ALLORA ANCHE GESÙ CRISTO È STATO VITTIMA DI ABUSI SESSUALI?

di Martina Davanzo

Il titolo può suscitare diverse perplessità e sembrare una provocazione nei confronti di credenti e fedeli. Ma non è così. Vale la pena parlarne. Del resto l’ermeneutica biblica risente sempre inevitabilmente di interessi e suggestioni legati all’attualità. La figura di Gesù Cristo è talmente centrale nella nostra storia e nella nostra cultura che è stato sempre al centro di differenti proiezioni e tentativi di leggere la sua vicenda nei modi più vari. Recentemente c’è chi ha affermato che Gesù Cristo, durante la crocefissione abbia subito degli abusi di tipo sessuale.

A sostenere questa tesi sono due studiosi che scrivono per “The Conversation” e che, incrociando i testi di Matteo, Marco e Giovanni, ricostruiscono i passaggi della crocefissione, evidenziando l’atteggiamento dei soldati: secondo Giovanni, 19, 23, “I soldati poi… presero le vesti di Gesù, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo”. Lo conferma Matteo, 27, 33: “Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte”. E anche Marco, 15, 22: “Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso”.

Privare Gesù dei suoi abiti esponendolo a nudità, secondo i sostenitori di tale tesi, rinvierebbe ad una vittimizzazione di tipo sessuale. Una tesi ardua da sostenere e che fa venire ben più di qualche dubbio: anche se è ovvio che il supplizio inflitto a Gesù Cristo non sia stato né volontario né consensuale, appare ardito pensare che quella dei soldati romani fosse violenza sessuale, anche intesa in senso lato. Per almeno due ragioni. La prima è che, come tramandano le Scritture, i soldati sembrano essere interessati più ai vestiti di Gesù che alla sua nudità. Se anche fosse ipotizzabile, come assumono i due studiosi, che la nudità fosse parte integrante del supplizio della croce, l’aspetto rilevante non starebbe tanto nel carattere sessuale della vittimizzazione, quanto piuttosto nell’intenzione di privare Gesù dei vestiti al fine di procurargli una forma estrema di umiliazione, tanto più che i Romani attribuivano a Gesù la scelta di proclamarsi re. La seconda è che nei testi non è registrata, nemmeno di sfuggita, alcuna allusione a possibili contatti fisici, a sguardi, ad abusi che non siano le violenze, già piuttosto cruente, a cui viene sottoposto Gesù Cristo. È forse una censura, come sembrano suggerire gli studiosi? Nel testo non sembra apparire nulla che possa autorizzare l’interpretazione dell’abuso.

Oggi certamente sta emergendo una nuova sensibilità ed attenzione al tema della violenza sessuale. Noi riteniamo che questa consapevolezza emergente sia straordinariamente positiva. Noi pensiamo che il fenomeno dell’abuso sia endemico nella comunità sociale. Ma ci impegniamo ad evitare qualsiasi approccio ideologico al tema e a mantenere rigorosamente un atteggiamento mentale ed operativo con i piedi per terra, non formulando ipotesi di abuso senza un fondamento preciso, anche per evitare la facile reazione negazionista che tenta di enfatizzare il fenomeno dei falsi abusi.

È comprensibile che oggi l’attivazione culturale sui temi delle violenze e delle molestie con il movimento #MeToo possa creare una sensibilità allarmata che può spingere a sospettare che vi sia una qualche sfumatura di natura sessuale in molti episodi di violenza che vengono portati alla luce; tuttavia occorre prestare molta attenzione ad atteggiamenti di generalizzazione. L’esasperazione di una tematica così delicata rischia di ottenere la reazione opposta, ossia portare ad una sottovalutazione del problema, nonché di mancare di rispetto alle reali vittime, alimentando situazioni di non ascolto e di ignoranza della loro situazione.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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