LA PASQUA E LE CARCERI ITALIANE

Perché ci occupiamo di carceri in un sito che si occupa di dar voce ai bambini? Perché nelle carceri – basta andarci dentro e ascoltare la sofferenza dei detenuti – c’è molta infanzia umiliata, indifesa, offesa, oppressa e violata che non ha trovato ascolto. C’è molta infanzia dimenticata che è cresciuta e la cui sofferenza s’è trasformata, orientandosi verso le strade della violenza, della perversione, della criminalità.

Anche quest’anno come succede ormai da anni il movimento radicale porta l’attenzione sulle carceri italiane, sulla condizione dei detenuti, i cui diritti civili spesso non vengono rispettati, sul problema del sovraffollamento carcerario e sull’intasamento della giustizia. Gli esponenti radicali proprio a Pasqua intensificano visite e ispezioni nelle carceri per garantire in maniera molto opportuna un’osservazione esterna che contrasti il rischio di una chiusura su se stesso del sistema penitenziario. Ricordare a Pasqua, in un giorno di festa per tutti, il problema delle carceri ha un senso profondo. C’è un rapporto potenziale tra la Pasqua, il tema della resurrezione e della redenzione e le carceri che dovrebbe essere un luogo di espiazione della pena e di cambiamento di vita e di comportamenti per chi ha sbagliato.  Ma il carcere oggi è luogo di stallo e di incattivimento, è scuola di criminalità piuttosto che luogo di rieducazione e di redenzione come vorrebbe la Costituzione. Il carcere è un’occasione perduta, che costa all’erario cifre immense e non aiuta le persone che devono andare ad espiare una pena a rielaborare il reato e a ripensare il futuro.

Scrive Maurizio Turco che introduce la marcia di Pasqua organizzata dal Partito Radicale prevista per oggi: “La situazione nelle carceri italiane è sempre più critica. Al 31 gennaio 2017, dai dati forniti dal Ministero della giustizia, nei 191 istituti di pena della Penisola risultavano presenti oltre 55.381 detenuti, rispetto a una capienza ottimale di 50.174. Nel giro di un anno le carceri italiane conteranno circa 60.000 detenuti”. Qualche perplessità sull’impostazione del radicali tuttavia ce l’abbiamo. Non è possibile impostare un discorso sull’amnistia, senza dare una risposta al tema della pena che i detenuti devono scontare in quanto si sono macchiati di delitti più o meno gravi che hanno lasciato vittime che spesso hanno riportato ferite e danni non riconosciuti. Vittime che non state risarcite e talvolta neppure tutelate nel corso del procedimento giudiziario. La critica alla disumanità del carcere è assolutamente da svolgere, ma non credo sia valido neppure di fronte all’eccezionalità della crisi del sistema penitenziario e del sistema giudiziario credo sia valido insistere su un tema – pure fondamentale – come quello dei diritti dei detenuti fino ad arrivare alla richiesta dell’amnistia senza prospettare contemporaneamente il tema dell’elaborazione della colpa e del reato soprattutto da parte di chi ha commesso reati gravi contro la persona . Una proposta nel nostro piccolo ce l’abbiamo rispetto al carcere: portare l’intelligenza emotiva tra i detenuti, e contestualmente fra gli agenti di polizia penitenziaria. In base alla nostra esperienza che abbiamo portato avanti direttamente o tramite supervisione è possibile sviluppare all’interno delle carceri gruppi di alfabetizzazione e di elaborazione emotiva con i detenuti, che possono puntare ai seguenti risultati:

  1. attivazione di un processo di aggregazione e di avvicinamento autentico dei detenuti a se stessi e agli altri attraverso una crescita della connessione interna ed esterna, prodotta dal riconoscimento, dall’esplicitazione, dall’accettazione e dall’esplorazione delle emozioni;
  1. crescita di consapevolezza sull’analfabetismo emotivo che impoverisce le relazioni fra le persone, che finisce per essere responsabile dell’accumulo di sentimenti inespressi e della conseguente esplosione emotiva e perdita di controllo degli impulsi;
  1. contrasto nei confronti della cultura criminale e machista, molto presente in carcere, che nega l’espressione e l’importanza sentimenti affettivi e delle emozioni connesse alla fragilità (paura, solitudine, ansia, tristezza, impotenza ecc…)
  2. aumento dei livelli di comunicazione e di fiducia tra i partecipanti all’esperienza anche al di fuori dell’incontro di gruppo;
  3. avvio o sostegno dei processi di elaborazione psicologica relativi ai comportamenti violenti o perversi da parte dei detenuti i coinvolti nei confronti del reato compiuto;
  4. recupero e rielaborazione di ricordi infantili penosi o traumatici e sviluppo del contatto emotivo con la propria infanzia negata ed umiliata con la riduzione del distacco emotivo e della dissociazione;
  5. trasmissione di tecniche (quali la mindfulness) per lo sviluppo dell’autoconsapevolezza e dell’autocontrollo da tentare di applicare e di portare avanti nella quotidianità;
  6. attenuazione dei livelli del disagio psichico, dell’aggressività agita e delle fantasie di violenza.

Il carcere è un momento di confronto con la sofferenza che potrebbe portare a riflessione e cambiamento se si affinano gli strumenti adeguati per trasformare la sofferenza in consapevolezza.  L’iniziativa culturale per tenere nettamente distinta la persona del detenuto dal reato commesso e l’iniziativa politica e sociale – oggi carente – per garantire sempre e comunque ai detenuti i diritti umani diventerebbero certamente più efficaci, se si sviluppassero proposte per consentire ai detenuti – che spesso non aspettano altro – di confrontarsi con l’azione delittuosa compiuta e con il bisogno – avvertito sul piano profondo dalla maggior parte dei detenuti al di là delle apparenze – di rielaborare la colpa e la vicenda che li ha portati in carcere.

 

 

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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