EDUCARE AL SENSO DEL LIMITE PER FAR CRESCERE I BAMBINI

Condividiamo un articolo del Centro Studi Hansel e Gretel in cui Eleonora Fissore affronta la tematica dei limiti e dei divieti nell’educazione dei figli, nonché l’importanza di dire NO.


Dire ‘NO’ ed imporre dei limiti è fondamentale per crescere bambini autonomi e sicuri di sé.

Eppure risulta “evidente la connotazione negativa generalmente attribuita da genitori e educatori al concetto di “limite”, per lo più inteso come punizione, ammonizione, divieto, predica morale, rinuncia, negazione continua.” (Rogge, 2002, p. 30)

In realtà “il ricorso a divieti e punizioni indica l’assenza di regole concordate e di dialogo per affrontare con successo le situazioni critiche che si presentano nella quotidianità” (Rogge, 2002, p. 49).

Davanti a pianti, richieste, proteste, i genitori spesso si trovano spiazzati e, molte volte, pensando di far bene, concedono ai piccoli tutto ciò che vogliono. Ma il non dire mai ‘no’ ha conseguenze negative sulla crescita dei bambini.  Il limite non deve essere imposto a partire dai bisogni di potere dell’adulto, ma devono far riferimento alla realtà.

Fissare dei limiti e tracciare dei confini significa trasmettere al bambino un modello realistico che lo aiuterà a cavarsela in modo autonomo, lo farà sentire al sicuro in famiglia e lo aiuterà a sviluppare le proprie risorse (Philips, 1999).

I limiti possono far arrabbiare il bambino ma, al tempo stesso,  lo proteggono da desideri e da aspettative non realistiche e lo fanno sentire al sicuro. Le frustrazioni ottimali, inoltre, permettono al bambino di tollerare future inevitabili delusioni e fallimenti.  Per esempio, non bisogna far in modo che i bambini ottengano sempre e subito quello che vogliono. Quando un bambino non ottiene subito quello che vuole, infatti, ha la sensazione che aspettare gli faccia male, ma il piccolo deve imparare che ogni tanto aspettare non guasta, che sopravvivrà alla prova e ai sentimenti suscitati in lui dall’attesa. Se l’esperienza dell’attesa si ripete più volte e ha una durata tollerabile, il bambino si abituerà ed acquisirà fiducia nelle proprie capacità. Il bambino che non sa aspettare è alla mercé delle sue emozioni, che sono molto intense e lo potranno far sentire infelice. Dargli un limite potrà aiutarlo ad arginare questi sentimenti.

Un bambino che domina un adulto, comandando e facendogli fare ciò che vuole in ogni situazione,  si trova in una posizione molto inquietante. La persona che dovrebbe prendersi cura di lui e proteggerlo, infatti, risulta del tutto inadeguata e disinteressata ad affrontare il proprio dovere educativo. Questa situazione di inversione dei ruoli e deresponsabilizzazione creerà un enorme angoscia nel piccolo.

Non dire mai di no al proprio figlio perché si ha paura dei suoi eccessi di collera e della sua disapprovazione significa non educarlo a controllare l’aggressività e le emozioni negative.

Il genitore che dice sempre ‘sì’, pensando di risparmiare al figlio una sofferenza, in realtà lo priva dell’opportunità di sviluppare degli strumenti per far fronte alle avversità. “Chi vuole proteggere i bambini dalla realtà rischia di renderli inadeguati alla vita”(Rogge, 2002, p. 36).

Occorre imparare ad accettare i bambini, ad ascoltarli, comprenderli e identificarsi con loro, per cercare di individuarne bisogni e necessità. Questo non significa accondiscendere ad ogni loro pretesa, così come imporre limiti e dire ‘no’ non significa assumere un atteggiamento dispotico e dittatoriale. Le regole vanno ragionate, discusse insieme e condivise.

La psicologa americana Diana Baumrind (1967; 1980) individuò 3 stili educativi globali: lo stile autoritario, che contraddistingue genitori severi ed inflessibili, che impongono le regole ai figli senza discuterle; lo stile autorevole, applicato da genitori che hanno idee ben precise sulla disciplina ma sono pronti a discuterle con i propri figli, anche accettando consigli; lo stile permissivo, tipico di quei genitori che si mostrano oltremodo indulgenti con i propri figli.

