LA   PROPOSTA DI RIFORMA DELL’AFFIDO DEL SEN.PILLON PER LEGITTIMARE ED ACCRESCERE LA VIOLENZA IN FAMIGLIA

 

A settembre le camere discuteranno il decreto legge del senatore Pillon (Lega) che avanza una proposta di riforma delle condizioni di affido e di separazione dei coniugi. Una proposta a dir poco imbarazzante e sconclusionata, dove non trovano spazio né i diritti dei genitori né quelli dei bambini. Tra le novità proposte dal senatore troviamo l’abolizione dell’assegno di mantenimento e dell’assegnazione della casa coniugale, l’aumento dei costi della separazione, l’istituzione del tempo paritetico che i bambini trascorreranno con i genitori e la mediazione obbligatoria.

Spiegherò, passo per passo, i motivi per cui definisco questa proposta imbarazzantee collusiva con la violenza in famiglia:

 

  • Abolizione dell’assegno di mantenimento e della casa coniugale

Far decadere l’obbligo dell’assegno di mantenimento a carico del coniuge più abbiente è stata una decisione dettata dall’emergenza povertà che in effetti può aver coinvolto una parte della schiera dei genitori separati. Dalle ultime ricerche, secondo il senatore Pillon, emerge che molti dei genitori costretti al versamento dell’assegno di mantenimento sono ridotti in stato di povertà a causa delle ingenti cifre che sono costretti a versare all’ex-coniuge. Ora, il mantenimento è stato istituito per far sì che i figli  dopo la separazione avessero l’opportunità di continuare la loro vita con un tenore di pari dignità rispetto a quello che avevano garantito quando la famiglia era unita.  La finalità del mantenimento dunque non è quella di penalizzare o punire il padre separato, anzi il giudice è tenuto a considerare e a tutelare le condizioni economiche dei genitori a seguito della sospensione del vincolo matrimoniale:“La determinazione dell’assegno di mantenimento (che si fa comunque anche se nessuna delle parti ha chiesto l’addebito) è strettamente connessa all’individuazione della parte che risulta più svantaggiata a causa della sospensione del vincolo matrimoniale, qualora non sia in grado di garantire lo stesso tenore di vita di cui godeva in precedenza. Il compito del giudice, infatti, sarà quello di riequilibrare le reali capacità economiche della coppia separata stabilendo il giusto valore del mantenimento”[1].

Se l’obbligo dell’assegno causa la caduta in povertà del genitore che deve provvedere al mantenimento forse qualcosa di sbagliato è accaduto durante la valutazione dell’importo dell’assegno, compiuta dal giudice. Date queste premesse allora non è errato il concetto di mantenimento, ma eventualmente  il modo in cui esso viene definito: sarebbe meglio perfezionare i criteri su cui si basa la determinazione dell’importo oppure privare il genitore più debole e meno abbiente del diritto a vivere una vita dignitosa?
L’assegnazione della casa coniugale non rientra, invece, nella cifra prevista per il mantenimento, rappresenta un bene che viene affidato generalmente al genitore presso cui i figli vengono collocati. L’assegnazione della casa coniugale viene fatta solo qualora entrambi i coniugi siano intestatari dell’abitazione e, in caso di assenza di figli, viene divisa equamente. Abolire l’assegnazione di tale bene al genitore collocatario sarebbe una scelta volta a penalizzare i minori e i loro diritti: e ricordiamoci sempre che a separarsi sono i genitori, non i figli!

