6- IL DDL PILLON SPEZZA IN DUE LA VITA DEI BAMBINI E TOGLIE LORO SICUREZZE E SERENITA’

Di Andrea Coffari (estratto dal testo “IL DDL 735/2018 PROTEGGE I VIOLENTI E GLI ABUSANTI”, pubblicato il 15 settembre 2018 su www.movimentoinfanzia.it)


IL DDL a firma Pillon interviene pesantemente sulla vita delle famiglie, ponendo delle regole prive di senso e che rischiano di ledere profondamente i diritti dei bambini e creare soluzioni traumatiche.

L’art. 11 del DDL (che intende modificare l’art. 337-ter del cc) stabilisce al secondo comma che “il figlio minore (…) ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvi i casi di impossibilità familiare”.

Il terzo comma dell’art. 11 con una disciplina stringente recita: Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti con ciascuno dei genitori.

Non si tratta più di principi generali al quale il giudice può attenersi o meno a seconda delle circostanze, con questa norma l’aspirante legislatore crea un vero e proprio diritto soggettivo in capo a ciascun genitore, diritto che il giudice deve necessariamente e automaticamente applicare anche solo su semplice richiesta.

Di nessun valore è l’inciso che precisa come i tempi paritetici si applicano ove non sussistano oggettivi elementi ostativisia perché proprio l’indicazione espressa della oggettivitàdegli elementi esclude tutta la gamma degli interessi e dei bisogni invece soggettivi che fanno capo al fanciullo, sia perché il criterio della impossibilità oggettiva, non meglio specificato, richiama quello di impossibilità materiale che, quindi, nulla toglie e nulla aggiunge all’imperativo categorico dei tempi paritetici da applicarsi in ogni caso, salva, appunto, l’impossibilità alla quale nessuno è tenuto (ad impossibilia nemo tenetur)

Gli errori grossolani, i pericoli, le distorsioni e i danni ai quali porta una norma del genere sono molteplici e gravi.

Dato per scontato che la presenza paterna nella cura, ma anche nella quotidianità dei figli è una importante e ineludibile risorsa che realizza solo benefici e ricchezza affettiva e psicologica, tale soluzione viene recepita come disciplina normativa da applicarsi automaticamente e indiscriminatamente a tutte le situazioni separative, creando una serie di ingiustizie e paradossi, ingestibili proprio per quei bambini ai quali si vuole, non senza una robusta dose di ipocrisia, riconoscere il diritto alla bigenitorialità.

In primo luogo manca una distinzione fra le fasce di età, una intenzionale svista in grado di creare situazioni caotiche, soluzioni severamente adultocentriche e che rischiano di provocare veri e propri traumi, anziché realizzare diritti.

È incontestabile e incontestato che i bambini in tenera età hanno bisogno e “diritto” ad un contatto fisico, emotivo, psicologico con colei che li ha portati in grembo per nove mesi, è inutile citare le innumerevoli ricerche scientifiche che dimostrano i benefici di carattere neurofisiologico in tema di salute e sviluppo che i bambini ricavano da un quotidiano e costante contatto con la madre.

Oggi è il giudice che decide, caso per caso, la migliore distribuzione dei tempi di permanenza dei figli presso i genitori, tenendo conto non solo dell’età, ma anche di una innumerevole serie di altri parametri: distanza fra le abitazioni, abitudini di vita, disponibilità di tempo dei genitori, competenze specifiche genitoriali, qualità del tempo passato con ciascun genitore, il tipo di legame affettivo e psicologico, contesto familiare.

Questo disegno di legge, al contrario, spazza via ogni esigenza “soggettiva” che possa essere ricondotta all’interesse dei figli e intepretata dal giudice che conosce dei casi singoli e impone, per tutti i bambini, una soluzione pregiudiziale da applicarsi automaticamente anche su semplice richiesta di uno solo dei genitori.

Ma a questo punto va fatto un approfondimento che porta, come vedremo a conseguenze aberranti.

In Italia l’affido condiviso riguarda quasi il 90% delle separazioni, solo nel 9% dei casi il figlio viene affidato esclusivamente alla madre43, in coerenza con questo dato, più dell’80% delle separazioni sono consensuali44.

La stragrande maggioranza degli ex coniugi quindi si sono divisi mediante separazioni pacifiche che si sono concluse con un affidamento condiviso e che non hanno presentato, per fortuna, problemi rilevanti né con i figli né con gli ex partner.

Di conseguenza possiamo dire che quasi tutti trovano pacificamente un accordo anche sui tempi di permanenza dei figli, lo stesso articolo 11 del DDL riconosce ai genitori la libertà di accordarsi (art. 11 DDL comma IV Salvo diverso accordo fra le parti...).

