IL VANGELO APOCRIFO DELLA CARTA DI NOTO (2)

Di Martina Davanzo, Claudio Foti


La Carta di Noto ha conquistato un’immagine di documento sacro ed indiscutibile, come se fosser l’espressione della comunità scientifica in quanto tale. Riprendiamo l’analisi critica della Carta di Noto ed occupiamoci dell’art. 3

ART.3- È opportuno che l’attività di assistenza psicologica o psicoterapeutica del minore – salvo casi di particolare urgenza e gravità – avvenga dopo che questi ha reso testimonianza in sede di incidente probatorio.

 

Peccato che il Codice Penale – che a differenza della carta di noto non è una legge dello Stato –  non la pensi allo stesso modo: “Nei casi previsti dal primo comma (violenza sessuale su un minore) l’assistenza affettiva e psicologica della persona offesa minorenne è assicurata, in ogni stato e grado del procedimento, dalla presenza dei genitori o di altre persone idonee indicate dal minorenne e ammesse dall`autorità giudiziaria che procede”

Dunque, questo articolo del Codice Penale, spesso dimenticato, sostiene l’obbligo, da parte dell’autorità giudiziaria, di garantire al minore un sostegno dall’inizio del procedimento. L’impatto con un tribunale può risultare sconvolgente per gli stessi adulti, soprattutto se vittime di un reato: per quale strano motivo non dovrebbe esserlo per un bambino?

I bambini sono considerati più fragili degli adulti, se si tratta di valutare le loro competenze testimoniali.  Diventano improvvisamente più forti degli adulti, se si tratta di prendere in considerazione i loro bisogni di sostegno nell’impatto con il sistema giudiziario.

Assistere affettivamente e psicologicamente un bambino che dovrà deporre in quanto testimone non significa influenzarlo o suggestionarlo. Al contrario un bambino sostenuto e in grado di sentirsi al sicuro sarà più propenso a portare il suo contributo all’accertamento della verità, cioè a raccontare i fatti in tutta sincerità, a differenza di un bambino spaventato e lasciato solo con le sue paure.

ART.8- In sede di raccolta delle dichiarazioni occorre ridurre il numero delle audizioni. Il minore deve essere avvertito della finalità della sua audizione con la possibilità di dire che “non ricorda” e “non sa” […]

Il diritto all’informazione è sancito dall’art.17 della CRC (Convention on the Rights of Child) ma la sua applicazione nei tribunali sembra di incredibile difficoltà: i consulenti che hanno il compito di sentire il minore tendono costantemente a non informarli sulle finalità e sulle conseguenze della loro deposizione: anzi, alcuni, pensando di spingere il bambino a dire il vero, sono disposti persino a minacciarlo, annoverando tra le conseguenze di una falsa deposizione l’arresto del bambino o le possibili reazioni dei genitori. Nulla di più terrificante ma efficacissimo per assicurarsi il silenzio di un bambino che potrebbe essere la piccola vittima di un abuso.

L’articolo continua: nel proporre domande occorre evitare che esse lascino trapelare aspettative dell’interrogante o che diano per scontati fatti che sono oggetto di indagine.

Il tentativo è quello di contrastare – giustamente –  gli interventi di anticipazione e di suggestione positiva, favorendo tuttavia gli atteggiamenti di suggestione negativa, già molto diffusi fra gli psicologi in quanto radicati in esigenze difensive di fronte al riconoscimento di un fenomeno come l’abuso sessuale sui bambini, di per sé assai disturbante psicologicamente e socialmente.  Non si tratta ovviamente di considerare scontati i fatti di abuso, si tratta piuttosto di non incentivare l’incredulità e al distacco emotivo dell’ascoltatore adulto, impedendo così ai bambini, che potrebbero essere vittime di poter comunicare la loro penosa verità, che già  di per sé è difficilissima da comunicare

