NESSUN GENITORE E’ PERFETTO

Di Cleopatra D’Ambrosio


Filliozat I. (2011, p. 49) nel suo testo “Nessun genitore è perfetto” dedica un intero capitolo agli insulti e alle modalità che tendono a sminuire il bambino ed afferma che sono pochi i bambini che non sono mai stati insultati dai propri genitori.

Quando le esperienze di vergogna sono ripetute e/o estremamente dolorose producano effetti disadattivi, impediscono lo sviluppo e l’auto-affermazione positiva e, in casi estremi, producono patologia.

Allora dobbiamo chiederci perché tali esperienze continuano a ripetersi nonostante se ne conosca la loro pericolosità?

Forse perché i bambini non sono considerati persone con un valore intrinseco?

Forse perché ci sono molti pregiudizi culturali che ci impediscono di porre il bambino nella sua integrità al centro dell’attenzione educativa, dando piena statura sociale ad un essere socialmente debolissimo e manipolabile?  (Gonzales p. xiv). Forse perché la nostra storia personale ci porta a credere che questa violenze verbali siano inoffensive.

Ci sono genitori che non differenziano tra sé e il figlio e proiettano il loro desiderio. Come quando il piccolo prende una nota o un brutto voto e l’adulto lo rimprovera e lo umilia dicendogli: “Questo da te non me lo aspettavo!”; “Che figura mi fai fare!”.

Altre volte l’adulto ha paura di mostrarsi contento e capace nel gratificare il bambino. Ad esempio il piccolo ha preso otto e tornando a casa tutto orgoglioso lo mostra al suo papà aspettandosi questa volta una lode. Il papà guarda con sufficienza il bel voto che troneggia in mezzo al foglio e riconsegnandoglielo con espressione di disgusto dice :”Se hai preso otto vuol dire che le capacità le hai e allora potevi prendere dieci!”

Il principio è frustrare perché l’adulto razionalmente crede al proverbio chi “si loda si imbroda” e teme che poi diventino vanitosi o che si montino la testa ecc.

In questo modo egli nasconde la paura o l’incapacità di mostrare le sue emozioni, soprattutto quelle di tenerezza.

Altre volte ancora l’adulto pensa sia suo dovere “spronare” il figlio e non vede quanto desidera mostrargli che al posto suo sarebbe più bravo. E’ l’esempio del corso di calcio dove i commenti dei genitori si sprecano: “Muoviti, corri, fai andare quelle gambe!”

“Siete un sacco di patate! Dai fatti valere fagli uno sgambetto”..

In questi contesti ritenendo che sia solo un modo di spronare il figlio, gli insulti vengono banalizzati ma ovviamente, feriscono comunque più profondamente di quanto vogliamo credere.

Filliozat I. (2011, p. 49) ci offre un elenco di modalità che l’adulto educatore non dovrebbe mai usare se vuole mantenere con il suo piccolo una relazione positiva, se vuole che il piccolo si senta importante perché ha sperimentato che ciò che prova e sente può essere ascoltato e aiutato.

L’elenco è il seguente:

  1. Ordinare, comandare, esigere (es. Va in camera tua!”)
  2. Minacciare, spaventare (es. Se non la smetti ti do una sberla!”)
  3. Moralizzare, fare prediche (es. Quando qualcuno sta parlando non lo si interrompe!”)
  4. Consigliare, proporre soluzioni (es. Perché non vai a giocare con i tuoi amici?”)
  5. Tenere una lezione, fornire degli esempi (es. I libri sono fatti per essere letti, non per essere buttati!)
  6. Giudicare, criticare, biasimare (es. Non sei attento!”)
  7. Felicitarsi, fare del sarcasmo (es. Tu sì che sei gentile!”)
  8. Ridicolizzare, dare dei soprannomi (es. Dovresti vergognarti!”)
  9. Interpretare, analizzare (es. Sei solo geloso di tuo fratello!”)
  10. Rassicurare, fare i simpatici (es. Non è niente passerà!)
  11. Indagare, fare domande (es. Perché hai fatto una cosa simile?)
  12. Eludere, tergiversare, trattare alla leggera (es. Guarda che bel tempo che fa !)

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