SUGLI INFINITI MODI, ANCHE “ARTISTICI”, DI LEGITTIMARE LA PEDOFILIA

Di Martina Davanzo, Claudio Foti


Un dibattito molto acceso si è instaurato in questi giorni in merito ad un’opera d’arte di Wagner Schwartz. L’artista, che ha esposto la sua opera al MAM (Museo d’Arte Moderna) di San Paolo, in Brasile, è stato accusato di avere inneggiato alla pedofilia permettendo che una bambina si approcciasse al suo corpo nudo e vulnerabile per farne una scultura vivente e facendosi fotografare mentre, sempre completamente nudo,teneva per mano quattro piccole visitatrici della mostra.

Un portavoce del museo ha commentato le accuse sostenendo che la performance fosse avvenuta in una sessione chiusa e per ospiti selezionati. La bambina era con la madre, anch’ella un’artista e che sembra sia stata proprio la bimba a chiedere di partecipare dopo aver ricevuto una spiegazione su ciò che lo stesso conteneva. Pertanto le è stato acconsentito ciò, sotto la guida e la supervisione di sua madre. “Nessuno ha mostrato imbarazzo o avversione, questo lavoro è stato autorizzato dal museo e non si tratta di erotismo, non include alcun contenuto erotico. Si tratta invece di una lettura interpretativa del lavoro dell’artista brasiliana Lydia Clark e siamo soddisfatti del modo in cui questa performance è stata gestita”.   Se gli artisti presenti a questo “evento artistico” siano stati o meno imbarazzati, è un fatto marginale.  Certamente se non hanno provato imbarazzo non si possono escludere in loro tratti perversi, perché l’imbarazzo è una reazione emotiva sana e adeguata nell’assistere ad una forte sollecitazione attuata  nei confronti del una bambina all’incontro anche solo visivo con il corpo nudo di un adulto estraneo alla famiglia.  Il problema su cui riflettere è comunque un altro.

Se si arriva a sdoganare e a favorire l’approccio dei bambini con il corpo nudo altrui – magari con la giustificazione dell’esperienza artistica –  si compiono due operazioni.

Innanzitutto si rischia di dare una legittimazione all’avvicinamento sessuale tra i bambini e gli adulti  (secondo la logica della letteratura apologetica della pedofilia in base a cui che questo contatto sessuale sarebbe assolutamente innocente e buono in sé, mentre i danni deriverebbero dalla morale sociale sessuofobica che colpevolizza questo contatto).

Bisogna su questo punto essere fermi: qualsiasi attivazione precoce della sessualità dei bambini nella relazione con l’adulto favorisce un’eccitazione intensa e confusiva  che la mente del bambino non è ancora in grado di gestire.  Se è vero che non bisogna necessariamente nascondere in maniera puritana ed ossessiva il corpo dell’adulto in famiglia, è anche vero che non bisogna assolutamente incoraggiare o legittimare la curiosità sessuale dei bambini esponendo a loro il corpo nudo dell’estraneo.

Questo è un punto molto importante perché assistiamo ad un’offensiva culturale tesa a legittimare la pedofilia come un orientamento sessuale non necessariamente violento, che sarebbe insopprimibile e da normalizzare alla stessa stregua dell’orientamento omosessuale. Esistono invece evidenze cliniche attestanti che il coinvolgimento del bambino in attività sessuali con l’adulto non corrisponde affatto ai suoi bisogni evolutivi e genera comunque maggiori o minori effetti nocivi rispetto al suo potenziale di crescita. Affermare  che l’attivazione precoce della sessualità del bambino all’interno della relazione con l’adulto potrebbe non risultare psicologicamente nociva e non sarebbe necessariamente accompagnata da disturbi e scompensi  significa colludere con la letteratura apologetica della pedofilia.[1]

La seconda operazione sottesa a questo “evento artistico” è quella di far saltare la tutela della intimità di alcune bambine sull’altare delle necessità artistiche di alcuni adulti.  Una bambina che viene spronata ad interagire con un corpo maschile, nudo ed estraneo, davanti a decine di persone, evidentemente  corre il rischio di normalizzare quell’azione anche se proposta in altri contesti.

Non si tratta di fare del moralismo. Il genitore può scegliere di esporre la propria nudità in famiglia. Ma occorre farlo con cautela e senza insistenze eccessive. E’ certamente molto utile evitare di associare nella mente dei bambini l’esposizione del corpo a qualcosa di negativo, sporco e peccaminoso.   Ma anche in famiglia nella mente dell’adulto occorre distinguere l’aspetto positivo, innocente ed anche eventualmente scherzoso o giocoso nell’esposizione del proprio corpo da altri aspetti: per es. da qualsiasi compiacimento di tipo esibizionistico o qualsiasi finalità eccitatoria.

La bambina in questione, a detta dei giornalisti, avrebbe avuto la tenera età di 4 anni e sicuramente, quel gioco di manipolazione avrà alimentato in lei curiosità e divertimento. Siamo in grado di immaginare le conseguenze di una tale azione se quella bambina verrà lasciata da sola a rielaborare quel gioco, quell’approccio, quella novità tanto eccitante quanto rischiosa?

Non condividiamo affatto la scelta di giustificare a spada tratta la “creatività” dell’artista da parte della direzione del museo – probabilmente interessata alla pubblicità che dall’evento è derivata al museo stesso. Il tentativo poi giustificare la performance sostenendo che sia avvenuta in una sessione chiusa e per ospiti selezionati ci pare folle… come se la porta chiusa eliminasse i problemi.

Quest’idea di Wagner Schwartz, anche se non finalizzata consapevolmente all’incitamento della pedofilia,  è in realtà gravissima. Ha creato un disorientamento ed un precedente. E certamente  può generare un effetto molto confusivo per quelle piccole visitatrici che, spinte a baloccarsi con la sua nudità potrebbero imparare che, una pratica dalla quale dovrebbero essere protette, sia tutto sommato un bel gioco.

Consentireste mai alla vostra bambina di quattro anni di giocare con un uomo adulto, nudo e sotto gli occhi di decine di visitatori? Se rispondete di sì, vi diciamo che avete dei problemi. E seri.

[1]cfr. A. Coffari, Rompere il silenzio. Le bugie sui bambini che gli adulti si raccontano, Laurana Editore, Milano 2018.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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