È COSÌ TERRIBILE SBAGLIARE?

Di Paola Crosetto


Mi sono occupata tempo fa, nel mio ruolo di docente di scuola superiore, dell’attività di Alternanza Scuola-Lavoro insieme ad altri miei colleghi. Un giorno, commetto un errore nella compilazione di una delle tante convenzioni con le strutture. Così la convenzione errata torna indietro alla segreteria della mia scuola. A quel punto, a partire dalla segreteria a finire nei corridoi, in tanti vanno alla ricerca del docente che ha riportato quel dato sbagliato. Quella mattina il colpevole non si trova, perché quando il fatto è avvenuto io non ero in servizio; nel pomeriggio ricevo una mail indirizzata a tutti i docenti impegnati nell’Alternanza con su scritto: “Chi ha commesso questo terribile copia-incolla nella convenzione allegata?”. Non si trattava di un copia-incolla, avevo proprio sbagliato l’indirizzo dell’ente. Dunque alla mail che evidenziava l’errore e che cercava il responsabile ho risposto: “A commettere quel “terribile” errore sono stata io. Rimedierò”.

Diversi aspetti mi hanno colpita intensamente di questo episodio. Prima di tutto, la “caccia” al colpevole all’interno della la scuola, con toni e modi tutt’altro che benevoli e la volontà, pur non del tutto consapevole, di metterlo in croce; inoltre l’uso del termine “terribile” per uno sbaglio di indirizzo su un documento. Certo, le convenzioni vanno fatte con attenzione e rigore, sono documenti importanti, tuttavia un errore può succedere quando se ne compilano tante insieme ad altre incombenze scolastiche e si tratta di un errore riparabile. Mi ha colpita infine anche la ramanzina che la coordinatrice dell’equipe di lavoro mi ha fatto il giorno successivo, un lungo rimprovero d’intonazione moraleggiante e sentenziosa, con lo scopo, più o meno implicito, di farmi sentire una scolaretta inadeguata. Confesso che per un attimo il senso di inadeguatezza questo l’ho sentito e riconosciuto, ma poi vissuto che mi risulta familiare ha lasciato il posto ad un altro vissuto che esèrimerei con questo pensiero: mamma mia, quanta pena mi fanno queste persone che cercano di mettermi in croce! Chissà quanto mettono in croce se stesse quando sbagliano! Chissà da bimbi come sono stati sgridati e umiliati quando commettevano un errore!

Ecco, da questa mia esperienza nasce il mio interesse sull’errore in chiave psicopedagogica. Perché l’errore è culturalmente additato come una bestia da evitare? Perché questa demonizzazione dell’errore? Perché tutta questa paura di sbagliare?

Eppure, “gestire” equivale, inevitabilmente, a sbagliare. Non c’è figlio, non c’è allievo, non c’è utente, non c’è membro di gruppo …che non faccia errori. Ma non c’è genitore, non c’è insegnante, non c’è psicoterapeuta, non c’è assistente sociale, non c’è educatore, non c’è leader di gruppo che non commetta errori.  Per tutte queste figure, più che di eccellenza gestionale ed organizzativa, sarebbe importante sottolineare la capacità di apprendere dai propri errori. Perché è questa capacità che, così come fa di un allievo un buon allievo (paziente, figlio…), fa di un educatore un buon educatore (insegnante, psicoterapeuta, leader…). L’importanza dell’errore è sottolineata dallo psicoanalista Giorgio Blandino (2002): “La sua importanza, nel processo conoscitivo, si manifesta nella maggiore o minore capacità, da parte del soggetto che conosce, di trasformare in fatto apparentemente negativo in un fatto positivo. La capacità di compiere questa trasformazione è l’essenza del processo di apprendimento, nel senso che ne è la condizione e la finalità”.

Numerose sono le posizioni epistemologiche contemporanee che concepiscono la verità non, dogmaticamente, come assoluta, bensì come una continua rettifica dell’errore: l’epistemologo francese Bachelard definisce l’errore “l’elemento motore della conoscenza umana”. Il filosofo della scienza Karl Popper elabora la teoria falsificazionista: la verità di una conoscenza è fondata sulla sua possibilità di essere falsificata/dichiarata falsa, la fallibilità di una teoria (di un’azione, di un pensiero) è il fondamento stesso della sua verità. Per quanto possa sembrare paradossale, l’errore è un aiuto per la ricerca scientifica, per la ricerca umana, esistenziale. L’uomo può avvicinarsi progressivamente alla verità senza arrivare mai a possederla.

Anche quella di Socrate, V secolo a.C., è una vera e propria pedagogia dell’errore: egli sviluppa la sua ricerca sulla vera natura delle cose a partire dalle risposte sbagliate che in prima battuta i suoi interlocutori danno alle sue domande incalzanti. Solamente attraverso una lunga serie di rettifiche e ridefinizioni, attraverso le armi dell’ironia e della maieutica, il filosofo può aiutare gli individui a raggiungere con le proprie forze la verità.

Anche da un punto di vista psicologico, la fallibilità è testimonianza della condizione umana caratterizzata da finitezza, imperfezione, ignoranza, impotenza, fragilità, mortalità. La presunta infallibilità, la verità assoluta non sono che il retaggio della fantasia infantile onnipotente, un meccanismo di difesa attuato dalla mente, in quella fase della vita, legittimamente e in funzione adattativa, per difendersi dall’angoscia della propria limitatezza. Il paradosso dell’esistenza umana è che la verità è intrinsecamente connessa al falso: una verità che si presenta come indiscutibile ed assoluta è per ciò stesso falsa. Non vi è vera conoscenza, non vi è procedimento scientifico, non vi è  vero apprendimento senza falsificazione di  ipotesi sbagliate, dunque senza errore.

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