STUPRO DI GRUPPO: PER I GIUDICI SPAGNOLI SE NON TI RIBELLI ED URLI, ACCONSENTI!

 

Dopo la sentenza emessa dai giudici spagnoli sul caso di Pamplona si è scatenato il dissenso sociale. I fatti parlano chiaro: nel 2016 una diciottenne fu violentata a Pamplona da 5 uomini in stato di ebrezza, con dei precedenti penali, che hanno ripreso la scena e l’hanno fatta girare su whatsapp. Tutto ciò per i giudici può essere definito un “semplice abuso” e non uno stupro per un cavillo: la vittima non ha urlato né si è opposta con forza.

La libertà di decidere della propria vita, a quanto pare, non è contemplata. Una

donna che sta subendo violenza e rischia la vita tende a reagire nei modi più vari. Solo la radicale incomprensione emotiva e cognitiva della condizione di vittima può portare a considerare l’esistenza di reazioni giuste e di reazioni sbagliate,  reazioni di ripulsa in quanto la ribellione sarebbe manifesta e reazioni che potrebbero invece  far pensare ad un qualche consenso nei confronti della violenza.

La logica utilizzata dai giudici è stata la seguente: se urli e chiedi aiuto durante una violenza di gruppo  allora diventa stupro, mentre se soffocata dalla paura taci e decidi di subire, allora si tratta di un semplice abuso sessuale e 9 anni di reclusione, anziché i 20 previsti, sembrano più che sufficienti. In realtà una donna che non riesce a reagire ad uno stupro  perché terrorizzata subirà un danno psichico ancora più distruttivo dalla violenza.

“Dobbiamo farci ammazzare perché una corte di giustizia riconosca la violenza sessuale?”, dicevano ieri le migliaia di ragazze scese in piazza in tutto il Paese dopo l’annuncio che i giudici del tribunale avevano considerato soltanto “un abuso” lo stupro di gruppo di Pamplona.

Secondo il giudice Ricardo González, lo stato di devastante prostrazione psicofisica della ragazza durante lo stupro è stato ritenuto invece «passivo» e quindi indicativo del fatto che quanto riferito dagli stupratori, ovvero che lei fosse consenziente, corrisponda al vero.

La logica dei giudici s’è rivelata in qualche modo convergente con quella degli abusanti.

I cinque – tra di loro anche un militare e un agente di polizia – si sono sempre difesi sostenendo che la ragazza “era consenziente”, che “non aveva reagito”, che “non aveva lottato per difendersi” mentre, nell’androne di un palazzo, ne abusavano.

La legge spagnola fa differenza tra abuso sessuale e stupro, il primo caso esclude violenza o intimidazione e grazie a questo i condannati potrebbero uscire dal carcere già tra sei mesi perché allora avranno scontato la quarta parte della pena. Sono in carcerazione preventiva dal giugno del 2016. L’accusa ha già annunciato che presenterà appello contro la sentenza.

“La ripugnanza che mi provocano i fatti in giudizio si può paragonare solo allo schifo che provo per la maniera in cui si è mossa la giustizia in questo caso. Vergogna!”.  Chi parla  è il giurista Baltasar Garzón, che durante la sua lunga carriera nella magistratura iberica è stato protagonista di atti come l’arresto di Pinochet, le indagini su Berlusconi, il dittatore Francisco Franco e la corruzione del Partito popolare oggi al potere.

Emergono dati sconcertanti e terrificanti in questa vicenda: l’impossibilità di una donna di girare liberamente per le strade senza correre dei rischi impensabili, la presenza di persone che, nonostante l’appartenenza alle forze dell’ordine, sono capaci di tali atrocità, la distinzione considerevole tra un abuso sessuale e uno stupro di gruppo definita solo dalla capacità della vittima di opporre resistenza, la collusione dei ragionamenti tra i giudici e l’abusante.

Uno scempio nei confronti delle donne, delle vittime, della giustizia in generale. E tutto ciò merita un’aperta condanna: #YoSiTeCreo, la campagna a favore della vittima, sta già facendo la sua parte.

Anche le carmelitane scalze di Hondarribia, nei Paesi Baschi, si sono unite al movimento #yositecreo che sta animando il Paese ma che ha ottenuto anche il sostegno della comunità internazionale, incluso l’americano #metoo.
“Noi viviamo in clausura, indossiamo un vestito che arriva quasi alle caviglie, non usciamo mai la notte (tranne per le emergenze), non andiamo alle feste, non beviamo alcolici e abbiamo fatto voto di castità –  commentano le suore di clausura – E’ una scelta che non ci rende migliori o peggiori di nessuno, sebbene paradossalmente ci rende più libere e felici di molte. E proprio perché è una scelta libera, difendiamo con tutti i nostri mezzi a nostra disposizione (e questo è uno di quelli) il diritto di tutte le donne di fare liberamente il contrario senza per questo essere giudicate, violentate, intimidite, assassinate o umiliate. Hermana. Yo si te creo”. Sorella. Io sì ti credo!

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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