 

  • Aumento dei costi della separazione e obbligo di mediazione familiare

Le due voci sono strettamente correlate. Il sen. Pillon, nella sua proposta, ha introdotto l’obbligo della mediazione familiare per tutte le coppie di coniugi che effettuano una richiesta di separazione. Questa scelta ha delle ricadute evidenti: da un lato un sensibile aumento dei costi della separazione, che richiederebbe l’intervento di uno specialista a pagamento per effettuare gli incontri di mediazione, e dall’altro un insensibile attacco alla libertà individuale. Una persona che ricorre alla separazione per maltrattamenti familiari avrebbe, secondo la riforma, l’obbligo di effettuare una mediazione con il coniuge maltrattante; qualora uno dei due si rifiutasse il giudice potrebbe interpretare tale comportamento come una mancanza di collaborazione e penalizzare la vittima della violenza domestica addebitandole la separazione ed, eventualmente, anche escludendo il coniuge dall’affidamento di eventuali figli minori.
Ricordiamo che la convenzione di Istanbul vieta espressamente, all’art 48, “i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti, tra cui la mediazione e la conciliazione, per tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”. Pertanto l’obbligo proposto dal sen. Pillon non solo si rivela pericoloso ma anche illegale.

 

  • Istituzione del tempo paritetico

Esiste già una legge, n.54/2006, che istituisce l’obbligo dell’affido condiviso: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Inoltre, la proposta, prevede all’art. 11 che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi “paritetici”. Il corto circuito normativo è evidente: il genitore più povero rischia di perdere anche la possibilità di vedere il figlio e con l’abolizione dell’assegno di mantenimento e dell’assegnazione della casa coniugale le conseguenze sono infauste. Rendere obbligatorio l’affidamento condiviso al 50% per ogni genitore inoltre comporterebbe dei rischi che, forse, il sen. Pillon non ha ben considerato: un bambino può essere costretto a trascorrere metà del suo tempo con un genitore maltrattante, violento o abusante solo per adempiere ad un obbligo di legge.

 

Proviamo a immaginare un possibile scenario e a ragionarvi sulla base della riforma del sen. Pillon:

 

Due coniugi decidono di separarsi. La madre non lavora perché, d’accordo col marito, ha deciso di dedicarsi al bambino. Il padre è un medico affermato. La madre richiede la separazione a causa dei ripetuti maltrattamenti psicologici che il marito le infligge e si oppone alla mediazione. Il giudice, interpretando l’opposizione della donna come una mancanza di collaborazione, decide di concedere la separazione al marito addebitandola a lei, costringendola a sostenere le spese processuali e collocando il minore presso il padre. Senza l’obbligo dell’assegno di mantenimento la madre si troverebbe in una situazione allarmante e, pur avendo diritto a passare il 50% del suo tempo con il figlio, ciò non le verrebbe concesso perché non in possesso dei requisiti previsti dall’art.11 (chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non avrebbe il diritto di tenerlo con sé secondo tempi “paritetici”). In questo caso la donna, vittima di violenza, è stata costretta ad una mediazione (illegale) e per il fatto di essersi opposta si è vista togliere ogni diritto di ex moglie e di madre, e il bambino è stato costretto a permanere presso un padre che ha maltrattato psicologicamente l’ex coniuge.

 

I rischi che questo progetto di riforma porta con sé sono elevati. Lo scenario proposto esemplifica solo uno dei possibili casi che ogni giorno vengono portati in tribunale e che rischiano di concludersi con un pesante schiacciamento dei diritti di madri e padri separati ma soprattutto dei loro bambini. Ad essere privati del rapporto con i figli, oggigiorno, sono soprattutto i padri separati e termini come alienazione genitoriale, PAS, suggestione vengono utilizzati come arma per accusare le madri di manipolare i bambini. Oggi le critiche alla riforma vengono presentate come un tentativo di appoggiare le madri contro i padri, ma non è così! Indubbiamente c’è stata una crescita della capacità delle madri di far sentire la propria voce, in difesa di se stesse dei figli,  ma  genitori abusanti e maltrattanti non corrispondono solo al sesso maschile. Il fatto è che la percentuale più elevata di casi riscontrati è ad opera paterna e non è possibile ignorare questo fenomeno. Noi siamo dalla parte del genitore tutelante, che sia la madre o il padre, e sosteniamo che una riforma di questo tipo non sia corretta né accettabile per chi si pone a difesa dei diritti del minore.

[1]https://www.studiocataldi.it/guide_legali/assegno-di-mantenimento/

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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