È stato dimostrato che lo stile educativo autorevole favorisce maggiori livelli di prosocialità ed un miglior rendimento scolastico nei figli (Dekovic & Janssens, 1992; Steinberg,  Lamborn, Dornbusch,  & Darling, 1992).

Il genitore autoritario si rifiuta di entrare in relazione con i bisogni del bambino, mentre il genitore permissivo lascia il proprio figlio solo con i suoi giocattoli ed i suoi vestiti firmati, procurando tutto al bambino fuorché ciò di cui avrebbe realmente bisogno: attenzione, tempo, vicinanza, e presenza educativa e riflessiva (Maltese, 2010).

Lo stile genitoriale autorevole, invece, sembra racchiudere tre qualità fondamentali: un’affettuosa benevolenza verso il figlio, un’attenta e premurosa  sorveglianza sul suo comportamento ed un atteggiamento democratico, che prevede la concessione di un’ampia autonomia psicologica (Steinberg et al., 1992).

Oggi più che mai i bambini hanno bisogno di figure autorevoli, che abbiano grandi doti di umanità, che siano punti di riferimento, con le quali potersi confrontare e, perché no, anche scontrare talvolta.

“L’autorevolezza è necessaria a crescere quanto le regole. Di queste un bambino ha un bisogno assoluto, quando non gli vengono impartite le richiede, anche a costo di provocare il genitore”. “Quando il papà o la mamma arrivano a dire a un bambino: “Fai come ti pare”, hanno di fatto abdicato alla loro autorevolezza.” (Crepet, 2001, p.37)

“I no, come le buone regole, aiutano a crescere più dei sì proprio perché permettono a chi deve educare di manifestare autorevolezza.  Un no, perché abbia peso e valore, deve essere spiegato, non può essere solo imposto. Un no, come una regola, richiede coerenza.” (Crepet, 2001, pp. 38-39)

Ovviamente l’impegno dei genitori ad assecondare, per quanto possibile, alcuni di gioco o di divertimento dei figli rimane valido e comprensibile, ma non bisogna eccedere.  I rischi sono legati ad modo di educare, molto frequente oggi, basato più sul sì che sul no, spesso a causa del senso di colpa che i genitori sperimentano, per il timore di essere assenti, lontani, distratti, inadeguati nel ruolo genitoriale.

“La comprensione da parte dei bambini della necessità di limiti ben precisi è tutt’uno con il loro desiderio di variarli, ampliarli e superarli”. I confini “per un certo lasso di tempo trasmettono sicurezza, offrono protezione, indicano una meta, che, una volta raggiunta, invita a cercare, oltre le frontiere conosciute, nuove direzioni per nuovi cammini.”(Rogge, 2002,  p.38)

“Scontrarsi con i confini, tastarli, motiva il bambino a osare, ad affrontare il nuovo.” (Rogge, 2002, p.47 )

Come la presenza di limiti trasmette sicurezza ed incita alla sfida del superamento, la loro assenza genera insicurezza. I bambini sentono di non avere appigli. I figli hanno bisogno di limiti per sentirsi contenuti, pensati, amati. La mancanza di confini li fa sentire abbandonati, li priva di punti di riferimento che permettano loro di orientarsi nel mondo e spesso essi reagiscono a questa situazione tentando disperatamente di attirare l’attenzione, attraverso azioni disturbanti o distruttive ed atteggiamenti aggressivi e comportamenti provocatori, che celano il forte desiderio di contenimento e protezione.

Il discorso sui no e sui limiti che aiutano a crescere non va assolutamente confuso con la nostalgia di una pedagogia autoritaria. Jan-Uwe Rogge (2002), consulente familiare e formatrice per educatori, riporta nel suo libro “Quando dire no” la seguente testimonianza di un padre che afferma: “Non si fa altro che leggere e sentire tutte quelle belle parole sul dialogo in famiglia e cose simili. In realtà non funziona. Sono i bambini che chiamano la loro buona dose di botte. Era così anche quando eravamo piccoli noi. Ogni tre mesi ci aspettava la nostra razione. Il tempo era di nuovo maturo, diceva mio padre. E male, penso, non ci ha certo fatto.” (p.197)