Se c’è qualcosa che viene oggi dato per scontato da numerosi consulenti è il fatto che i racconti spiacevoli e raccapriccianti dei bambini siano a priori racconti di fantasia o frutto di induzione. L’impensabilità di tali contenuti trapela costantemente dalle parole, dagli atteggiamenti, dalle domande degli esperti, scoraggiando il bambino, quando è vittima, a proseguire la propria testimonianza ed inducendo il bambino a inibire, bloccare ritrattare le sue affermazioni di fronte agli interventi di suggestione negativa degli esperti. Cosa intendiamo per interventi di suggestione negativa?  Ripetizione di domande che veicolano da parte dell’intervistatore reazionio di discredito e di perplessità dell’adulto, l’assunzione di un atteggiamento freddo e distaccato di fronte a comunicazioni dove il bambino esprime malessere o rabbia, il lasciar cadere le comunicazioni più sofferte del piccolo testimone che cerca di avvinarsi con fatica ai fatti traumatici.    La suggestione positiva è certamente da contrastare, ma la suggestione negativa è altrettanto grave e merita di essere riconosciuta e contrastata, mentre la Carta di Noto la legittima.

 

ART.20-Attenzione particolare va riservata ad alcune situazioni specifiche, idonee ad influire sulle dichiarazioni dei minori, quali:
a) separazioni dei genitori caratterizzate da inasprimento di conflittualità dove si possono verificare, ancor più che in altri casi, situazioni di falsi positivi o falsi negativi;
b) allarmi generati solo dopo l’emergere di un’ipotesi di abuso;
c) fenomeni di suggestione e di “contagio dichiarativo”;
d) condizionamenti o manipolazioni anche involontarie (es. contesto psicoterapeutico, scolastico, ecc.)

Qui viene implicitamente evocata la PAS (Parental Alienation Syndrome), una teoria utilizzata nelle aule di tribunale per criminalizzare le madri e patologizzare i bambini, per negare al bambino il diritto ad essere ascoltato, per  non prendere in considerazione l’ipotesi dell’abuso sessuale o della violenza assistita  in caso di separazione conflittuale tra i coniugi. Il meccanismo alla base della teoria è semplice: di fronte ad una separazione uno dei genitori (molto spesso la madre) viene accusato di mettere in atto una serie di induzioni sul bambino volti a metterlo in conflitto con l’altro genitore (meccanismo di alienazione). In questo modo, dopo frequenti “lavaggi del cervello” il bambino arriverebbe addirittura ad affermare di aver subito abusi sessuali o violenza assistita  da parte del genitore alienato.

Tutto perfettamente coerente con la linea della carta di Noto, con la sua introduzione che sottolinea l’elevata suggestionabilità del bambino e la dipendenza dal contesto ambientale (pensiamo all’ambiente della separazione conflittuale).

Emerge ancora una contraddizione: ma come mai è necessaria così tanta attenzione alla conflittualità coniugale in relazione alla valutazione del minore effettuata dall’esperto? La Carta di Noto afferma, all’ART.15: “All’esperto non può essere demandato il compito di accertare la veridicità e la validità del racconto o dei racconti resi…”e allora perché dare tanta importanza al contesto per dimostrare che il minore accusa falsamente un genitore? Non è compito del giudice stabilire la veridicità di un racconto? L’esperto non deve utilizzare solo mezzi scientifici accreditati? Secondo l’ART.11 della stessa Carta sembra di sì: “Nella valutazione del minore gli esperti dovrebbero utilizzare metodologie evidence-based e strumenti che possiedano le caratteristiche di ripetibilità e accuratezza e che siano riconosciuti come affidabili dalla comunità scientifica di riferimento.”Allora risulta spontanea una domanda: ma se questa fantomatica sindrome non è presente in nessun manuale diagnostico, a cosa ci stiamo riferendo? A una teoria che non appoggia su nessuna evidenza?

 

La Carta di Noto, nelle sue 4 edizioni, ha il merito di aver tentato di definire alcune prassi nell’ascolto del minore e di aver messo a fuoco la necessaria attenzione al rischio di interventi anticipatori e suggestivi quando si ascoltano i bambini presunte vittime di abuso.

Ma la Carta di Noto non è il Vangelo, non rappresenta la comunità scientifica, non contiene il perfetto vademecum delle buone prassi da seguire con i minori vittime o testimoni di abusi sessuali. E’ l’espressione di una scuola di pensiero, purtroppo egemone nella psicologia forense italiana e dunque porta con sé una parzialità evidentemente funzionale tendenzialmente  a garantire l’impunità a priori agli imputati e gli indagati di reati sessuali.

 

 

 

 

 

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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