IL VANGELO APOCRIFO DELLA CARTA DI NOTO (1)

Di Martina Davanzo, Claudio Foti


È stata presentata in Calabria, a Castrovillari, la Carta di Noto IV firmata nell’ottobre 2017 da alcuni professionisti quali Camerini, Gulotta, Pingitore, Sartori e molti altri.

La Carta di Noto ha avuto un grande successo nelle aule giudiziarie, tanto da essere interpretata talvolta come una legge dello Stato, e non come un testo che è l’espressione di una corrente di pensiero di avvocati e psicologi che spesso si ritrovano a difendere imputati ed indagati di reati sessuali ai danni dei bambini.

La Carta si fa portavoce delle “migliori prassi” cui attenersi per raccogliere la testimonianza di un minore vittima di abusi o testimone di atti violenti e per valutare la sua capacità di testimoniare.

Questi esperti hanno messo in luce quanto sia importate tutelare il minore dal rischio di vittimizzazione secondaria e come, nel valutare la sua idoneità a testimoniare, il perito nominato non debba mai travalicare la sua funzione esprimendosi anche sulla veridicità o meno di quanto eventualmente accaduto, cosa che spetta solo al giudicante.  La Carta di Noto tende in realtà  nel suo insieme e nei suoi punti specifici a scoraggiare la possibilità che un esperto – nel corso delle indagini peritali e nel corso delle audizioni di minori – possa utilizzare un approccio empatico alla presunta vittima di abuso, possa comprenderne le sue dinamiche psichiche sofferte e conflittuali. La logica della carta di Noto è quella di contrastare la possibilità che l’esperto possa prendere sul serio le presunte vittime, nel caso queste ultime possano evidenziare indicatori di violenza agli occhi di un esperto che abbia le competenze empatiche e le competenze tecniche per poterle riconoscere.

La Carta di Noto lascia trapelare il suo sguardo parziale già dalla premessa: “la memoria non è una riproduzione precisa degli eventi percepiti in quanto essa è un processo dinamico e (ri)costruttivo. Il processo mnestico è molto sensibile alle influenze esterne che possono interferire a livello della codifica, del consolidamento e/o del richiamo. Gli effetti dei processi di costruzione della memoria autobiografica assumono una particolare rilevanza nei bambini, a causa della loro maggiore suggestionabilità, della loro dipendenza dal contesto ambientale e dalla difficoltà nel corretto monitoraggio della fonte di informazioni (esperienza vissuta, assistita o narrata). […]”

Che la memoria dei bambini (ma analogamente anche quella degli adulti) possa avere limiti e difetti è un indubbio, ma che debba essere aprioristicamente svalutata è un altro conto. Il pensiero sotteso alla logica della carta di Noto è che la memoria dei bambini sia sostanzialmente inaffidabile.   Squalificare in maniera generalizzata la memoria dei bambini significa lavorare a priori per garantire l’impunità dell’imputato di un reato sessuale su un bambino, significa  attaccare quella che è la sorgente principale di conoscenza che può provare un abuso, dal momento che tale reato si consuma in un contesto di accurata segretezza dove la vittima risulta spesso la principale fonte di prova.

La Carta di Noto è l’espressione di una scuola di pensiero che tende a generalizzare la svalutazione della competenza testimoniale del bambino, senza passare attraverso un’attenta analisi caso per caso, funzione psichica per funzione psichica. La svalutazione tende ad essere riferita a tutti i bambini, a tutte le fasce d’età, a tutte le diverse fasi temporali e a tutti i processi in cui la suddetta competenza si articola: la codifica, la ritenzione, il recupero del ricordo sarebbero fasi esposte in ogni caso alla suggestione, indipendentemente dall’importanza dell’episodio da ricordare; la capacità di distinguere tra fabulazione e realtà non sarebbe raggiungibile prima dei 7/8 anni; la capacità di comprensione dei fatti non sarebbe realizzabile pienamente prima dei 12 anni, etc.(vedi nota1). Risulta evidente il rischio di una liquidazione aprioristica di qualsiasi testimonianza infantile.

La squalifica della soggettività del bambino è sistematica.“I bambini – afferma la Carta di Noto –sono sempre da considerarsi testimoni fragili perché educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni e, pertanto, propensi a confermare una domanda a contenuto implicito. Richiesti da un adulto, i bambini possono mostrarsi compiacenti (cioè tendono a conformarsi a ciò che presuppongono sia desiderato dall’interrogante) e persino suggestionabili (cioè si convincono intimamente che le cose sono andate in un certo modo, così come più o meno esplicitamente suggerito dall’interrogante).”

I bambini dunque nel loro processo di ricostruzione della realtà, sarebbero dipendenti dal contesto ambientale, pertanto sarà quest’ultimo ad influire sul recupero dell’informazione, lasciando uno spazio quasi nullo alla sua volontà; i bambini sarebbero tutti educati a non contraddire gli adulti, pertanto risulterebbero non attendibili nelle loro dichiarazioni perché cercheranno sempre di compiacere l’adulto interrogante.  I bambini, essendo suggestionabili, si convincono che i contenuti suggeriti dall’interrogante siano la realtà e si adeguano, in modo aderente, ad essa.

Su questi presupposti verrebbe da sostenere che l’ascolto di un bambino testimone di abusi sessuali porterebbe a risultati inutili, non veritieri e suggestionati dall’adulto interrogante. Allora perché darsi tanto da fare per ascoltare un testimone minorenne? Perché un esperto convinto che la Carta di Noto sia il Vangelo accetta di prendersi un incarico peritale riguardante per es. un bambino piccolo, dal momento che le sue convinzioni ancora saldamente allo spirito della Carta fanno già pensare alla conclusione che quel bambino non abbia competenze per essere preso sul serio?

Ma le contraddizioni della Carta non si esauriscono con la premessa. Vediamo l’articolo 1.

ART.1 – È necessario che gli esperti (psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili) e le altre figure professionali (magistrati, avvocati, Polizia Giudiziaria) coinvolte nella raccolta della testimonianza dei minori possiedano specifiche competenze legate ad una aggiornata formazione in psicologia forense e della testimonianza.

Questo articolo antepone la formazione psico-forense a quella specifica in ambito di psicologia dello sviluppo e alle capacità dell’esperto di entrare in relazione con un minore. Noi pensiamo invece che in ambito psicologico forense debba essere valorizzata la competenza clinica dell’esperto. Come può un accademico o uno psicologo “forense” che non conosce attraverso l’esperienza del trattamento terapeutico le dinamiche sofferte e conflittuali del bambino abusato, dare risposte ai quesiti del giudici, senza aver acquisito attraverso il lavoro clinico la conoscenza della psicologia profonda di un bambino abusato?

 

cfr. G. Gulotta G., L. de Cataldo, S. Pino, P. Magri, “Il bambino come prova negli abusi sessuali, in Cristina Cabras (a cura di), La psicologia della prova, Giuffrè, 1996, pp. 157-213.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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