Questo è un classico esempio di Pedagogia Nera, descritta nel dettaglio dalla psicoanalista svizzera Alice Miller, ovvero uno stile educativo improntato sulla superiorità e supremazia dell’adulto, che assume le sembianze di una lotta per il potere che l’adulto ingaggia col bambino.  Essa affonda le sue radici nella cultura patriarcale ed adultocentrica, che “pone al centro della percezione e dell’interpretazione del mondo, anche di quello infantile, gli schemi mentali e il punto di vista dell’adulo” (Foti, 2008, p. 8). L’adultocentrismo è un’ideologia, un modo di operare e di comportarsi rigido e unilaterale, che favorisce i bisogni e gli interessi degli adulti a discapito di quelli dei bambini, di cui viene negata la soggettività.

Lo stile educativo punitivo, autoritario e maltrattante promuove la ciclicità del maltrattamento e  l’interiorizzazione di un modello fondato sull’abuso, sulla sottomissione e sulla mancanza di rispetto, che diventa codice, e si autoalimenta.

“Le conseguenze del maltrattamento si ripercuotono su nuove vittime incolpevoli, anche quando nella coscienza della vittima non ne sia rimasta traccia.” (Miller, 1987, p.221)

“Uno schiaffo” afferma Paolo Crepet (2001) “può scappare anche al genitore più mite, in ogni caso esso segna malinconicamente la nostra incapacità a capire e a educare.” (p. 42)

Affermare la propria contrarietà a punizioni corporali e restrizioni autoritarie ed arbitrarie non significa che non vada mai detto ‘no’, ma che i limiti imposti debbano essere sensati, e che la finalità sia quella di aiutare a crescere.

Le botte non sono risolutive e non vanno in nessun caso giustificate come misura pedagogica. La violenza diminuisce l’autorità del genitore e il rispetto e la stima nei suoi confronti. Il maltrattamento provoca umiliazione e senso di impotenza in chi lo subisce, e genera reazioni provocatorie e conflittuali.

Educare al senso del limite è l’unico modo per insegnare ai bambini ad accettare gli imprevisti, a tollerare la fatica e spronarli a battersi duramente per ottenere ciò che desiderano, senza desistere e senza abbattersi al primo ostacolo. L’accettazione dei confini e delle regole  prepara ad affrontare insuccessi e perdite, situazioni inevitabili nella vita di ciascuno di noi, e a tentare ancora, con tenacia, senza arrendersi!

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Baumrind, D. (1967). Child care practices anteceding three patterns of preschool behavior. Genetic Psychology Monographs, 75(1), 43-88.

 

Baumrind, D. (1980). New directions in socialization research. American Psychologist, 35(7), 639-652. doi: 10.1037/0003-066X.35.7.639

 

Crepet, P. Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza, Torino: Einaudi, 2001.

 

Dekovic, M., & Janssens, J. M. A. M. (1992). Parents’ child-rearing style and child’s sociometric status. Developmental Psychology, 28(5), 925-932. doi: 10.1037/0012-1649.28.5.925.

 

Foti, C. (2008), Per una critica dell’adultocentrismo. In: Associazione Rompere il Silenzio (a cura di) (Ed.), Adultocentrismo: il mondo dominato dagli adulti, S.I.E. Editore.

 

Maltese A. (2010). Limiti? No, grazie. In: Foti, C., Ferro, L. & Bosetto, C. (a cura di) (Eds.), In memoria di Alice Miller. Educazione e psicoterapia nel rispetto delle emozioni, S.I.E. Editore.

 

Miller, A. La persecuzione del bambino, Torino: Bollati Boringhieri, 1987.

 

Phillips, A.  I no che aiutano a crescere, Milano: Feltrinelli, 1999.

 

Rogge, J. Quando dire no. Perché i bambini hanno bisogno di limiti, Milano: Net, 2002.

 

Smith, P. K., Cowie, H., & Blades, M. La comprensione dello sviluppo: mondo cognitivo e mondo sociale nel bambino e nell’adolescente, Firenze: Giunti, 2000.

 

Steinberg, L., Lamborn, S. D., Dornbusch, S. M., & Darling, N. (1992). Impact of parenting practices on adolescent achievemet: Authoritative parenting, school involvement, and encouragement to succeed. Child Development, 63(5), 1266-1281. doi: 10.1111/j.1467-8624.1992.tb01694.x.

 

 

 

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