degli operatori di fronte alle comunicazioni sofferte dei bambini, concernenti possibili violenze.

Ancora oggi ciò che i bambini riferiscono è preso  con le pinze, con forte diffidenza  o, addirittura, non è creduto a priori. L’adulto  che riceve un messaggio forte di un bambino (come quando questi svela un abuso sessuale a suo danno) si trova a pensare “magari se l’è inventano, confabula, non distingue la realtà dalla fantasia…”.

In queste situazioni due dati fanno pensare:

  • la maggioranza dei bambini che subisce un abuso sessuale da parte di un adulto non rivela (Ceci e Friedman 2000; Elliot e Briere 1997);
  • vi è un’elevata correlazione tra madri supportive e rivelazione del bambino (63% contro 17%, (Denov 2003, Elliott e Briere 1994).

I bambini non rivelano se hanno paura di non essere creduti e aiutati. Infatti le madri supporti (cioè che si ascoltano e ascoltano il malessere del bambino) hanno una percentuale più alta di rivelazioni.

E’ importante sottolineare che qualora il bambino riveli e venga fatta la denuncia egli deve aspettare i tempi della giustizia per poter raccontare il proprio trauma altrimenti gli esperti dicono che  ascoltarli si rischia che i “confondano i ricordi!”.

Il bambino ha bisogno di sapere che la sua rivelazione è creduta e che lui sarà aiutato ad affrontare tutti gli aspetti emotivi e giuridici che seguiranno.

Le ricerche sulle vittime di violenze e di abuso ci dicono, ormai con chiarezza, come queste esperienze traumatiche non riescano ad essere verbalizzate, quando sono accompagnate da ansia, vergogna, sensi di colpa cronici, da rabbia inespressa e da paura.  Avviene così che per evitare la sofferenza connessa al riemergere di questi stati emotivi siano necessari meccanismi di inibizione delle espressioni, dei pensieri e del comportamento che, cronicizzandosi, possono accompagnare l’individuo per tutta la vita. (Pennebaker, Susman, 1988). Allora è importante che il piccolo possa essere aiutato a superare l’esperienza traumatica partendo dall’ascolto. Molte volte non si tratta di un ascolto di parole: è il corpo che parla con tutti i sintomi o i comportamenti, i disegni, i giochi… alla fine si potrà mettere parola su quanto emerge.

L’intensità emotiva del trauma spesso rende molto difficoltoso per il soggetto traumatizzato rimettere insieme i pezzi di ciò che è successo e raccontarlo in un formato dotato di coerenza narrativa. (alti livelli di cortisone riducono il volume dell’ippocampo il quale gioca un ruolo importante nella memoria dichiarativa, quella verbale) (Di Blasio 2001, Perry (1994)

L’atto del narrare è fondamentalmente terapeutica perché:

  • recuperare i ricordi e integrarli in un’immagine di sé senza danneggiarla significa contrastare l’esperienza di impotenza e perdita di controllo vissute durante l’esperienza traumatica.
  • tradurre le esperienze in parole aiuta ad integrare pensieri e sentimenti rendendo coerente e significativa la propria storia e ciò migliorare lo stato di salute. (Van der Kolk, Fisler, 1995).

Terr L. (1991) sottolinea, inoltre, che la memoria del trauma di tipo I (evento traumatico singolo) è diversa da quella di tipo II (evento traumatico ripetuto es.5 relazione sessualizzata adulto-bambino protratta negli anni).  L’autrice sostiene che il trauma singolo porta alla costruzione di ricordi vividi e accurati, mentre il trauma ripetuto favorisce i ricordi flash o addirittura l’assenza di ricordi. L’evento reiterato sarà difficile da ricordare nei dettagli anche perché non ha confini spazio-temporali definiti e non permette di fissare l’attenzione su particolari circoscritti. E’ necessario, nei casi di trauma del secondo tipo, molti anni di lavoro per uscire dalla ragnatela che l’abusante ha confezionato con cura e meticolosa precisione.

A dispetto di tutte le ricerche su come funziona la memoria traumatica il reato di abuso sessuale è prescritto dopo 10 anni.

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