BAMBINI ABUSATI IN AMMOLLO.  L’URGENZA DELLA CURA

 Pubblichiamo in quattro puntate la relazione di Cleopatra D’Ambrosio al Convegno EPPUR SI MUOVE.  COSA STA CAMBIANDO NELL’ASCOLTO DELLA SOFFERENZA DEI BAMBINI?, organizzato da “Rompere il silenzio. La voce dei bambini” a Reggio Emilia l’8.6.18. Il titolo della relazione da Cleopatra d’Ambrosio è stato “Bambini in ammollo, l’urgenza della cura”.

Cleopatra D’Ambrosio, laureata a Padova nel 1977 in psicologia esperta in clinica, giuridica, dipendenze, gruppi e sessuologia clinica. Formatrice per operatori psico-sociali e interventi clinici. Dal ’90 si occupa di abuso sessuale a danno di minori, intervenendo in varie forme nel percorso di questo tema (ha organizzato e sviluppato convegni, numerosi interventi di prevenzione su un pubblico ampio e gruppi specialistici, ha accompagnato con interventi di supervisione molte equipe psicosociali e seguito molti bambini abusati sia come CTU che come CTP, come psicoterapeuta ha rivolto la sua attenzione clinica ai bambini vittime e/o ai loro genitori)

 

Di Cleopatra d’Ambrosio


A fronte di un sospetto abuso ai danni di un bambino molte sono le figure e le istituzioni che, in tempi diversi e a vario titolo intervengono: insegnanti, genitori, operatori, avvocati, polizia, magistrati, CTU, CTP….

Nel linguaggio comune quando parliamo di abuso sottintendiamo sessuale, in realtà i bambini possono essere esposti a vari tipi di abuso: fisico, psicologico, essere esposti alla violenza dei genitori, esserne coinvolti …

Affinché il bambino possa iniziare ad elaborare il trauma è importante che trovi ambienti adeguati e persone competenti che sappiano come maneggiare la situazione (proprio come capita in un incidente stradale, in un terremoto, ecc..). Lo scopo di ciascun intervento dovrebbe essere quello di non complicare ulteriormente la situazione, di non contribuire ad aggravarla prevenendo gli effetti pericolosi del trauma.

Il trattamento del trauma, quindi, necessita di un intervento a più mani, un setting allargato e condiviso dove è indispensabile che ci sia un atteggiamento diffuso di ascolto e di attenzione ove il piccolo possa essere rassicurato, riconosciuto ed esprimere la sua posizione.

Il bambino non può essere trattato da un lato come “bambino traumatizzato” che merita ascolto ed empatia in ambito terapeutico e dall’altro contemporaneamente “bambino in ammollo”, destinato  ad attendere i tempi degli adulti, nel percorso giuridico. In tale percorso i professionisti interpretano il loro mandato cercando d’essere obiettivi o, peggio ancora, distaccati per nascondere la paura del giudizio d’essere valutati o criticati. Più preoccupati di anticipare ed evitare le possibili contestazioni che di stabilire una relazione professionale rispettosa e profonda con i propri interlocutori.

Questa è una scissione estremamente pericolosa.

Bisogna osservare che l’aspirazione di molti esperti ad un atteggiamento peritale non inquinato da aspetti emotivi pecca di ingenuità epistemologica. La pretesa neutralità pensata come garanzia di equità nel procedimento giudiziario, rappresenta un’ipotesi utopistica non realizzabile. (Borgogno, L’illusione di osservare, Giappicchelli, Torino, 1978).

Nel contesto peritale, come in tutte le relazioni, bisogna ricordare che lo psicologo (il tecnico in genere) è un osservatore parziale e quindi potenzialmente “distorcente”.

La sua visione e lettura di sé e dell’altro è condizionata:

 

  1. sul piano professionale dalle sue conoscenze scientifiche, teoriche e metodologiche, dalle sue competenze ed esperienze professionali;
  2. sul piano personale dal suo momento esistenziale, dalle sue caratteristiche di personalità, emotive e relazionali, dal suo modo di reagire al trauma. L’adulto che entra in contatto con un bambino traumatizzato può reagire in vario modo (per es. con rabbia o con un atteggiamento di paura/evitamento). Se queste emozioni non sono elaborate il bambino può spaventarsi o aumentare il suo disagio.
  3. E’ anche un osservatore che influenza il “sistema osservato” perché interagisce (in modo conscio e inconscio) con l’osservato, non solo per svolgere le procedure standardizzate, ma anche per instaurare e mantenere con lui un “buon rapporto”.
    Quindi è assolutamente fondamentale che sia sempre il più possibile consapevole di sé e del suo momento esistenziale nel suo percorso sia professionale che personale. Solo una consapevolezza profonda di sé (esperienze, risorse, limiti, …) permette di avere consapevolmente e agilmente a disposizione sé stesso come strumento di lavoro e riconoscere (il più possibile) le sue “lenti” che sono inevitabilmente selettive: filtrano, colorano, … distorcono l’altro.

 

Questa consapevolezza dovrebbe essere costantemente “aggiornata” e arricchita da una continua rilettura e consapevolezza di sé attraverso le lenti dei diversi momenti (vissuti attuali) nell’evoluzione sua personale e della psicologia in generale.  Così è possibile impostare una relazione con il bambino corretta sul piano umano e professionale ed un approccio relazionale, rispettoso e non distorcente.

Altra frequente situazione di scissione si registra quando il tribunale per i minorenni ei minori chiede una CTU perché durante la separazione nel conflitto di coppia si manifestano sintomi e si ascoltano rivelazioni del bambino su possibili violenze subite e il tribunale penale chiede contemporaneamente la CTU ad es. per l’attendibilità.

L’aggravante di questa già problematica situazione è che i tecnici che intervengono nella prima CTU non hanno nessuna competenza in materia di abuso (inteso in senso lato) e in materia di trauma.

“Il trauma è forse la più evitata, ignorata, sminuita, negata incompresa e non curata fra le cause della sofferenza umana”.

(Levine e Kline 2009)

 

 

 

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