Ben possiamo dire quindi che la richiesta anche solo di un genitore a vedere riconosciuto il suo diritto a tempi paritetici di permanenza dei figli verrà rivendicata e azionata anche e specialmente nelle separazioni conflittuali, nei casi in cui, appunto, non vi è accordo fra i genitori, di conseguenza anche in quelle separazioni ove di affacciano ipotesi di violenza intrafamiliare.

Nulla potrà opporre il giudice civile alla richiesta di tempi paritetici, anche nel caso questa provenga dal genitore sul quale vi siano fondati timori che sia violento, abusante o perverso nei confronti dei figli o della compagna.

Il giudice civile non potrà valutare eventuali denunce, elementi obiettivi, dichiarazioni del minore, rinvii a giudizio, condanne ancora non definitive, comportamenti inadeguati, aggressivi, minacciosi del genitore violento o abusante finché questi, dopo lunghi anni di processi penali, non verrà definitivamente condannato.

Anzi, come abbiamo avuto modo già di verificare, se un figlio vittima rifiuta il genitore violento o perverso, ma non ancora condannato in via definitiva, dovrà essere posto immediatamente in una “struttura specializzata” in quanto considerato alienato.

Ci si augura che ci sia qualcuno in grado di immaginare i patimenti e le torture che i figli vittime di perversioni o violenza potranno subire, durante gli anni in cui il genitore abusante verrà processato e ci si augura che ci sia qualcuno in grado di immaginare il dolore e il senso di ingiustizia che subiranno i genitori sani e protettivi.

Allo stesso modo e con la stessa rozza sensibilità giuridica l’aspirante legislatore non distingue l’età adolescenziale, per la quale oramai da decenni gli accordi internazionali concedono al fanciullo, con età superiore ai dodici anni, il diritto all’ascolto, esercitato il quale il giudice deve tenere nella debita considerazione45 la volontà e i desideri espressi dal fanciullo.

Il risultato è che ragazzi di quindici o diciassette anni, liberi, per legge, di esercitare la loro libertà sessuale, di guidare motocicli, di fare viaggi all’estero, con un alto grado di autonomia sociale e psicologica, secondo l’automatismo prodotto dal DDL 735, saranno costretti a frequentare entrambi i genitori secondo tempi ossessivamente paritetici imposti anche solo da un genitore e non secondo il prudente giudizio del giudice che, ascoltato il fanciullo e l’adolescente, tiene nella debita considerazione la sua volontà, i suoi desideri, i bisogni, le esigenze e, appunto, l’età e il grado di autonomia.

L’art. 11 cancella con un colpo di spugna cancella anche il diritto di ascolto riconosciuto dalla Convenzione di New York sui diritti dei fanciulli del 1989 che, di fatto, viene svuotato di ogni significato.

Altra grave disfunzione che provoca la soluzione adottata dall’art. 11 è l’esplosione del conflitto anche per quelle situazioni in cui gli ex coniugi o compagni che si sono accordati per una separazione consensuale e un regime di visita classico, con collocamento prevalente dei figli presso uno dei genitori.

In questi casi infatti, il genitore non collocatario, ad ogni diverbio, incomprensione, inasprimento dei rapporti potrà utilizzare come minaccia il ricorso al giudice per azionare il diritto alla equipollenza dei tempi di permanenza, con moltiplicazione delle separazioni giudiziali e di ricorsi al giudice per la modifica delle condizioni di separazione che può essere chiesta in ogni momento a norma dell’art. 337-quinquies oggi in vigore (che il DDL, con l’art. 13, vuole ampliare nella sua portata).

Una soluzione del genere è quanto di più dannoso, adultocentrico e antistorico si possa immaginare.

Da notare ancora come il terzo comma dell’art. 11 preveda un meccanismo di recupero durante i periodi di vacanza per i casi in cui non vi sia stata una perfetta equipollenza dei tempi di frequenza durante l’anno, distorcendo in questo modo la funzione dei ruoli genitoriali, creando cioè il genitore delle vacanze e del divertimento e il genitore delle regole e dei compiti.

In coerenza con soluzioni basate su un potere genitoriale anacronistico, adultocentrico e antistorico l’ultimo comma dell’art. 14 del DDL 735/18 stabilisce addirittura l’intervento delle autorità di pubblica sicurezza su segnalazione di uno dei genitori,al fine di ricondurre immediatamente il minore alla sua residenza qualora sia stato allontanato senza il consenso di entrambi i genitori o l’ordine del giudice.

Si tratta dell’ennesima proposta di regressione civileche non solo impone l’uso della forza pubblicanei confronti di bambini, con le ovvie conseguenze sul piano dell’esasperazione conflittuale e, specialmente, dei traumi che i fanciulli ne ricavano, ma immagina pure l’ennesimo automatismo normativoche addirittura scavalca l’intervento, la mediazione e il controllo del Giudice in modo che la semplice segnalazione di uno dei due genitori legittima l’immediato intervento delle forze dell’ordine, si stenta a credere che si sia potuto immaginare e dare dignità di proposta legislativa ad una soluzione autoritativa del genere.

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