EPPURE ANCHE I BAMBINI SONO PERSONA… DIRITTO ALL’ONORE, ALLA DIGNITA’, AL DECORO E ALLA REPUTAZIONE

 Inizia con questo articolo la seconda parte di una riflessione di Cleopatra D’Ambrosio dal titolo “EPPURE ANCHE I BAMBINI SONO PERSONA… sul rapporto tra i processi educativi e i bisogni e i diritti dei bambini.  La prima parte è contenuta negli articoli che sono stati pubblicati il tutti i lunedì in questo sito nelle scorse 5 settimane.

Di Cleopatra D’Ambrosio


Ho preso in considerazione nei precedenti interventi il diritto alla vita e all’integrità fisica come diritto che appartiene ala persona, e dunque anche al bambino.

Il secondo diritto della persona è il diritto all’onore e alla reputazione.

Per onore s’intende la consapevolezza che una persona ha della propria dignità. Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso.

La reputazione è la considerazione sociale di cui la persona gode nell’ambito della cerchia dei propri conoscenti. Non ha una specifica protezione civile: il contenuto di questo diritto si desume dalle norme del codice penale che puniscono l’ingiuria (offese rivolte direttamente al soggetto leso) e la diffamazione (offese comunicate a più persone in assenza del soggetto leso).     Nell’enciclopedia Treccani troviamo che il significato di “dignità »  proviene dal lat. dignĭtasatis, derivato di dignus «degno». Questo termine ricalca il gr. ἀξίωμα, ἀξία, ἀξίος che rimanda a dignità, merito, valore, capacità, abilità, bravura, validità.

Anche per quanto riguarda questo diritto, probabilmente, i bambini fanno eccezione. Pochi adulti considerano il diritto del bambino a veder tutelata la propria reputazione.

Qualcuno, leggendo il mio commento al diritto dell’integrità fisica, potrebbe dirmi che ora l’educazione non prevede più le bacchettate sulle mani, le vergate sui polpacci nudi, i ceci sotto le ginocchia, ecc.: i genitori e gli educatori si sono emancipati, vogliono il bene dei loro bambini e il ricorso alla violenza fisica è più attenuato.

La mia riflessione riguarda tutti quei sistemi che a noi adulti, ancora oggi, sembrano del tutto normali e doverosi per riprendere il bambino o il ragazzo che ha sbagliato: sgridare, dare note, punire, minacciare, offendere, dare epiteti,… Facciamo un esempio: è l’ora dei compiti. La mamma dice al bambino, che intanto è occupato in un gioco che lo appassiona: “Adesso smettila di giocare e vai a fare i compiti, così poi siamo liberi!”

Il bambino come se non avesse sentito, continua la sua attività.

La mamma insiste e ripete l’ordine di interrompere il gioco e di approntarsi per i compiti. Questa volta con più energia.

Il piccolo si lamenta e le chiede di stare lì ancora un po’.

La mamma lascia passare ancora del tempo e ripete l’invito.

Il bimbo piagnucola e mormora che non può mai giocare, che non vuole fare i compiti, …

A questo punto mamma scoppia urlando dice: “Non capisco perché fai sempre così, lo sai che devi farli questi compiti! Possibile che fai sempre tante storie? Adesso te ne vai di là e fai tutti i compiti da solo, questa volta mamma non ti aiuta!!!” Possiamo avere variazioni sul tema come ad esempio: “Sei sempre il solito, non ascolti mai! Gli altri bambini non fanno disperare come te…”, ma l’obiettivo è sempre quello di ferire profondamente e cosa c’è di più efficace che mirare diritto al cuore?

E’ facile mettersi nei panni di mamma e dire che, dopo tante volte che si dicono le cose, per altro ovvie, si vorrebbe essere ascoltati, in fondo non si chiede nulla di particolare. Lui deve farli questi compiti e deve imparare ad essere responsabile, ci sono delle regole da rispettare. ecc.

Se, invece ci mettiamo nei panni del bambino ciò che proviamo è un turbinio di emozioni: tristezza, spavento, disorientamento e mortificazione. Abbiamo fatto arrabbiare la mamma, non siamo dei bravi bambini, siamo proprio non amabili!

Che vergogna!

In fondo perché non ci siamo mossi dal divano? Forse solo perché siamo dei pigri buoni a nulla, dei lazzaroni. Forse perché ci piace contrapporci ed essere oppositivi? Anche la maestra con altre parole dice la stessa cosa.

Il bambino riceve ogni giorno dai suoi genitori immagini di sé che, quando sono positive, lo aiutano a sentirsi capace di far fronte alle situazioni e di riuscire; quando, invece, lo etichettano negativamente, gli cuciono addosso un’identità negativa (“sei un buono a nulla, sei uno scansafatiche, sei un….” ) abbassando l’autostima, lo portano a pensare di non essere capace (non è capace di studiare, non è capace di disegnare, ecc.)…

Non dobbiamo poi meravigliarci se questo bambino non “avrà voglia” di studiare e/o non andrà bene a scuola.

Sappiamo con certezza quanto questi giudizi siano anti-pedagogici, infatti, quando ci si sente ripetere che sei un disastro, che sei pigro che non sei portato a fare questo o quello si finisce per crederci e ci si adatta. Nel tempo, la paura di non essere amati da mamma si cementerà nella convinzione di non essere gratificanti né per lei né per gli altri e non si avrà l’ardire di proporsi in nuove relazioni, si tenderà a ritirarsi perché si avrà paura del rifiuto dell’altro.

Si avrà la costante e profonda sensazione d’essere inadeguati e senza valore. Ci si sentirà: stupidi, pigri, incompetenti, egoisti, ….

Tutto ciò determinerà uno stato d’animo di grande sofferenza, a volte anche depressione.

Molti adulti affermano che la loro infanzia è stata felice, che i loro genitori sono sempre stati attenti, rispettosi e non hanno mai alzato né le mani, né la voce.  Hanno però un’autostima bassa e si giudicano negativamente. Pensano di sé:  “Ero pigro ed ero un bambino insopportabile”. Ricordano di aver fatto fatica ad avere un percorso scolastico soddisfacente e sostengono sia stata colpa loro perché  non erano e non sono interessati allo studio, erano e sono privi di interesse epistemofilico.

Una giovane mamma mi ha detto: “Io sono come mio figlio non siamo portati per lo studio. E’ facile dare le colpe ai genitori. La colpa era solo mia che non ho finito la scuola”.

Come si spiega tutto ciò?

La neuropsicologia ha dimostrato che nel nostro cervello operano due sistemi di memoria: uno a lungo termine che fa riferimento alla della memoria esplicita o dichiarativa e l’altro che fa riferimento alla memoria implicita o non dichiarativa.

Il primo sistema è cosciente e può ricordare episodi significativi della nostra vita, il secondo invece è relativo a esperienze non coscienti e non verbalizzabili.  Il sistema di memoria implicita e non dichiarativa ha a che fare con situazioni inconsce legate alle prime esperienze sensoriali riconducibili alla dimensione affettivo-emozionale, che il bambino ha sperimentato nelle prime interazioni del bambino con la madre e con l’ambiente in cui è inserito.

Gli eventi che si verificano nei primi anni di vita sono codificati come memorie implicite e incorporate. E’ perciò che i traumi patiti nella primissima infanzia, non vengono registrati come eventi, ma come una forma di conoscenza di caratteristiche negative del Sé.

 

 

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