LA SOFFERENZA DEI BAMBINI DISTURBA E SPAVENTA  

Di Francesca Imbimbo


Maddalena s’è agitata, le è venuto in mente qualcosa della situazione molto brutta di violenza assistita che ha patito in famiglia. La bimba si è arrampicata in cima alla libreria; sotto di lei, la stanza non sembra più la stessa: i vestiti sono tutti fuori da armadi e cassetti, i libri di scuola sono sparsi ovunque, i quaderni strappati e rovinati. Ora si può un po’ stare in silenzio, l’educatrice aspetta con pazienza, poi dice poche parole con voce tranquilla. La bambina si calma, solo più tardi prova a raccontare all’educatrice pezzi di ricordi. E la sua sofferenza in questo caso viene accolta.

Lavoro da vent’anni a contatto con bambini che hanno vissuto situazioni di grave maltrattamento e di abuso. Il percorso di accoglienza e di cura che si vive nelle comunità educative inizia dalla condivisione della vita quotidiana: preparare degli spazi funzionali e piacevoli, adatti alla vita dei bambini e alle loro esigenze quotidiane; predisporre una routine ordinata e prevedibile che preveda tempi per dormire, per lavarsi, per mangiare insieme, per giocare, fare sport e studiare.

Questo spazio/tempo pensato con cura e attenzione restituisce la normalità della vita quotidiana a bambini che hanno sperimentato confusione, precarietà materiale e affettiva, imprevedibilità. Naturalmente nelle esperienze drammatiche vissute nella propria famiglia, questi bambini hanno sperimentato soprattutto l’imprevedibilità, la violenza e l’inadeguatezza di relazioni con adulti che avrebbero dovuto prendersi cura di loro; a iniziale riparazione di questa esperienza gravemente disfunzionale, la comunità propone relazioni alternative con adulti nei quali è possibile riporre fiducia, iniziando contemporaneamente un percorso di conoscenza e di rielaborazione proprio con quei genitori che non hanno saputo occuparsi dei propri bambini. Ai bambini accolti dovrebbe sempre essere garantita una psicoterapia specialistica, in grado di affrontare i gravi traumi subiti in ambito familiare.

Chi predispone gli spazi delle comunità di accoglienza cerca spesso di offrire bellezza, oltre che funzionalità e pulizia; si cerca di curare l’abbigliamento, l’offerta per il tempo libero, le vacanze e lo sport, le possibilità di apprendimento attraverso la scuola e altre esperienze integrative.

Queste buone prassi, pensate ed elaborate grazie alle conoscenze scientifiche e anche all’esperienza di anni, si scontrano poi inevitabilmente con il dolore, l’angoscia, la paura di bambini sofferenti: essi stanno iniziando a fidarsi, a vivere in una quotidianità adatta a loro, ma devono anche confrontarsi con i ricordi traumatici, i flash-back, il senso di colpa e di vergogna, la disperazione e la confusione, la sensazione di non essere persone degne di amore.

Questo significa per alcuni avere momenti di chiusura e di mutismo, in cui diventano difficilmente raggiungibili dagli adulti che si occupano di loro. Per altri significa soffrire di gravi crisi di rabbia in cui fanno del male a bambini, adulti e anche a se stessi, in cui spaccano giochi, libri e mobili, allontanando i piccoli compagni e lasciando ambienti devastati intorno a sé. Molti bambini maltrattati soffrono di enuresi e di encopresi, sia diurna che notturna; fanno fatica a “stare” in situazioni affollate o di festa, in cui diventano quindi difficilmente controllabili nei loro comportamenti esteriori; spesso reggono a fatica le situazioni scolastiche, in cui è richiesto un controllo motorio per tempi lunghi e contemporaneamente un apprendimento cognitivo e uno stimolo sociale intensi.

Infine i bambini e le bambine che hanno subito abuso hanno una serie di riattivazioni sessuali, sia verbali, che comportamentali, spesso in momenti imprevedibili oppure in situazioni sollecitanti, come la scuola, la piscina, la spiaggia…

La vita quotidiana e concreta dei bambini che hanno vissuto situazioni di maltrattamento, quindi, è spesso di difficile gestione, provoca difficoltà nelle relazioni con l’esterno e genera anche danni a livello materiale ed economico. Non è facile, per chi gestisce e amministra i luoghi di cura, capire quanto alcuni comportamenti siano inevitabili e quanto duramente si lavori per prevenire, per contenere, per aiutare i bambini a rielaborare tanta sofferenza, angoscia, rabbia e terrore. Il percorso di accoglienza e cura è lungo, faticoso, irto di ostacoli perché ogni storia e ogni bambino sono diversi. Quando il dolore esplode, comunque, possono esserci stanze devastate, libri strappati e anche mutande piene di cacca; quando si attiva un flash-back, può esserci un bambino che scappa terrorizzato in pigiama in pieno inverno verso le rotaie del tram; quando si prova di nuovo paura per la propria vita, può essere preferibile tirare sedie o coltelli a chiunque si avvicini pur di difendersi.

A lungo andare, non è facile tenere insieme questa complessità, la sofferenza dei bambini e la consapevolezza che il cammino è lungo, la rabbia devastante e le buone intenzioni; bisogna mantenere un delicato equilibrio tra senso di onnipotenza e senso di impotenza. Non è facile soprattutto per chi amministra, per chi si avvicina al dolore dei bambini senza preparazione, senza il supporto della consapevolezza, spesso anche con superficialità e un pizzico di arroganza.

Uno dei rischi che si corrono nei luoghi di cura diventa allora quello di farsi affascinare da facili soluzioni, da metodi quasi magici che fanno “scomparire i sintomi”, che “raddrizzano” i comportamenti, negando il trauma e le sue conseguenze psicologiche e fisiche. Gestire la quotidianità diventa dunque apparentemente più semplice, meno faticoso, mentre questa negazione del dolore dei bambini ha conseguenze gravissime, paragonabili a quelle di un maltrattamento.

In questi casi, la sofferenza dei bambini disturba a tal punto che è meglio negarla, fa così tanta paura che si sceglie di affidarsi a un addestramento sociale che produce in realtà un maltrattamento istituzionale.

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